Inediti. Eros e Rinascimento proibito. Nei taccuini ‘segreti e intimi’ di Gaspara Stampa, poetessa.
L’OPERA. Inediti. Che arrivano da direzioni diverse e che Romagna Gazzette, a titolo sperimentale, non rigetta ma pubblica. In attesa di verifiche, riscontri e commenti. Che ascolteremo e valuteremo. Questa volta , ad esempio, questi sono il testo e gli argomenti proposti: “L’Eros e il ‘Rinascimento proibito’ nei taccuini ‘segreti e intimi’ di Gaspara Stampa, la regina della poesia italiana del XVI secolo” .
L’INEDITO. ‘Una donna trafitta dal mal d’amor’. Tradita e sbeffeggiata da coloro che forse credeva di essere amata, adorata, anzi corteggiata al suon di musica e accompagnati quest’ultimi dai versi petrarcheschi, senza mai e poi mai, rinunciare, separarsi dal suo vero unico e incontrollabile amore, cioè la poesia. Amare e nello stesso tempo odiare, qualcosa o qualcuno che ti fa soffrire e ti rende l’animo amaro, scialbo e «un cor crudo e fugace…» che «pianga, arda e sospiri…» di «tal gioia del penar suo par che prenda». Momenti divini, a volte contornati con una spudoratezza incontrollata, chiara, descritti minuziosamente, parola per parola, senza tralasciare nulla in sospeso, quell’Eros proibito, accattivante di un amore che purtroppo, devastò per sempre l’animo seducente di una giovane poetessa vissuta nel ben pieno di un’epoca storica, per alcuni innovativa, chiamato appunto, Rinascimento. Infatti, proprio in questa era, secolo, periodo memorabile è vissuta la protagonista e autrice quest’ultima, di un cospicuo canzoniere di nobili rime amorose scritte nientemeno dalla regina dell’erotismo italiano del XVI secolo. Gaspara Stampa, ribattezzata a distanza di secoli come la nuova Saffo della nostra letteratura moderna italiana. A differenza di quest’ultima, però, c’è da precisare una cosa importante che mette in secondo piano la nostra poetessa dal forte e irrefrenabile desiderio d’amore. L’età. Difatti, secondo le fonti storiche tramandatoci da studiosi e biografi dell’epoca, sappiamo quasi certamente, nonostante i secoli hanno cancellato buona parte o quasi del tutto della loro vita, che Gaspara Stampa quando morì aveva appena compiuto trentuno anni.
Una giovane vita, prematuramente spezzata, recisa nel florido degli anni forse a causa di una malattia venerea contratta oppure morta suicida. Eppure, tra le due più probabili ipotesi, quella ritenuta tra le più certe, sicura, quasi al novantanove percento, è la seconda anche se intorno vi aleggiano, come spesso siamo abituati a leggere, delle strane leggende e un velo di mistero riguardo appunto, la sua precoce morte. Uno straordinario esempio di vero liricismo italiano del Cinquecento, unica al mondo, che per oltre tre secoli è rimasta all’oscuro, nascosta e messa da parte sotto gli occhi di tutto e da tutti. Struggenti passioni, emozioni, sensazioni idilliache, purezza incontrollabile e nello stesso tempo, dure prove di dolore, afflizione, desiderio di morte a volte tendente quasi al sadico, spietato, il tutto racchiuso dentro l’animo conturbato e raffinato di Gaspara Stampa, la dea «dei piaceri ancestrali».
LA BIOGRAFIA. La poetessa di ‘amorosi glorie’ e di ‘nobili lamenti‘, nasce molto probabilmente a Padova, negli anni compresi tra il 1521-1523. La famiglia, di origine milanese, si trasferisce poco dopo la sua nascita a Venezia a causa dei problemi economici che finirono per indebolire quasi del tutto il sistema della famiglia Stampa dopo la morte del padre, uno stimato orefice e uomo molto colto, dai modi gentili e amante della musica. Difatti, la piccola poetessa erediterà dal padre, la passione per la musica oltre quella per la letteratura, il canto e l’arte. Gaspara Stampa, una volta stabilitasi nella nuova casa d’adozione veneziana e accolta, come si suol dire, a braccia aperte da una sua cara zia materna vedova, senza figli ed economicamente benestante, cerca in tutti i modi di continuare a studiare musica e canto, nonostante la madre vuole a tutti i costi avvicinare la figlia appena adolescente, a frequentare i salotti cosiddetti alla moda pur di vederla un giorno, maritata ma soprattutto, appagata tra agi e ricchezze. Difatti, così fu quando la piccola poetessa accetta la proposta, senza esitare, pur di accontentare le ambizioni eccentriche di sua madre, una donna molto austera, abbastanza colta e duramente provata dalla cara perdita del figlio Baldassarre, anche lui poeta come la sorella Gaspara, morto a soli vent’anni, forse a causa di una grave malattia oppure colpito dalla «morte nera o castigo divino», come spesso veniva chiamata la famigerata peste, che a quei tempi seminava panico, morte e soprattutto terrore tra gli abitanti. Intanto la bella cortigiana ribattezzata da lei stessa con il nome di «fidissima ed infelicissima» Anassilla e avvolta quest’ultima da lunghi e ricamati drappeggi di colore rosso, simbolo