Emilia Romagna. La festa del maiale a San Mauro Pascoli: a sostengo della tradizione.

Emilia Romagna. La festa del maiale a San Mauro Pascoli: a sostengo della tradizione.
festa del maiale, una passata edizione (foto di repertorio)

SAN MAURO PASCOLI. L’intervento del sindaco Miro Gori in occasione dell’evento del fine settimana a San Mauro: La festa del maiale alla Torre. 

LA FESTA. Venerdì, sabato e domenica prossima ci sarà l’ottava edizione della Fèsta de bagòin ma la Tora : “genuino dialetto sammaurese, che in italiano significa Festa del maiale alla Torre”. L’occasione induce il sindaco Miro Gori a una rapida riflessione sull’identità e sulla cultura romagnola (riflessione pubblicata sulla pagina fabebook). L’intervento nasce anche a seguito “di un’appassionata lettera di Giovanni Nadiani e Marcello Savini pubblicato nella “Voce” di venerdì scorso” spiega il sindaco. “Nadiani e Savini – riassumo in radicale sintesi – affermano che ci si può sentire appartenenti alla cultura romagnola senza condividere, anzi radicalmente respingendo tutto quell’insieme di eventi che si rifanno ai più “vieti” stereotipi della romagnolità pullulanti nelle nostre terre. Che hanno, ovviamente, tutto il diritto di esistere per quello che sono (momenti di svago e di piacere), senza essere per forza gabellati come momenti di appartenenza a un’identità culturale romagnola: concetto che i due autori considerano quanto meno “limitato”.Dopo aver rimandato chi volesse approfondire alla lettura integrale della lettera, vorrei suggerire un’idea positiva di identità. Aperta. Che fondandosi sul passato guardi al presente e al futuro. Che sia un progetto.

L’identità culturale romagnola a cui penso, tanto per esemplificare in modo sommario, s’appoggia su un arco teso tra due grandi artisti e intellettuali, su un musicista nazional-popolare e su una serie di altri intellettuali, artisti e poeti. Faccio i nomi. Giovanni Pascoli con Romagna scrive il manifesto e introduce il tema (fondamentale) del ritorno-ricordo. Federico Fellini, col film omonimo, ripropone e aggiorna l’ Amarcord, direttamente in dialetto, urbi et orbi (col decisivo contributo di un altro grande poeta e sceneggiatore romagnolo, Tonino Guerra). Il musicista Secondo Casadei fa ballare il mondo con Romagna mia. Per tutti gli altri, propongo un solo esempio: Aldo Spallicci che affrontò l’argomento spaziando dalla poesia alla politica.

Ma a che serve l’identità culturale? A dotarci di un viatico: un insieme di conoscenze che ci aiuti a sapere chi siamo. A essere noi stessi partendo dalle nostre tradizioni. Per carità! Niente di eterno. Niente di naturalmente dato. Processi storici e sociali. Un’identità culturale aperta, progettuale, che ci consenta di andare verso gli altri, respingendo obbrobri come il sangue e la razza. Devo concludere e mi permetto di riproporre quanto dissi a un convegno di alcuni anni fa su questi argomenti: “Dobbiamo difendere la nostra identità: pena la perdita di noi stessi in quanto esseri umani fatti per conoscere e agire in modo giusto. Dobbiamo farlo oggi soprattutto, quando la dimensione globale tende alla dominazione dei mercati e delle menti. Per esistere dobbiamo resistere con le nostre tradizioni. Ma sempre pronti a discuterle, a confrontarle con altre”. Aggiungo oggi, ma lo pensavo già allora: a mescolarle, a contaminarle con le altre”.

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