Rimini. Viaggio nelle radici antiche della Fede ( parte IV). Lo stupendo Crocefisso di Giotto.

Rimini. Viaggio nelle radici antiche della Fede ( parte IV). Lo stupendo Crocefisso di Giotto.
Rimini Il ritorno a Efeso di S. Giovanni Evangelista chiesa Sant'Agostino

RIMINI & I GRANDI CONVENTI DEL MEDIOEVO. Un’altra tappa del lungo viaggio alle radici della fede nel Riminese. Nei primi secoli dopo il Mille, Ariminum  torna a rioccupare  gli spazi urbani abbandonati nell’Alto Medioevo,  attrezza un suo nuovo porto e riparte alla riconquista del territorio ( cioè di quello appartenuto all’antica Curia municipale romana), contendendolo tanto alla chiesa locale quanto a quella ravennate.
Nello stesso tempo riallaccia i suoi rapporti commerciali, anche con città lontane, soprattutto a  Nord, riavviando così il motore della ‘rinascita’ non soltanto economica. E’ questo però un periodo dilaniato dalle eresie. Come quella ‘patarina’, forse favorita dall’autorità comunale riminese bramosa di mettere sotto controllo i ricchi patrimoni ecclesiastici, anche correndo il rischio d’accendere un ‘focolaio’ portatore di grandi tensioni sociali e religiose. Di certo la gran parte della gente, più che rivolgersi a quanto già esisteva, invocava  l’arrivo di nuovi ordini, come quelli ‘poveri’ o  ‘mendicanti’, nella fattispecie Domenicani e Francescani oppure Agostiniani e Serviti. Comunque alle eresie si metterà definitivamente il silenziatore ( più o meno)  dal Trecento in poi, allorquando i Malatesti – ormai ‘signori’ della Città- troveranno ( molto) vantaggioso ( per loro) favorire una certa politica di riconciliazione con la Chiesa. Così, a sollecitare  la protestataria rinuncia ai ‘beni materiali’, resteranno in pochi, abilmente isolati e dunque anche facilmente più ‘controllabili’.

Di monasteri, a Rimini e territorio, si ha notizia fin dall’Alto Medioevo. Anche se, di solito, si trattò di ‘piccole chiese così chiamate perché affidate ad un solo sacerdote o, se sparse in campagna o in collina, a qualche santo eremita’. I primi insediamenti appartennero ai Benedettini. E a quest’ordine vanno assegnate le abbazie di San Giuliano e San Gaudenzo, che non dovettero essere le uniche in zona, dato che grande fama godette anche quella di San Gregorio, nei pressi di Morciano. Molto antica dovette essere anche l’abbazia di Montetiffi, tuttora svettante in un angolo ameno di collina, a due passi dal capoluogo di  Sogliano.

 GLI ORDINI MENDICANTI. Il Duecento è anche il secolo degli ordini mendicanti,  affollati di abili predicatori,  dall’agire ben più  intraprendente rispetto ai confratelli più antichi, come i Benedettini. A Rimini e territorio, per restare in casa, gli ordini mendicanti furono presto presenti ‘ con buoni conventi e nuove chiese’. Di cui, purtroppo, in Città, restano solo ‘tracce’ ridotte. Quelle domenicane, ad esempio, furono del tutto ‘cancellate’, mentre di quelle francescane restò la versione ‘malatestiana’ della seconda metà del Quattrocento. Se si vuole tuttora scoprire qualcosa degli originari manufatti francescani occorre perciò percorrere qualche chilometro lungo la valle del Marecchia e sostare a Villa Verucchio dove, alle prime balze del contrafforte che funse da impervio ‘nido’ per  Mastino il Centenario ( meglio noto come Verucchio), si può godere della visione dell’insediamento ‘fratesco’ più antico della Regione. Altro grande insediamento francescano s’installò a Santarcangelo, in quella parte della centrale piazza Ganganelli dove, a tutt’oggi, una volta abbattuti chiesa e   convento, s’è insediato l’edificio delle scuole elementari. Dell’antico straordinario complesso francescano restano, purtroppo, solo alcuni resti murari, tra l’altro molto difficili da recuperarsi.

IL ‘PASSAGGIO’ DI GIOTTO. Un’altra curiosità. La chiesa francescana più importante della diocesi riminese fu certamente quella che sorse vicino alla ‘fossa Patara’ e ai margini d’un minuscolo ‘broilo’ entro le mura cittadine, sulle vestigia della antica chiesa parrocchiale Santa Maria in Trivio, donata ai Francescani nel 1259 dai Benedettini di Pomposa. Qui, secondo attendibili testimonianze, Giotto vi aveva ‘lasciato dei dipinti nella cappella absidale’, alimentando dal Vasari in poi tante fantasiose congetture. Dei dipinti giotteschi  non s’è trovato traccia, ma nel 1935 ecco apparire una ‘vecchia croce’, dipinta su una tavola sagomata e mutilata, che rivelò ( sotto altre  dipinture)  l’immagine d’un Crocefisso di straordinaria bellezza, presto riconosciuta autografa di Giotto. Immagine ancor più straordinaria se la si confronta con la gran parte dei soggetti analoghi  del tempo, dai quali sembrò addirittura ‘estranea’.

