I racconti di Franco Cortese. ‘Davanti allo specchio’.

I racconti di Franco Cortese. ‘Davanti allo specchio’.
Guardarsi allo specchio, Decalcomania. Immagine di repertorio

DAVANTI ALLO SPECCHIO. Un amico,il solito amico,mi ha detto di andare a vedere in un certo sito Internet le immagini di una manifestazione culturale cui ho partecipato di recente. Sono andato a vedere e ho visto comparire sul monitor tante fotografie di quell’avvenimento : immagini di un salone bene illuminato e affollato di gente seduta oppure all’impiedi,vincitori di un concorso di poesia davanti ad un microfono posto a lato del lungo tavolo della giuria e poi volti a me noti e sorridenti,altri sconosciuti che,nel corso degli anni,hanno sostituito altri volti di persone scomparse oppure troppo anziane per partecipare a quel tipo di avvenimento. Guardando con curiosità ed attenzione quelle immagini,sono rimasto colpito dalla figura di un uomo sulla settantina d’anni,di media statura,intento alla premiazione di un poeta. Quella persona anziana,ripresa dall’alto,aveva ancora i capelli ai lati della testa mentre al centro presentava una vistosa calvizie. I capelli rimasti erano quasi tutti bianchi e le sue guance un po’ rosate ;il volto rugoso e cianotico,tipici segni del fumatore di sigarette incallito mentre tutta la figura appariva ipotonica e raccontava la storia dell’uomo che non ha mai praticato attività sportiva oppure qualsiasi attività fisica. Il suo aspetto era quello anonimo di un impiegato,di un piccolo professionista che ha trascorso la vita seduto davanti ad una scrivania senza curare minimamente il proprio corpo,il proprio aspetto fisico;una figura quasi patetica che mi ha commosso a guardarla,che ha suscitato in me la compassione che si prova guardando una persona avanti negli anni e dall’aspetto spento ; si capiva, a guardarlo,che il tempo aveva lasciato molti segni sulla sua faccia e sullo spirito che quella faccia esprimeva. Per la verità, conosco poche persone che sanno essere vecchie. In quel momento guardavo quell’uomo con tenerezza,la stessa tenerezza che mi ispirava la figura di mio padre negli ultimi anni della sua lunga vita. Credo sia un sentimento comune a tutti gli uomini quando guardano persone avanti negli anni e con i capelli bianchi. Avvicinandomi poi allo schermo del monitor e mettendo bene a fuoco quell’immagine,mi sono accorto che la faccia di quell’uomo era la mia,che quell’uomo ero io.
Ricorrerò alla concezione platonica dell’arte per rendere chiaro il mio stato d’animo di quel momento. Platone sosteneva che l’arte è inaffidabile,diseducativa,perché non dimostra scientificamente la realtà delle cose e,a tal proposito portava l’esempio dell’uomo.Secondo il filosofo greco,l’uomo vero è l’idea dell’uomo,mentre quello in carne ed ossa non è che la copia di quell’idea.Un dipinto che ritrae l’uomo è invece la copia della copia.Secondo Platone,quindi,l’uomo che vedevo sullo schermo era la copia della copia mentre io,la copia dell’idea dell’uomo.In parole povere,il vero uomo non ero io,bensi l’idea di uomo.
Confesso che,come il Faust di Goethe ero sprofondato,in quel momento, nel mio microcosmo di pazzia.
Ho visto il sole tramontare troppe volte per mantenere intatti corpo e spirito,mentre L’Io l’originale,quello eterno,resta intatto ed è il solo che conta. In quel momento provavo autocommiserazione,”pietas” non in senso teologico,ma nel significato di sentimento d’affetto e d’amore che l’uomo prova per i suoi simili, oppure soltanto pietà, per nulla gradevole. Mi guardavo commiserandomi,con la voglia di andare a farmi una carezza.Vedevo quell’uomo,io-l’altro,nella sua fragilità,nella sua inconsistenza materiale,nella sua caducità. Scriveva Balzac nella “La pelle di zigrino” che,il sentimento che l’uomo sopporta più difficilmente,soprattutto quando lo merita,è la pietà. L’odio invece è un tonico,fa vivere,ispira la vendetta,ma la pietà uccide,rende ancora più debole la nostra fragilità. In quel momento dovevo sopportare la pietà che provavo per me stesso,in altre parole mi stavo uccidendo. Stavo vivendo uno stato d’animo terribile,autodistruttivo,stavo quasi per dire masochistico. Ad un tratto ho sentito la mia voce urlare,‘pietà!’. Non avevo mai pensato di ridurmi come mi sono ridotto,come mi sono visto e come mi sono sentito nel vedermi. Ho visto la materia,la carne che ricopre le mie ossa decomporsi,degenerare, sciogliersi e perdere l’aspetto di un tempo che non è poi tanto lontano,volendo adoperare il metro del tempo della storia. Un invecchiamento, il mio,come quello di altri uomini non voluto, ma che altri, di cui non conosco il nome,hanno cinicamente predeterminato.
FRANCO CORTESE

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