Dossier Emilia Romagna: dove finiscono i soldi della Regione?

Dossier Emilia Romagna: dove finiscono i soldi della Regione?
Copertina Dossier Romagna

RIMINI. Presentato questa mattina dall’autore Bonfiglio Mariotti insieme al Presidente della Provincia di Rimini Stefano Vitali, il volume ‘Dossier Romagna’. Di seguito riportiamo alcune riflessioni di presentazione proposte direttamente dell’autore.

1 – ATTUALITA’ DEL TEMA
Il tema della Romagna – della sua indipendenza o di una maggiore autonomia decisionale dalla Regione – è ritornato di attualità negli ultimi mesi. Molte sono le circostanze che hanno favorito questo ritorno, ne indico solo alcune. Le organizzazioni pubbliche di area vasta, dalla sanità ai trasporti, sono nate per rendere più omogenea su base territoriale l’organizzazione e la fornitura dei servizi, ma questo processo andando avanti si è scontrato con vari problemi. Ad esempio, la Regione Emilia-Romagna ha predisposto un progetto per andare oltre l’area vasta già esistente delle quattro aziende sanitarie pubbliche, fondendole in una unica azienda. Di fatto tale progetto è stato studiato come se dovesse calare dall’alto, ai piani alti della Regione, e non ha coinvolto le autonomie territoriali (che si chiamano così nel linguaggio politicamente corretto ma non sono vere autonomie). Staremo a vedere cosa succederà, ma l’esempio è chiaro: le dinamiche vengono studiate e poi introdotte, non da chi le dovrà mettere in pratica ma da chi sta in cima alla piramide. Su di un piano diverso, ma l’analogia ci sta tutta, abbiamo assistito al travaglio dei progetti sulle fiere e gli aeroporti, che non hanno portato ancora a nulla. E parliamo di asset strategici, non di quisquilie. Proprio a partire dal fallimento dei progetti di sinergie e unificazioni aeroportuali, sono emerse – a sorpresa, direi – nuove voci dal mondo politico in Romagna, anche da sinistra, favorevoli ad una maggiore autonomia da Bologna.

2 – CHE COSA E’, CHE COSA NON E’ QUESTO LIBRO
Il Dossier Romagna non voleva essere e non è un contributo alla soluzione politico-istituzionale, e nemmeno amministrativa, del problema. La ricerca che ho fatto nasce invece dall’esigenza di rispondere a una domanda chiave: è vero che i territori della Romagna soffrono della dipendenza, o per meglio dire sono ostacolati nel loro sviluppo, in tutti i campi, dall’attuale assetto regionale? E’ vero oppure è un’invenzione? Sia negli anni Ottanta-Novanta che all’inizio degli anni Duemila, altri già si erano posti la questione dimostrando che sì, è vero. Io ho cercato di rispondere alla domanda documentandomi su quanti più settori possibili e nel Dossier dimostro l’esistenza di numerosi punti di sofferenza. L’ho fatto dal mio punto di vista, che è essenzialmente quello dell’uomo d’impresa, stando alla larga dall’aspetto politico che mi interessa solo fino a un certo punto. Ho anche escluso l’elemento ideologico. Lo dico chiaro e tondo: sono un romagnolo ma non sono un autonomista romagnolo in senso ideologico, non ho un preconcetto al riguardo. Sono un pragmatico, questo sì. E non mi interessano nemmeno quegli aspetti un po’ naïf dietro ai quali generalmente in Romagna si parla di “identità”, che a mio parere non sono la questione decisiva.
Il libro non è “contro” qualcuno, è fatto piuttosto per dare un contributo di costruzione, a partire dai dati di realtà che non possono essere sconosciuti, misconosciuti o saltati, altrimenti non ci si può fare un giudizio.
Questo Dossier è una rassegna sintetica di uno squilibrio storico, che si è confermato anche nel decennio tra la fine degli anni Novanta e i nostri anni – il periodo che ho preso in esame più direttamente.