Anche perchè il  modello iconografico era del tutto innovativo. Non si trattava infatti di ‘una immagine piatta e sontuosa’, e neppure di ‘una sigla dolorosa, come voleva la tradizione’, ma di ‘una figura delineata realisticamente’ e del tutto sorprendente per la sua palpabile umanità. Non è certo difficile da immaginare nella penombra d’un aula francescana,  spoglia e silenziosa. Con quel suo capo dolcemente reclinato, quasi in riposo. Nell’attesa annunciata e gioiosa del ‘risveglio’ o della ‘resurrezione’, che restava  a fondamento d’una fede  ‘riscoperta’ e perfino ‘rinvigorita’  ma  che seppe rompere con quella remota  immagine di Medioevo, ‘ tenebrosa e patetica’, ‘fantasiosa e astratta’,  lungamente coltivata dalla tradizione.

LE CHIESE E I LORO ARTISTI. Questo è un periodo dove architettura e pittura vanno, come s’usa dire,‘a braccetto’.Del resto, come i Francescani, anche gli altri ordini non tardarono ad aggiornarsi. E a rivolgersi ad artisti di livello, non solo locali.

Tuttavia, a muovere il nuovo corso dell’arte a Rimini e territorio furono soprattutto i pittori locali educati tutti, senz’ombra di dubbio, dal decisivo ‘passaggio’ di Giotto. Oggi, a Rimini, è la chiesa degli Eremitani di Sant’Agostino a conservare il ‘nucleo’ più consistente delle opere di questi artisti. Basti andare agli affreschi della cappella absidale oppure della cappella del campanile, oltre che a soffermarsi su un ‘Crocefisso’ dipinto su tavola sagomata molto simile per impostazione e disegno ad analoghe opere di Giotto. Da sottolineare che unitamente a queste opere figurarono nello stesso edificio un ‘Giudizio universale’, dipinto sull’arco trionfale ( ora, parzialmente recuperato, al Museo della Città) e un ritratto con la ‘Madonna in maestà fra San Giovanni Evangelista e San Paolo’ ( ora a Venezia, presso il Museo Correr).

Anche nel caso di Sant’Agostino, indispensabile è il ricorso all’immaginazione. Per recuperare le emozioni d’opere straordinarie in un contesto originario ‘trasformato’ tra Sei e Settecento. Entrando, i fedeli, si trovavano in un ‘grande vano spoglio coperto da capriate, diviso quasi a metà da un tramezzo che delimitava lo spazio riservato ai frati’. E come prima cosa essi non potevano non accarezzare con lo sguardo l’apparizione del grande ‘Crocefisso’ dipinto su tavola; dopodiché, diventava inevitabile allungarsi sul ‘Giudizio universale’, rendendosi però conto che il ‘Cristo giudice’ altri non era che il ‘Cristo crocefisso’. Avanzando, poi, nella cappella di destra, ecco altri stupendi affreschi che raccontavano la vita della Madonna, dal concepimento alla ‘Dormitio’. Ancora una volta, non abbiamo notizie certe sugli autori dei dipinti, databili fra il 1308 e il 1318.
Autori che lavorarono molto non solo per gli Eremitani di Rimini, ma anche per quelli di Padova, Fabriano e Tolentino. Autori i quali, più che per gli Eremitani, lavorarono per i Francescani, certamente i loro maggiori committenti.
Nelle chiese francescane i pittori riminesi del periodo lasciarono stupendi cicli d’affreschi ( a Verucchio, ad esempio); oltre che altrettanti stupendi crocefissi, dossali e polittici. Una delle ultime botteghe riminesi rimaste attive (almeno ) fino alla metà del Trecento fu probabilmente quella di Giovanni Baronzio ( morto prima del 1362 e sepolto nel cimitero di San Francesco). Un artista raffinato, lento, talvolta anacronistico, ma pur sempre  dalle grandi capacità come dimostra il polittico francescano di Macerata Feltria, ora ad Urbino. Il suo capolavoro, costituito dai polittici gemelli commissionati per la scomparsa Cattedrale di Rimini, uno con la ‘Crocefissione’ l’altro con ‘Santa Colomba’, nella loro sontuosità sembrarono volere riflettere la fioritura economica cittadina e il fasto d’una corte, quella malatestiana, ormai incontrastata ‘artefice’ della Città.

( Parte IV, a questo testo fanno seguito altri scritti sempre sull’argomento ‘Alle Radici…’, rintracciabili attraverso l’indicazione della numerazione attribuita di volta in volta a ‘Parte’). Bibliografia: Arte e storia della chiesa riminese, Pier Giorgio Pasini, Diocesi di Rimini, Skira 1999

Testo a cura di Roberto Vannoni

Nella immagine, ‘Il ritorno a Efeso di San Giovanni Evangelista’, 1310 circa, Rimini, chiesa di San Giovanni Evangelista ( Sant’Agostino), particolare degli affreschi dell’abside.

 

 

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