Banche: gli istituti di credito emiliano romagnoli pronti a mettere a disposizione circa 700 milioni per le piccole medie imprese.

Banche: gli istituti di credito emiliano romagnoli pronti a mettere a disposizione circa 700 milioni per le piccole medie imprese.
Basilea 2, Immagine di repertorio

BANCHE & REGIONE. Un impegno delle banche a mettere a disposizione un plafond di risorse a favore dei finanziamenti alle imprese regionali di importo almeno equivalente a quello erogato nel 2011 che è stato di circa 700 milioni di euro. Questo è emerso durante l’incontro in viale Aldo Moro tra la Regione Emilia-Romgna e gli istituti di credito emiliano romagnoli.

Un confronto serio e serrato su quello che – ha sottolineato l’assessore regionale alle Attività produttive Gian Carlo Muzzarelli - le imprese considerano il punto forse più delicato per uscire dalla crisi: l’accesso al credito. Per questo è convenuto di dare continuità e piena operatività, anche nel 2012, al Fondo di co-garanzia istituito dalla Regione due anni fa per sostenere i consorzi fidi e rafforzare un’azione unitaria per reale credito alle imprese”.
Inoltre, è stato raggiunto un accordo con le banche che consentirà una modalità più snella e flessibile per definire le condizioni di accesso al credito. E’ un impegno che contribuisce a combattere i fenomeni di usura (in crescita quando le condizioni economiche rendono più difficile l’accesso al credito) e il rilancio delle opere pubbliche, fondamentali per rilanciare l’economia.

Nei giorni in cui si sta mettendo mano disordinatamente alla manovra, una parola su tutte continua ad essere evocata da più parti, crescita. Alla luce di un momento tanto importante per la storia del nostro paese ci pare quindi importante riesaminare alcuni protagonisti chiave come le piccole medie imprese (PMI) e le banche, in particolar modo al loro rapporto.

IL SISTEMA BANCARIO ITALIANO: UN PERCORSO STORICO VOLTO PIU’ ALLA STABILITA’ CHE ALL’EFFICIENZA. L’Italia ha ereditato dal passato un sistema bancario del tutto anomalo e peculiare nel panorama dei grandi paesi industrializzati: quello nato dalla riforma bancaria del 1936 come ultimo atto di risposta delle autorità del tempo alle gravi conseguenze della crisi del ’29 . Tale sistema era stato progettato per porre rimedio alle enormi difficoltà in cui versavano le banche e le imprese italiane, travolte dalla recessione, e mirava a perseguire prevalentemente il conseguimento della stabilità, anziché quello dell’efficienza dello stesso. Inoltre, le autorità erano coscienti della incapacità del mercato, lasciato libero a se stesso, di uscire da quella emergenza: per questo fu studiato appositamente, al fine di aiutare l’industria a sollevarsi dalla sfavorevole congiuntura attraversata.

In seguito alla riforma degli anni Trenta, il sistema bancario e creditizio del nostro Paese è stato condizionato da una legislazione fortemente dirigista, che in molti casi delimitava le azioni degli istituti, prevalentemente in mano pubblica, all’interno di specifici ambiti territoriali o funzionali. Per questo, gli obiettivi delle banche (di cui lo Stato diventava l’azionista di riferimento) erano essenzialmente di natura politica, come quello di sostenere lo sviluppo economico diffuso sul territorio, dopo la brutta esperienza della crisi.

UN MERCATO FRAMMENTATO E PROTETTO DALLA COMPETIZIONE. In contropartita, la legge bancaria, creando delle barriere tra le differenti offerte di credito che ogni istituto era abilitato a concedere, sia su piano geografico, sia su quello temporale, sia – infine – rispetto a ben definite fasce di clientela, e delegando alla Banca d’Italia la facoltà di autorizzare l’ingresso di nuovi operatori, consentiva alle banche italiane di operare in un mercato fortemente segmentato (sia funzionalmente, che territorialmente) e sostanzialmente protetto dalla competizione, sia interna che internazionale. La definizione di un ruolo istituzionale facilitò, non a caso, l’accesso al credito anche dei piccoli operatori economici, che tradizionalmente erano i più colpiti da fenomeni di razionamento del credito.

