Calcio serie A. Il reality calcistico di Genova. Dal ‘rancore’ alla ‘gogna’, il passo è (sempre più) breve.
LA CRONACA DAL DIVANO. Quando ci siamo impegnati ‘scrivere’, una volta ogni tanto, senza impegni particolari, questa sorta di commento libero a quanto accade nello sport italiano e non soltanto, non avevamo la percezione di quali e quanti temi che avremmo dovuto ‘sbrogliare’, come tanti ‘nodi’ d’una grande matassa dai fili intrecciati e imprevedibili. Il vantaggio, se così lo si può definire, è che ‘scrivere’ da un divano diventa tutto più semplice. Intanto perché ( per primo ) si ascolta il cuore; e poi, perché non ci sono condizionamenti di nessuna risma, né temporali, né politici, né di fazione o di amicizia. E’ infatti come porsi sotto una fresca cannella d’acqua di campagna per catturarne la voce.
LA SCELTA DELL’ARGOMENTO. Nessun problema nell’offerta, non solo degli eventi ma anche degli argomenti. L’uno e l’altro abbondano. Forse per questo, almeno da noi, in Italia, sopravvivono da decenni tre o quattro quotidiani sportivi, più tante pagine fisse sui maggiori quotidiani nazionali d’opinione.
IL REALITY DI GENOVA. Che vadano, oggi, molto di moda i reality, è risaputo. Forse a causa del bisogno di confrontarsi con quanto accade abitualmente. Forse per narcisismo. Forse perché, in qualche modo, abbiamo bisogno di sentire che ‘ci siamo’ e che qualcuno ‘ ci guarda’. Certo è che con poco tutti possono partecipare alla sceneggiatura. Non occorre andare a scuola di teatro. Il ruolo si recita a soggetto, come nelle antiche commedie dell’arte. Improvvisando. L’importante è ritagliarsi uno spazio. Mettersi in mostra. Gridare agli altri il proprio profondo. Anche quando questo non è altro che un ‘grumo’ confuso e grezzo di pensieri ed emozioni. Per tutto questo, domenica pomeriggio, davanti alle ‘scene’ di Genova ci è venuto naturale catalogarle nel ( rinnovato) genere televisivo. Dove anonimi tifosi, a cavallo delle recinzioni, ‘imprecavano’ il loro affetto verso i propri ( ex) beniamini. “ Infami – gridavano minacciosi – toglietevi quelle maglie, chè non siete degni di portarle”. E non si sono calmati finchè, quelle maglie, forse le più antiche del calcio italiano, sono state sfilate ( non senza qualche lacrima ) e quindi accumulate ( con qualche timore) sul braccio d’un inserviente. Che le portava per il campo come macabri trofei da ‘offrire’ alla turba degli assatanati giustizieri.
MAI VISTO UNA COSA DEL GENERE. E mentre la ‘gogna’ celebrava il suo barbaro rituale, tutti ( tutti ?) gli altri ( benpensanti, autorità, presidente, uomini donne e bambini etc.) se ne stavano in disparte, inerti, basiti, mostrando d’avere accettato ( della sceneggiatura) le parti più insignificanti. L’inedito reality è andato avanti per una oretta circa. Poi un giocatore ( Sculli ?) s’è fatto sussurrare qualcosa nell’orecchio da un energumeno, sempre a cavalcioni dell’ impianto di recinzione, e le cose hanno cominciato ad acquietarsi. L’arbitro è stato fatto tornare in campo e la partita ( dopo ’44) è ripresa. Chiudendosi ( alla fine della sceneggiata) con 4 gol per il Siena e uno per il Genoa.
CHE DIRE? Anche per uno abituato ad ascoltare il cuore, non è facile districarsi davanti a manifestazioni umane come queste. Anche perché si è trattato d’una sceneggiatura dagli intenti innovativi. Certo è che tutto è sembrato molto naturale. E perfino appassionante ( si fa per dire) tanto quanto un thrilling. Ma una volta esaurito il pericolo ( ipotetico ?) ‘ d’un massacro in diretta’, sono spuntate tante domande. Su questo Paese. Sulle leggi e le regole di questo Paese. Sui giovani ( e non solo) di questo Paese. Sullo sport di questo Paese. Sulle zone franche di questo Paese.
L’impressione, commentava un anonimo sconsolato, è che qui, da noi, non si ami più stare assieme, fare sport assieme, cantare e gioire assieme. Oltre le installazioni della recinzione, dentro quel ‘grumo nero‘ di cento/centocinquanta nostalgici della gogna, stazionava ( a sentire lui) un ‘rancore’ ( per molti versi inatteso ) verso i loro antichi beniamini e che si poteva interpretare come il ‘segnale’ d’una tempesta ( collettiva ) che dovrà prima o poi scoppiare. Con tutto quanto ne potrà conseguire. Nello sport come nel Paese.
Speriamo solo che, colui, il Cassandra, non avesse bevuto un goccetto oltre misura.
( Ndr, la giustizia sportiva ha comminato 11 Daspo con obbligo di firma per buona parte di loro. Per quel che riguarda provvedimenti penali, invece, sembra che a norma di legge non si sia verificato alcunchè di perseguibile. Sennò lo stadio che zona franca sarebbe?)
Ro. Va.