3 – UNO SQUILIBRIO STORICO, ALCUNI DATI
Anticipo subito un punto emerso nella ricerca: quando fra il 2002 e il 2003 le circostanze politiche misero di nuovo l’accento sulla possibilità di un’autonomia, di una nuova Regione Romagna, la Regione corse naturalmente ai ripari. Nelle pagine del libro si documenta che in quel momento la Regione Emilia-Romagna modificò in parte le sue attitudini. Nel volgere di quegli anni, i trasferimenti di denari dal centro agli enti locali e alle aziende sanitarie della Romagna hanno avuto un leggero aumento. E’ la classica eccezione che conferma la regola: nello spartire la torta l’amministrazione regionale ha dovuto concedere, sotto pressione, una fetta un po’ più grande ai territori delle tre province romagnole. Ma ciò non significa aver risolto il problema dello squilibrio esistente.
Trasporti e mobilità.
Lo vediamo subito entrando nel capitolo della mobilità e dei trasporti, forse l’aspetto più critico di tale squilibrio, o meglio, quello in cui i danni dello squilibrio si ripercuotono più negativamente sui cittadini – famiglie, imprese, turisti.
Mentre nei primi 30 anni dall’Unità d’Italia furono costruiti 303 km di ferrovie in Romagna, in anni recenti non se n’è visto neanche uno. Addirittura la riviera turistica per eccellenza è stata programmaticamente esclusa dall’alta velocità e pure da adeguati collegamenti con essa. Il Prit (Piano regionale integrato dei trasporti) ’98/2010 prevedeva opere ferroviarie per alcuni miliardi di euro, in Romagna solo il 2,7% del totale. Eppure, a consuntivo (dati giugno 2009), il realizzato è stato pari a zero!
Quanto alle strade, non siamo messi meglio. Tutt’altro, nell’indice di dotazione stradale Tagliacarne la provincia di Rimini, zona turistica per la quale la mobilità è più importante del pane, nel 2007/2009 ha rimediato l’indice più basso in regione, preceduta nella classifica solo da Ferrara (notoriamente un territorio vasto e con bassa densità demografica, quindi con minore necessità di collegamenti stradali). Nel consuntivo del Prit 98/2010, mentre in Emilia sono state realizzate il 15,8% delle opere stradali previste, in Romagna è stato fatto solo l’1,8%, una percentuale imbarazzante.
Le infrastrutture.
La controprova si vede dagli indici di dotazione infrastrutturale elaborati dall’Istituto Tagliacarne: nel corso del decennio i territori delle tre province romagnole hanno perso complessivamente 17 punti nell’indice, mentre le sei province emiliane nello stesso periodo ne hanno guadagnati 92. (inciso di metodo: gli indici Tagliacarne sono relativi, vale a dire, ogni volta che vengono elaborati lo sono in rapporto alla situazione media-Paese fissata a quota 100 – quindi le modifiche nel tempo di un indice assegnato a una provincia, mostrano il cambiamento in positivo o in negativo rispetto alla media-Paese. E’ un indicatore se vogliamo parziale, ma efficace).
Certo, in queste opere, fatte o non fatte, non è solo implicata l’amministrazione regionale: c’è di mezzo anche lo Stato, e purtroppo anche gli enti locali, spesso inerti. Ma quello che voglio sottolineare, è che le cose non possono più andare avanti in questo modo. Non possiamo morire soffocati dal traffico, non possiamo permetterci di essere poco raggiungibili, e neppure di spingere la gente fuori dai treni, che sono insufficienti, la domenica pomeriggio quando la gente rientra dal mare, come succede a Rimini e in altre stazioni romagnole.