ANNI OTTANTA: INVERSIONE DI TENDENZA. Successivamente, i grandi mutamenti a livello internazionale – che portarono al prevalere, agli inizi degli anni Ottanta, di principi ispirati al monetarismo e al liberismo più sfrenato – hanno finito per spingere verso lo smantellamento di quel sistema creditizio con finalità pubbliche, oggettivamente ormai condizionato in misura negativa, per quanto concerneva l’efficienza, dalla presenza nella gestione dei singoli istituti.
Le necessità imposte dall’adesione al progetto dell’Unione euro pea hanno reso necessaria una profonda revisione delle leggi riguardanti il sistema bancario e creditizio.

PIU’ CONCORRENZA, MENO PROFITTI, MENO INVESTIMENTI. Il progressivo accrescersi della concorrenza e il venir meno di certe barriere che salvaguardavano la presenza di diversi operatori sul mercato hanno condotto alla “drammatizzazione” di tutta una serie di elementi ( logistici, investimenti fissi, occupazione degli spazi, costo della manodopera)  che un tempo erano gestiti senza eccessive preoccupazioni. Inoltre, il mercato del credito, essendo divenuto – a seguito dei processi di liberalizzazione – più saturo, ha contribuito a far calare drasticamente i margini di profitto.

Per questo gli istituti di credito sono stati indotti a ridurre la propria esposizione in quei segmenti di mercato che si rivelavano meno redditizi: tra questi ultimi vi era proprio l’attività di erogazione del credito alle piccole imprese, considerata un’attività a basso margine di profitto, se non addirittura in perdita, perchè fonte di alti costi e di maggiori rischi.

GRANDI ISTITUTI VS BANCHE LOCALI. Tuttavia, va fatta una dovuta precisazione. Alle recenti evoluzioni del sistema operativo bancario si hanno avuto risposte differenti. Se i grandi istituti hanno indirizzato sempre più la propria attività verso quei segmenti di mercato considerati a ‘maggiore redditività’ , standardizzando le modalità di erogazione del credito, gli operatori a prevalente vocazione locale hanno preferito continuare a puntare sui vantaggi derivanti dalla contiguità territoriale con gli affidati. Inoltre, le banche locali, data la limitatezza del proprio bacino di utenza, non hanno potuto rinunciare, per esempio, a quel segmento di clienti costituito dagli imprenditori artigiani, che in molte regioni costituiscono uno degli assi portanti della struttura economica .

LE DIFFICOLTA’ DI ACCESSO AL CREDITO PER LE PICCOLE MEDIE IMPRESE. Nonostante la crescente competitività dei mercati del credito e l’avvento dell’euro, con il conseguente originarsi di un unico mercato dei capitali europeo, la ricerca dei profitti e la predilizione dei processi di concentrazione bancaria non hanno sicuramente  contribuito a migliorare le metodologie di erogare il credito alle piccole imprese.

Infatti, mentre i processi di valutazione automatizzata dell’affidabilità della clientela (es. Basilea) privilegiano le imprese medio-grandi che dispongono di tutti i parametri sottoposti a monitoraggio, e che riescono a sfruttare anche un drastico abbassamento del costo del credito, nel caso delle piccole imprese le accresciute dimensioni degli istituti bancari originate da processi di aggregazione di banche un tempo a prevalente vocazione locale, hanno finito per penalizzare i piccoli imprenditori che spesso non possono essere adeguatamente valutati dai sistemi automatizzati di controllo del rischio. Inoltre, una legislazione europea, tradizionalmente studiata per i grandi gruppi, e una regolamentazione internazionale condizionata degli accordi di Basilea, rischiano di creare difficoltà crescenti a una categoria che – soprattutto nel nostro Paese – ha un ruolo centrale a supporto dello sviluppo produttivo.

 

 

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