Emilia Romagna. Tonino Guerra e Nino Pedretti, due ‘voci’ da mettere a confronto.

Emilia Romagna. Tonino Guerra e Nino Pedretti, due ‘voci’ da mettere a confronto.
Gruppo di amici con con Nino Pedretti.

CULTURA E PERSONAGGI ROMAGNOLI. Tra la fine di settembre e la fine di ottobre di qualche anno fa, si sono tenuti tre appuntamenti dedicati alla poesia, anzi all’universo poetico santarcangiolese. Tra le ‘novità’ c la presentazione della raccolta antologica  dal titolo: ’Al vòusi e altre poesie in dialetto’ di Nino ( Giovanni Maria) Pedretti, a cura di Manuela Ricci, con una nota di Dante Isella ed uno scritto di Raffaello Baldini ( Guilio Einaudi Editore, marzo 2007).

 SANTARCANGELO E I SUOI POETI. Si dice che Santarcangelo riesca a trovare sempre il modo e il tempo per ascoltare i suoi poeti. E’accaduto, di recente, con Tonino Guerra, tornato a morire nella sua città dopo anni di ‘esilio’ in Valmarecchia. Non riesce però, al momento, con  Nino Pedretti. La speranza è però l’ultima a morire. Le ragioni per crederci ci sono. Dopo il fortunato esordio proprio con ‘Al vòusi’, è seguito attorno alla  figura e all’ opera di Nino un immeritato silenzio.
Forse per il suo non agevole rapporto con gli editori; forse ancor più a causa delle sue  ‘laboriose gestazioni, ripensamenti, ridefinizioni e improvvisi cambi di rotta’ e altri fatti personali, che gli hanno reso assai problematico il suo percorso creativo. Probabilmente ‘egli doveva ( inoltre) attendere i tempi maturi di una coscienza critica consapevole del valore letterario del dialetto, che si verificò solo negli anni Settanta’. Fatto è che la ‘riscoperta’ è in corso e con  risultati non ancora pienamente ripaganti.
Intanto, per valutane l’ampia portata della sua esperienza creativa, va chiarito che l’opera di Pedretti è un’opera caratterizzata da ‘ una fitta trama intertestuale’, trattandosi di ‘vere e proprie riprese di temi o motivi e addirittura transcodificazioni verso poesia o viceversa , che corrono da un capo all’altro della sua opera, confermandone, malgrado la diversificazione dei generi e dei registri, la sostanziale unità’. E se al centro dei componimenti in dialetto di ‘Al vòusi’ è ‘ la miseria fisica e morale, l’ingiustizia, la sofferenza collettiva delle classi oppresse nella guerra, nel lavoro, negli uffici, nelle fabbriche’ negli stupendi monologhi in prosa di ‘ L’Astronomo’ egli ritrova il mondo autobiograficamente famigliare della piccola borghesia ‘ con il suo grigiore, la sua noia, le sue fissazioni’. Curioso è qui constatare quanto la produzione in prosa incontri, tuttora, scarsa attenzione e quindi giusta valorizzazione. Eppure si tratta di lavori che ‘dialogano’ senza evidenti timori con testi e personaggi europei, quali, per citarne uno tra gli altri, Anton Cechov ( ‘La morte dell’impiegato’ etc).

LA SCELTA DEL DIALETTO. La scelta, caratterizzante, del dialetto ( ‘umilissimo come l’acqua e pieno di virtù’) non era per lui come per altri esente da rischi. Sapeva infatti che la lingua dialettale può facilmente condurre ‘verso le sterpaglie del luogo comune e del vezzo plebeo’. E non solo. Il dialetto era inoltre una lingua tragica ‘ per essere stata la lingua del sottoproletariato e del proletariato’, con un forte dosaggio di verità ma tuttavia non esente da allegria e ilarità, proprio perché derivata dal ‘coraggioso piglio del povero abituato all’ingiuria’ e dal ‘suo gusto elementare del vivere’. Occorreva quindi rimettere mano al natio strumento espressivo, forgiato solo per essere parlato, per ‘adattarlo’.
Cosa alla quale partecipò con grandi risultati. Quando nel 1973 al seminario su Tonino Guerra leggerà la splendida relazione ‘ Poesia romagnola nel Dopoguerra’ stava già lavorando al primo libro ‘Al vòusi’ ( uscito nel 1975). Nel 1977 pubblicò ‘Gli uomini sono strade’ seguito a pochi mesi di distanza da ‘Te fugh de mi paèis’, con abbandono del dato sociale e conseguente ripiegamento in senso lirico. Poco prima della sua scomparsa, avvenuta il 30 maggio dell’81, e dopo la parentesi americana di due anni innanzi a Saint Louis e New York ( la ‘città verticale’), terminò quello che molti considerano il capolavoro ‘ La chèsa de tèmp’, segnato da un ‘monolitismo lirico’ rarefatto ed allusivo, uscito postumo qualche mese dopo. Carlo Bo, nella prefazione all’ultima fatica, gli riconosce il merito di avere immesso ‘ nel coro della poesia illustre un materiale di vita che stava per venire cancellato per sempre’. Un materiale raccolto ‘per essenze’, o meglio  ‘per voci’, a salvamento di una straordinaria galleria di esperienze e comportamenti umani.

L’ATTESA D’UNA DEFINITIVA CONSACRAZIONE. Forse per tutto  questo, oggi, Nino attende ancora di tornare pienamente  nelle case ( non solo) della sua gente. Per essere ripagato come merita, perchè è lui il grande cantore del ricordo e dell’intimità. E anche solo per essere smentito, strappandogli ( perché no? ) un immaginario e speciale sorriso di ravvedimento, per quel che ebbe a condensare per lui e per gli altri in quel breve, amaro, componimento: ‘U n‘è savrà nisèun’.
Ovvero: ‘ ( di noi) Che abbiamo vissuto, che abbiamo toccato le strade/coi piedi che andavano allegri… che abbiamo visto il mare/dai finestrini dei treni… che abbiamo respirato l’aria che si posa/ sulle sedie dei bar, non lo saprà nessuno./Siamo stati sulla terrazza della vita/ fintanto che sono arrivati gli altri’.

 

Roberto Vannoni

 

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