4 – IL DEFICIT DI RAPPRESENTANZA DELLA ROMAGNA
Tutto ciò succede per un notevole deficit di rappresentanza politica della Romagna, oltre a tanti altri motivi. Nei tavoli che contano, la Romagna è sottorappresentata, perciò ininfluente o meno influente di quanto le spetterebbe. Faccio solo due esempi. La giunta regionale oggi è formata da 14 “ministri”, fra presidente, sottosegretario alla presidenza e assessori. Di questi, solo 2 sono di provenienza romagnola, mentre 3 sono della provincia di Ferrara (2 di loro di Copparo). E’ come se Copparo da sola contasse come la Romagna intera.
Il caso Hera
Secondo esempio, la governance di Hera: nel top management del gruppo, su 35 posizioni apicali solo 8 sono rivestite da romagnoli. E nel cda, su 18 membri, solo 5 provengono dalla Romagna, 12 dall’Emilia.
E dire che Hera è nata come aggregazione fra le ex municipalizzate della Romagna e Bologna, quindi soprattutto all’inizio era un gruppo il cui patrimonio era essenzialmente romagnolo. Ma lasciando da parte il tema della rappresentanza nella governance, Hera è il tipico esempio di “scippo”, se vogliamo dir così, ai danni della Romagna. Nel libro viene documentato che l’azienda, al di là delle dichiarazioni di facciata, fu fatta sostanzialmente per salvare la multiutility comunale bolognese Seabo. Creando un monopolio in cui milioni di clienti sono obbligati a essere tali, e gli enti locali soci non contano nulla e sono in conflitto d’interesse in quanto comproprietari e controllori. Oltretutto, per poter godere di un buon andamento borsistico (almeno quando il ciclo è positivo) e dei dividendi, sono costretti ad accondiscendere alle politiche tariffarie, anziché modificarle secondo gli interessi dei cittadini amministrati.

5 – IL TURISMO DIMENTICATO
Non voglio sottolineare più di tanto le colpe della Regione, ma sto ai fatti e constato che certe cose non vanno bene. Per esempio quando vedo che nel Dpef dell’Emilia-Romagna, di 55 pagine, si legge la parola turismo (e suoi derivati) solo quattro volte, la prima volta a pagina 47, non posso che arrivare a questa conclusione: il turismo, settore portante per la Romagna, è considerato meno di quanto dovrebbe e potrebbe essere.
Il turismo, come settore economico, ha avuto dalla Regione lo 0,1% dei trasferimenti delle spese correnti e lo 0,2% dei trasferimenti in conto capitale nelle spese d’investimento (sono dati del consuntivo 2009). Invece al settore industria-cooperazione-artigianato-problemi del lavoro, è andato ben il 12,5% dei trasferimenti in conto capitale. Ciò significa che come Romagna, terra turistica per eccellenza, non possiamo lamentarci con lo Stato che non ha una politica nazionale turistica, quando la Regione, cui è demandato il turismo come competenza, mostra questi dati.
Altro esempio, su una torta di 221 milioni di euro di interventi per lo sviluppo economico spesi dalla Regione Emilia-Romagna, all’industria è andato il 55,8%, al turismo l’11,1. Eppure il turismo, insieme a commercio e servizi, in Emilia-Romagna contribuisce alla produzione di ricchezza con oltre il 60% di quota del Pil.

