E’ morto Fiorenzo Magni. Il tempo ha rapito il Leone di Fiandra, che vinse (anche) tre Giri d’Italia.

E’ morto Fiorenzo Magni. Il tempo ha rapito il Leone di Fiandra, che vinse (anche) tre Giri d’Italia.
Fiorenzo Magni

CRONACA DAL DIVANO & MORTE DI FIORENZO MAGNI. Se n’è andato anche il ‘Terzo uomo‘, annuncia sconsolato Giorgio Viberti . Fiorenzo Magni , colpito nella notte da un aneurisma,  il prossimo 7 dicembre avrebbe compiuto 92 anni. Ora non ci tocca che guardare ( e riguardare)  quelle immagini in bianco e nero ingiallite come foglie d’autunno cadute a terra, che raccontano di quest’uomo.  Della sua storia umana e sportiva in tempi trasformati in leggendari proprio da uomini come e lui. E i suoi compagni di strada. Che si chiamavano Gino ( Bartali), Fausto ( Coppi), Luison ( Bobet), Rik ( Van Stembergen), Stan ( Ockers),  Ugo ( Koblet), Ferfy ( Kubler)  etc
Una pattuglia di giganti  che s’arrampicavano lungo interminabili strade bianche di polvere, tagliate dall’acqua e dal gelo o bruciate dal sole. La crudeltà maggiore del tempo è che, consumandosi come candele sotto un altare, non consente più di respirare il ‘fremito’ di quei pomeriggi di maggio/giugno ( quando si correva il Giro) o di luglio ( al Tour) trasmesso attraverso la radio in paesi sonnolenti, silenziosi, ancora convalescenti d’una delle guerre più disastrose mai abbattutesi sulla Penisola. Fiorenzo, nato un anno dopo Coppi e sei dopo Bartali,  era il classico uomo costretto ‘tra l’incudine e il martello’. Non solo anagraficamente, ma anche ciclisticamente.
Quando Magni inforcò una bicicletta, infatti, il Gino era già una stella mondiale. Eguagliata, nel 1940, ( solo) da un giovane triste arrivato come un fulmine a ciel sereno  da un agreste paesino del Piemonte. Nonostante la ‘morsa’ Magni seppe farsi rispettare, come corridore in linea ( tre giri di Fiandre) e come outsider nei grandi giri. Non vinse il Tour solo per una ‘circostanza’ politica, si portò a casa invece tre Giri d’Italia, bellissimi, strappati coi denti ( non solo in senso metaforico) ai due ‘mostri più mostri’ che il ciclismo italiano e mondiale riuscì a partorire.   Fiorenzo, come gran parte degli sportivi d’allora, era molto obiettivo. Quando gli dissero che avrebbe potuto battere anche Gino e Fausto lui, molto candidamente, esclamò ” Ma non vedete che quando arrivano non sono nemmeno sudati !?“.

Negli innumerevoli, piccoli e anonimi centri d’Italia, sparsi tra montagna, collina, pianura, la ‘voce’ della radio colorava di mito ogni impresa. E di imprese, quei tre, ne facevano. Ad ogni tappa. Risollevando un’autostima italica che era andata sotto le scarpe. Bartali vinse un Tour nel ’38 e si ripetè dieci anni dopo, nel ’48, scongiurando ( si dice) una guerra civile molto possibile dopo l’attentato in quell’anno a Togliatti, leader carismatico del Pci. Coppi, dal ’49 al ’53, toccò vertici ritenuti impossibili, quale la duplice doppietta Giro/Tour. Cosa poteva dunque fare davanti a tanta strapotenza il ‘cipressino‘  di Vaiano se non reagire, da gladiatore d’un tempo antico, fin a strappare tre giri ai colossi, compreso quello del 1950, in combine con Coppi e ai danni d’un Gastone Nencini ‘beffato‘ proprio a due passi ( si fa per dire) da Milano?

I ragazzi che allora giocavano a figurine o a biglie, con le immagini dei campioni impresse, se lo contendevano. Tifare per Magni, in fondo, voleva dire ‘non tenere‘  nè per Achille nè per Ettore, ma semmai per Ulisse ( furbo) o Aiace  ( indomabile) o altro eroe più umano. Rivedere quelle immagini in bianco e nero, oggi, per cogliere lo spasmo della sua fatica, il suo sudore gelido, la sua ansia di non farsi staccare, è un po’ come dargli ( di nuovo, come allora) una pacca sulla spalla. ” Vai, Fiorenzo, ce la puoi ancora fare! I mostri non sono lontani, li puoi raggiungere! Forza Fiorenzo, forza, non mollare,  siamo tutti con te!”.

