Cinque milioni di foodies in Italia: Come far crescere il turismo culturale & enogastronomico?

Cinque milioni di foodies in Italia: Come far crescere il turismo culturale & enogastronomico?
turismo culturale, foto di repertorio

TURISMO. Il turismo enogastronomico ha mostrato una crescita progressiva nel corso del tempo: oggi si contano, ogni anno, più di 5 milioni di foodies, cioè di turisti culturali che si muovono all’interno e verso l’Italia per entrare in comunione col territorio attraverso i suoi prodotti enogastronomici tipici e di tradizione. Ce ne parla Magda Antonioli, direttore del Master in economia del turismo della Bocconi e consigliere speciale per il turismo del vicepresidente della Commissione europea Antonio Tajani.

LA DESTINAZIONE CONTA. Ci si trova di fronte a un comportamento la cui interpretazione è da ricondurre all’interazione fra due livelli di variabili: la destinazione, da un lato nel suo complesso, e l’insieme delle risorse del territorio, veri e propri driver del mondo agricolo e delle tradizioni artigiane e artistiche dall’altro, in grado di esercitare un forte richiamo. Varie ricerche e analisi di confronto a livello internazionale hanno evidenziato la crescente importanza della variabile destinazione, e non solo di quella prodotto, nelle motivazioni di scelta del turista enogastronomo.

TERRITORIO – RISORSE – ATTORI. Una risposta adeguata in termini di offerta richiede la capacità di mettere a sistema il trinomio “territorio-risorse-attori”, al fine di gestire una destinazione, e il senso del marketing e del management, incluse le relative professionalità del comparto. Il marketing di un territorio è qualcosa di profondamente diverso dal marketing di un prodotto. Il primo deve necessariamente coinvolgere l’insieme degli attori di una comunità che fa riferimento a un determinato territorio; porta in primo piano la comunicazione dell’insieme dei suoi elementi di identità; si pone esplicitamente l’obiettivo della crescita della sua immagine, sia interna che verso l’esterno. Il secondo coinvolge in modo pressoché esclusivo le aziende produttrici; si concentra sul prodotto ed è finalizzato ad affermarne l’immagine commerciale.

Quando queste due ottiche trovano un momento di integrazione, diviene facile dimostrarne i vantaggi reciproci, anche semplicemente partendo dalle strette interconnessioni esistenti fra le peculiarità di un determinato prodotto (di eccellenza) enogastronomico e i fattori interni allo specifico territorio di riferimento: materie prime, microclima, processi di lavorazione che affondano le proprie radici nella storia e nelle tradizioni di quella comunità locale. Il vino e le produzioni tipiche vengono a configurarsi come elementi di socializzazione e testimonial di tradizioni, cultura e arte, life style. Il comparto agricolo, pur nell’ottica di quella multifunzionalità che contraddistingue la politica agricola europea, interfacciandosi col mondo turistico, in terre per lo più periferiche, riesce oltre tutto a riequilibrare valori e ambiti sociali essenziali. Un sistema territoriale di riferimento in quell’Italia minore, caratterizzata dai borghi, dalla presenza di una ricettività diffusa, agriturismi, bed&breakfast e ristoranti, dove lo sviluppo del territorio è in grado di affermare il Made in Italy nonché di educare i consumatori alla qualità.
Il tutto senza trascurare il ruolo della filiera (tracciabilità) e della comunicazione.
Il successo di questo approccio integrato alla valorizzazione delle produzioni tipiche e tradizionali passa quindi dalla capacità di attuare una saggia valorizzazione turistica del territorio, limitando gli impatti negativi in termini di capacità di carico e sfruttamento eccessivo delle risorse e supportando le ricadute positive a livello locale, anche sotto il profilo della distribuzione equa dei benefici e della garanzia di sicurezza (tracciabilità) alimentare.

Ti potrebbe interessare anche...