6 – TERRITORIO E SVILUPPO MESSO A RISCHIO
Tornando a fare i conti territorialmente, il cambiamento di attitudine da parte della Regione di cui parlavo, si nota in questo: i trasferimenti alle province, ai comuni capoluogo di provincia e alle comunità montane, per la Romagna costituivano solo il 22,3% del totale nel bilancio 2002, mentre sono arrivati nel 2010 a quota 29%. In questo un riequilibrio, sia pur parziale, c’è stato.
Ma questo rimane lettera morta se, poi, nel progettare gli snodi che possono portare nuovo sviluppo, la logica che si segue è quella opposta. Ad esempio, i Programmi speciali d’area finanziati dalla Regione, erano stati programmati per il 31% dei fondi a favore dei territori romagnoli (qui nel conto della Romagna è compresa anche Imola), ma i finanziamenti effettivamente erogati sono stati una percentuale più bassa, il 27% del totale. E se si va a guardare il rapporto fra la spesa realizzata e quella programmata, per l’Emilia si arriva vicino all’80%, per la Romagna siamo sul 65%.
Altro esempio, i Tecnopoli finanziati in parte dalla Comunità Europea su programmazione regionale. Gli 80 milioni di contributi sono stati concessi quasi tutti – il 90,8% – in Emilia, solo il 9,2% in Romagna. In queste condizioni, per lo sviluppo non c’è storia, salvo il fatto che il vero sviluppo viene dalle idee, dalla forza delle persone, dalla voglia di fare che non dipendono certo dalle programmazioni regionali, statali o comunitarie.
Necessità di un cluster economico “romagnolo”.
Il cluster è un modello di sviluppo economico che si caratterizza per la “concentrazione geografica” di ISTITUZIONI INTERCONNESSE – IMPRESE – ENTI GOVERNATIVI – UNIVERSITA’, che operano in un campo specifico.
Il cluster offre alle comunità territoriali una crescita esponenziale perché le persone che vivono e lavorano al suo interno hanno connessioni profonde.
Per esempio: possono definirsi cluster quello del vino in California dove si trovano migliaia di aziende vinicole e migliaia di viticoltori indipendenti. Ci sono poi i fornitori di vitigni, i produttori di strumentazioni per innaffiare, per la raccolta delle uve, fornitori di botti, di bottiglie, di etichette per il vino con le società di grafica specializzata. Così come tutta l’industria dei media locali a base di pubblicazioni specializzate e di pubblicità per l’enologia.
L’università californiana di Davis ha creato dei corsi di coltivazione ed enologia fra i migliori al mondo. Lo stato californiano ha costituito il Wine-Institute e numerosi centri studi specializzati.
Esistono vari cluster molto riconoscibili al mondo: quello della moda in Italia, le biotecnologie a Boston, il cinema a Hollywood, quello di Wall Street, quello della tecnologia in California.
Nella Romagna, per tanti versi diversa dall’Emilia, si sarebbero potuti sviluppare numerosi e diversi cluster, la Romagna stessa con il suo nome evocativo è un unico grande cluster. Ma non si crea un vero cluster senza condivisione sociale, senza quell’insieme di forse che sono le imprese, le istituzioni, le persone, le università.
Stiamo quindi parlando di crescita e sviluppo.
Di capacità e possibilità di superare i competitori nel mondo, ma senza autonomia e senza condivisione e soprattutto con scelte calate dall’alto, nulla di tutto questo si può ottenere.

La sanità.
Un breve accenno al settore della sanità. I trasferimenti regionali alle aziende sanitarie pubbliche, nel 2002 di 5,7 miliardi di euro, sono andati quell’anno in Emilia per il 73%, in Romagna per il 27%. Nel 2010, il totale di 8,2 miliardi è stato distribuito in modo pressoché identico: il 72,8% in Emilia, il 27,2% in Romagna. Il riequilibrio è stato impercettibile, giudichino i cittadini se è sufficiente. Ma teniamo presente un dato di risultato: passano gli anni, ma nei posti letto nelle strutture pubbliche resta una forbice fra Emilia e Romagna, indubitabilmente ingiusta. Secondo le mie elaborazioni dei dati, nel 1987 i posti letto della sanità pubblica erano 7,6 ogni mille abitanti in Emilia, e 6,1 in Romagna. Nel 2008, erano 3,9 in Emilia e 3,1 in Romagna. C’è sempre una forbice di quasi un posto letto.

7 – NONOSTANTE TUTTO… LA ROMAGNA E’ VIVA
Nonostante questi squilibri istituzionali, amministrativi e dell’organizzazione pubblica, nel decennio che abbiamo considerato, le tre province romagnole hanno fatto segnare un trend di crescita economica migliore delle sei emiliane.
Nel 1999 in ambito regionale la Romagna costituiva il 22,5% del totale della ricchezza prodotta in regione (dati del valore aggiunto ai prezzi base); nel 2008 la percentuale è arrivata al 23,9%, mentre l’Emilia è passata dal 77,5 al 76,1%. In altre parole, le tre province romagnole passando da 20,1 a 29,7 miliardi di euro, hanno avuto un tasso di crescita percentuale maggiore dell’Emilia.
Per concludere con un ultimo elemento positivo, pur essendo la Romagna la Cenerentola della regione in quasi tutti i settori, ha una supremazia almeno nel settore vinicolo di qualità. Nelle certificazioni Dop e Igp, nelle quali confluiscono i vari vini Doc, Docg e Igt, 11 denominazioni su 18 della regione sono romagnole. Non è così, purtroppo, per gli altri prodotti agroalimentari di qualità e “identitari”.

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