Europa e storia comune. La lezione di Tacito, dall’opuscolo ‘De origine et situ germanorum’.
LA LECTIO MAGISTRALIS DEL PROF TACITO. “ Germania omnis a Gallis Raetisque et Pannoniis Rheno et Danuvio fluminibus, a Sarmatis Dacisque mutuo metu aut montibus separatur …”. Inizia così il De Germania ( o De origine et situ germanorum ) che dalla ‘Gallia omnis’ in realtà esclude le province romane Gallia inferior e Gallia superior, a ovest del Reno, considerate parte della Gallia benchè abitate da genti di ceppo germanico.
Una serie di motivi di varia natura, spinse Tacito a scrivere questo opuscoletto di geopolitica ( pare intorno al 98 d.C.) più per creare una ‘contrapposizione’ non artificiale tra il mondo romano, così come s’era venuto ad evolvere con tutte le sue contaminazioni e degenerazioni e quello di questi ‘rozzi’ e ‘feroci’ abitatori del Nord Europa caratterizzati ( per lui)
“ da purezza di costumi e di vita e sanità fisica e morale, da lealtà e fedeltà, da un valore guerriero fuori dal comune e da una grande tolleranza per un clima assai freddo e dalle difficili condizioni di vita e alimentari”.
Non che Tacito ignorasse i lati negativi di quei popoli, propensi ( anche) all’ubriachezza e alle risse, dalla scarsa attitudine al lavoro ( destinato sostanzialmente ai vecchi e alle donne), renitenti alla disciplina, con ‘nessun uso della civiltà urbana‘ , dalla rovinosa passione al gioco dei dadi, dalla efferata crudeltà e, soprattutto, destabilizzati da una costante e irriducibile conflittualità tribale . Il problema di Tacito, che si presume abbia avuto incarichi di un certo rilievo nella Germania romana e nella Gallia belgica, era semmai quello di suonare un allarme, forte, tanto inascoltato quanto profetico , ovvero quello di tentare di ‘destare’ i contemporanei ‘da una ormai devastante corruzione’ o se si vuole ‘ da una iniziale ma ormai evidente decrepitezza fisica e morale’. I Romani, alla fine del I secolo d.C., si erano già aspramente scontrati con alcune minacce esterne, come quelle britannica o partica, ma non ancora ( fino in fondo) con quella germanica, anche se Cesare (durante la campagna in Gallia) ebbe il suo bel da fare per convincere soldati e alleati circa la ‘non invincibilità’ dei Germani. Genti diverse scaglionate dal Mar Nero al Danubio e al Reno, fin a gran parte delle attuali Polonia, Danimarca e Scandinavia. Genti che gravavano come strati di nubi nere ai confini est europei dello sconfinato impero, con dimensioni ben più preoccupanti di quelle fino ad allora esperimentate.
VERSO LA PENISOLA. Le tribù germaniche hanno preso la strada dell’Italia fin da qualche secolo a. C. Indelebile è rimasta l’invasione dei Cimbri e Teutoni vanificata da Gaio Mario nel 102 a.C, ad Aix-en-Provence, e nel 101, a Vercelli. Dai primi tentativi si è passati alle abitudini. Germani di varia dizione ed aspetto, lungo la Penisola, se ne sono sempre visti. Nel Medioevo, nel Quattro/Cinque/Seicento/Settecento e Ottocento. L’elenco è cospicuo e luttuoso. Se Federico Barbarossa dovette nascondersi sotto qualche cadavere per salvarsi la pelle, i Lanzichenecchi poterono devastare le ‘meraviglie’ d’una città che in fatto di ‘meraviglie’ non aveva pari al mondo. Per tagliarla corta, nel corso della prima grande guerra invasero ‘ con tracotante sicurezza’ le frontiere orientali per essere poi ricacciati dai ‘ragazzi in grigio verde’ del generale Diaz; mentre nella seconda grande guerra, vennero, videro e scapparono lasciando alle loro spalle una ( non ancora dimenticata e del tutto punita) ‘scia di morte’.
QUALE LECTIO? Perché questi ‘brani’ di storia? Perché questi ‘discorsi’? Non certo per riattizzare l’antico ‘animus pugnandi’ dei legionari di Roma o dei ‘ ragazzi in grigio verde’ di Diaz, acqua passata, quella, eccetto che per quello che dovrebbe avere insegnato. Tanto agli odierni eredi di Roma quanto a agli eredi di quelli che annientarono le legioni di Varo alla foresta di Teutoburgo o che ‘furono attori protagonisti’ ( solo nel Novecento) di due ecatombi mondiali.
E che si può condensare in una verità molto semplice, e che perfino un ragazzo di scuola inferiore ha ormai messo nello zainetto delle sue verità. Quella che, a confronto di quanto si sta ridestando in altre parti del Globo, l’Europa non ha altra via che alimentare sentimenti di solidarietà e compattezza, dentro e oltre a quelli che furono i confini dell’impero di Roma.
Merkel, spread, bond, Bce, debiti pubblici, Eurolandia in crisi, decadenza economica e morale del Vecchio Continente, più che argomenti d’oggi sembrano fantasmi d’un passato che ha insegnato poco o nulla. Perché se l’Europa non può fare a meno della Germania, così come della Francia, dell’Inghilterra o della Spagna, tutti costoro ( insieme) non possono fare a meno dell’Italia. Sotto questa luce anche il contento del libretto De Germania può aiutare. In fondo, la sua lectio potrebbe essere questa: e chi l’ha detto che ai potenti sia concesso di crogiolarsi sugli allori conquistati? Allentando le molle che spingono in avanti, oggi come allora? Allorquando, anche ai Romani signori del mondo sarebbe tornato molto utile confrontare ( con qualche profitto) “ i ( loro) costumi corrotti e diversi rispetto al modo di vivere e di agire più autentico di quei barbari generosi” ?
Roberto Vannoni