della passione, amava soprattutto circondarsi quasi tutto il giorno, di libri del Petrarca e dei sommi poeti del Dolce stil novo, guadagnandosi di seguito, grande stima e ammirazione per le sue doti, direi eccezionali, in campo letterario. Il suo amore per la poesia nasce proprio lì a Venezia, durante i focosi salotti, prendendo spunto come modello di riferimento il grande rimatore trecentesco Francesco Petrarca, anche se iniziò ben presto a comporre i primi versi «puerili e impudichi» già all’età di quindici anni circa. Ma la sua vera e propria conversione letteraria, avvenne quando, Gaspara Stampa nell’estate «bollente» del 1547 conobbe e s’innamorò perdutamente dell’uomo che fece di lei, la vera e prima eroina della poesia erotica italiana del XVI secolo. Il nobile trevigiano Collaltino di Collalto. Difatti è proprio di lui che la poetessa dedicherà quasi buona parte del suo corpus poetico, prima, durante e dopo la loro tormentosa relazione sentimentale, iniziata tra un corteggiamento e l’altro tra la metà del 1547 e purtroppo troncata per l’infedeltà da parte sua oppure viceversa, verso la fine del 1551. Tre o forse anche di più durò, tra alti e bassi, tra un viaggio e l’altro, il legame amoroso tra la poetessa e il suo bel «signor di vago e dolce aspetto, giovane d’anni e vecchio d’intelletto… di pelo biondo, e di vivo colore, di persona alta e spazioso petto… fuor ch’un poco (oimè lassa!) empio in amore», come la stessa Gaspara Stampa lo descrisse dettagliatamente nelle sue celebri rime, cariche di espressioni e di ardore affetto, di colui che non lo dimenticherà mai, neanche quando la ragazza derisa per amore, si ritirò in convento forse per disintossicarsi, dai tanti baci e carezze ricevuti dal suo dolce Collaltino oppure per continuare a scrivere, dove «occhio non vede, cuore non duole», il libretto «depositario delle mie lagrime» di «sogni proibiti». E difatti, tutto questo doloroso lamento e di totale disperazione di non poter più essere pienamente amata, lusingata, farsi incantare dal suono angelico delle sue parole, da struggenti messaggi d’amore, sorrisi intensi e carichi di passione, abbandonarsi nelle braccia di un destino che a volte, senza accorgersi, chiude per sempre la porta della nostra esistenza. Una provvidenza amara, precoce o forse inaspettata, tragica andò purtroppo incontro la poetessa dalla dolce melodia poetica, quella sera «fosco e funesta» del 23 o del 24 aprile del 1554. Una causa che nel corso dei secoli, come ancora tutt’oggi, nonostante siano trascorsi più di quattrocento cinquanta anni dalla sua morte, rimane al momento, se è così lo possiamo definire, con semplici parole, un vero e proprio «mistero» dell’Italia rinascimentale.
Gaspara Stampa, quando morì era molto giovane, nonostante dimostrasse molto di più degli anni vissuti, visto nel modo in cui, sono stati scritti i suoi più ardui e piccanti componimenti di natura altamente ‘sensuale‘. Un carattere, dal forte senso dell’impavidità e di gaia generosità, quando si ritrova purtroppo da sola, derisa e appagata moralmente, forse da quell’unico e vero amore, chiamato appunto, poesia, letteratura, lirica. ‘Rime’, che lei stessa ha scritto, per onorare la sua grande fede, primo fra tutti, la cultura e secondo, per encomiare la colossalità intramontabile della scuola del petrarchismo italiano. Difatti, qualche anno dopo la morte della cara e ben amata poetessa, la sorella maggiore Cassandra, scoprì per caso nella camera segreta di Gaspara Stampa, più di trecento poesie autobiografiche, lettere e sonetti scritte nell’intervallo di tempo, tra il 1547-1551 e nel 1552-1554, poco prima di morire e di seguito rese pubbliche intorno l’anno 1556-1557, con una breve introduzione scritta dalla stessa autrice. «Mesta e pentita de’ miei gravi errori e del mio vaneggiar tanto e sì lieve, e d’aver speso questo tempo breve de la vita fugace in vani amori…», dove, «tutto racconteranno i lamenti, i singulti, i sospiri e le lagrime, che un giorno e notte ho sparse…». Un fluire incessante di parole che, solo attraverso l’utilizzo, incontestabilmente della scrittura che Gaspara Stampa, «tradita e affranta», ci comunicò con oltre trecento rime, la vera essenzialità di quel puro sentimento, chiamato appunto, in una sola parola, ‘Amore’.
di Claudio Esposito.
Come chi mira in ciel fisso le stelle,
sempre qualcuna nuova ve ne scorge,
che non più vista pria, fra tanti sorge
chiari lumi del mondo, alme, fiammelle;
mirando fisso l’alte doti e belle
vostre, signor, di qualcuna s’accorge
l’occhio mio nova, che materia porge,
unde di lei si scriva e si favelle.
Ma, sì come non può gli occhi del cielo
tutti, perch’occhio vegga, raccontare
lingua mortal e chiusa in uman velo,
io posso ben i vostri onor mirare,
ma la più parte d’essi ascondo e celo,
perché la lingua a l’opra non è pare.
‘Rime’ n. XIX
di Gaspara Stampa



