Cav. Luigi Renato Pedretti, personaggio di grande spessore

30 aprile 2009 0 commenti
Cav. Luigi Renato Pedretti, personaggio di grande spessore
Cav. Luigi Renato Pedretti, personaggio di grande spessore

Quanto ha detto e fatto per Santarcangelo il cav. Luigi Renato Pedretti è cosa nota a molti. Almeno quelli d’una certa età. Fu un personaggio di grande spessore. Ignorarlo è impossibile, anche nel caso in cui lo si voglia porre a confronto con le conoscenze e le scelte più attuali. Intanto Pedretti non ha parlato di una sola cosa, ad esempio le grotte, ma un po’ di tutto il ‘patrimonio’ di cultura, arte e folklore ‘partorito’ dalla città a partire dai tempi del romanico Pagus Acervolanus.Quali aspetti della sua città stavano dunque più a cuore al cav. Pedretti? Per sintesi, diciamo: tre. Intanto le ‘grotte’, poi, il Castello e la Pieve. In un intrecciarsi, però, d’interessi e richiami diversi.
Sulle ‘grotte’ quanto sostenuto da Pedretti sollevò obiezioni fin dall’inizio. Intanto, le indagini sul ‘monumento tufaceo’ partirono quando, lui, iniziò a dibatterne. Per lui, poi, quegli arcani cunicoli a diversa foggia che perforavano il colle sul quale, intorno al 1100 s’avviò l’attuale Santarcangelo, dovevano avere avuto origine in quei ‘muti secoli’ non esaurientemente ( ai tempi suoi) documentati, almeno per la Romagna. Il riferimento risaliva all’epoca paleocristiana, in cui la Chiesa si trovò a combattere ‘ un pericoloso nemico nel Manicheismo’. E non solo.

“ Dalle dimostrazioni archeologiche- disse Pedretti citato nella rivista ‘La Piè’ del 1954-, vòlte ad illustrare l’origine di Santarcangelo, sembra che la Pieve di San Michele abbia sostituito ( forse a partire dal secolo V) un antichissimo tempio gentilizio, in cui s’adorava Giove”. Una colonna e qualche altro elemento, secondo lui, lo confermavano. Un altro fatto fu allora decisivo, l’arrivo a Rimini di san Mercuriale- forlivese-, per combattere il culto pagano ( ancora praticato in zona) del dio Mitra. Una lotta, a quel tempo, ancora problematica per la Chiesa e che, secondo Pedretti, avrebbe finito col lasciare tracce ‘nelle viscere del Colle Jovis’. Alla Pieve fu anche un monastero, oggi scomparso, popolato inizialmente da monaci giunti dall’ Oriente come ( per citarne uno) san Basilio. Fu infatti in quel frangente che sarebbe nata la ‘piccola città di basilichette’ nel ventre del Colle Jovis. Come dire, sempre in sintesi, che le ‘grotte’ siano state ‘ dapprima centro di eresia e poi luogo di mortificazione e di preghiera, nel travaglio del cristianesimo irradiatesi dalla bizantina Ravenna’. Comunque siano andate le vicissitudini delle origini, certo è invece l’interessamento mostrato in seguito sull’enigma-ipogei da numerosi studiosi. Il professor Amedeo Maiuri, ad esempio, sopraintendente ai Monumenti della Campania; ma anche i professori Bettini e Fiocco, dell’Università di Padova e il prof. Cecchelli che, nel 1956, abbozzò un’altra ipotesi sulle ‘grotte’ per lui ‘ non ( ipogei) paleocristiani, ma centri di culto sotterraneo di popolazioni celtiche’. Nel Dopoguerra, Pedretti riuscì così tanto abilmente a far parlare delle ‘grotte’ che , il 17 giugno 1954, riuscì a far approdare a Santarcangelo nientemeno che il Consiglio Superiore delle Antichità e Belle Arti, composto da eminenti studiosi nazionali. Agli italiani, in seguito, s’aggiunsero gli olandesi. “ Nel sud dell’Olanda- scrisse infatti al cav. Pedretti dopo una visita agli ipogei santarcangiolesi la dottoressa C.A.Buijomann Doorembros -, vicino a Maastricht, si celano grotte simili a quelle da lei messe in luce a Santarcangelo”. Non a caso. Tanto che la studiosa studiosa olandese si chiese se le grotte non avessero servito a salvare, pure in Olanda, il nascente verbo cristiano. Basta qua, anche se dagli studi del cav Pedretti ( ‘Archeologia e Miti’, 1957) tant’altro si potrebbe estrarre. Sulle ‘grotte’, sugli altri ‘gioielli’ d’un patrimonio cittadino davvero speciale. Delle ‘grotte’, in particolare, Pedretti era affascinato. Difficile dargli torto, nel leggere certe sue rapide impressioni. Come questa: “ ( Là) il silenzio regna sovrano, giacchè un vuoto di tomba ti dà l’impressione che il suo abitatore sia fuggito da qualche parte. Continuando però ad aleggiare lì attorno, tra una nicchia e l’altra, provocando così un tremito di paura e di segreta angoscia”. Insomma, per il cavaliere, quei riposti, umidi e bui angoli di storia sotterranea, andrebbero comunque illuminati, magari con il ricorso a ‘carte’ diverse da quelle finora note; soprattutto, riaccendendo ( più che i tanti accessi a cantine e ripostigli) la luce delle persone che ( monaci o altri, non sappiamo) li hanno ‘scavati’ e ‘vissuti’ fin da epoche remote.

Roberto Vannoni

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