Roberto Vannoni

 

 

 

 

IL PALMARES DI MAGNI. ( da Giorgio Viberti) Nel palmares di Magni ci sono tante vittorie e di grande spessore. Oltre alla tripletta in terra fiamminga conquistò infatti tre Giri d’Italia (fu anche due volte secondo) e numerose classiche (3 Giri del Piemonte, Milano-Torino, Giro di Toscana, Giro del Lazio, Giro di Romagna, Tre Valli Varesine, Giro del Veneto, 3 Trofei Baracchi, 3 Campionati Italiani). Sfiorò inoltre il successo in altre classiche monumento: un 2° e un 3° posto alla Milano-Sanremo, 3° alla Parigi-Roubaix, 2° e 3° al Giro di Lombardia. E probabilmente avrebbe vinto anche un Tour de France se nel 1950, mentre era in maglia gialla, la squadra italiana non si fosse ritirata durante la dodicesima tappa in seguito alle pressioni di Gino Bartali che era stato aggredito sul Col d’Aspin da alcuni spettatori francesi che non avevano ancora perdonato il ruolo avuto dal nostro Paese nell’ultimo conflitto mondiale. Del resto allora il ciclismo era spesso legato anche agli avvenimenti sociali e politici, tanto che proprio Magni nel 1946 era stato squalificato dalla corse per aver aderito al fascismo e aver gareggiato sotto falso nome. Tre anni prima, infatti, dopo l’Armistizio dell’8 settembre Magni aveva aderito alla Repubblica Sociale Italiana: sarebbe poi stato anche processato per il presunto coinvolgimento in un’imboscata contro un gruppo di partigiani a Valibona, in Toscana, ma fu assolto grazie alle anche alle testimonianze di Alfredo Martini e Gino Bartali, che furono suoi rivali in corsa, e scagionato dall’accusa di collaborazionismo.
«Giuro che non sparai nemmeno un colpo di fucile» aveva avuto modo di ribadire Magni appena una settimana fa, quando a Roma era stato presentato un libro che ne raccontava le gesta, scritto da Auro Bulbarelli, ex voce televisiva del ciclismo e attuale vicedirettore di RaiSport.

 LA BIOGRAFIA. Nato a Vaiano, provincia di Prato, il 7 dicembre 1920, aveva cominciato a pedalare a 13 anni con l’Associazione ciclistica Montecatini Terme, dove gareggiava anche Alfredo Martini. Rimasto orfano di padre a soli 17 anni, l’anno dopo conquistò la sua prima maglia azzurra e fu convocato per i Mondiali, che però vennero annullati a causa dello scoppio della Seconda Guerra Mondiale. Era stato proprio suo padre Giuseppe che gli aveva comprato la prima bici da corsa, una Coveri di Prato.
Fiorenzo aveva un fisico magro e longilineo, tanto che lo chiamavano ‘Cipressino‘, ma ben presto si sarebbe irrobustito diventando un ottimo passista e uno dei più grandi e temerari discesisti nella storia del ciclismo. L’immagine di Magni entrò per sempre nella leggenda anche grazie a un incidente nel Giro d’Italia del 1956, quando cadde e si fratturò una clavicola, ma non volle ritirarsi: si rialzò e continuò a pedalare, affrontando poi la cronoscalata del San Luca, la ripida collina sopra Bologna, stringendo fra i denti e mordendo un tubolare che aveva attaccato al manubrio per sentire meno il dolore alla spalla infortunata e attutire gli scossoni della bicicletta. Così riuscì a portare a termine quel Giro d’Italia, nel quale finì secondo dietro allo scalatore lussemburghese Charly Gaul. L’anno prima, nel 1955, era stato a 35 anni il più vecchio vincitore di sempre di un Giro d’Italia.
Conclusa la carriera agonistica, era rimasto nel ciclismo diventando anche commissario tecnico della Nazionale azzurra, quindi presidente dell’Associazione Corridori ed infine presidente della Lega del Professionismo. Era anche presidente della Fondazione del Museo del ciclismo del Ghisallo. Fu merito suo anche l’introduzione degli sponsor nel ciclismo: nacque infatti da una sua idea la comparsa nel 1954, quando Magni era ancora corridore, delle scritte pubblicitarie sulle maglie dei ciclisti, prima fra tutte – e per questo diventata famosa – la Nivea. Nel 2004 era stato anche insignito del Collare d’Oro al Merito Sportivo. Sabato 20 ottobre, alle 15,30,  nel Duomo di Monza gli sportivi potranno tributare l’ultimo omaggio al Leone delle Fiandre.

 

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