Benessere. Ecco il piano internazionale per combattere il Big food.

Benessere. Ecco il piano internazionale per combattere il Big food.
Obesità infantile. Immagine di repertorio

BENESSERE. Sicuramente molti non ci crederebbero: l’Italia è il paese europeo con il più alto tasso di obesità infantile. Data l’immagine sempre più comune di bambini seduti di fronte a uno schermo con un’ipercalorica merendina in una mano e il telecomando o il mouse nell’altra, potremmo immaginare che ogni misura adottata per fermare questa epidemia trovi il pieno sostegno dell’opinione pubblica.

Nulla di più errato; basti pensare al recente flop della proposta di tassazione delle bibite gassate. Mero tentativo di “far cassa” è stato detto. E’ questo il lavoro di ricerca per la tesi di Tatiana Tallarico, laureata Bocconi. Ma se fosse anche un utile strumento per limitare il consumo di sostanze “obesogeniche” promosse aggressivamente dalle grandi corporation alimentari? Le stesse che negli Stati Uniti sono riuscite a far passare la pizza come verdura per permetterne la consumazione nelle mense scolastiche. Una cosa è certa: a prescindere dalla soluzione adottata, la collaborazione della società civile è indispensabile per implementarla. Questo però non è il caso del nostro paese, dove la sensibilità sul tema è ancora molto limitata.

Le molteplici e recentissime iniziative di corporate social responsibility (csr) intraprese negli ultimi anni dall’industria alimentare si sono dimostrate altamente utilitaristiche. D’altro canto un’efficace regolamentazione è ostacolata in primo luogo dall’intensa azione di lobby: così come “Big tobacco”, anche “Big food” ricorre a strategie di marketing per limitare l’effettiva percezione della minaccia alla salute globale che ha contribuito a creare.

Per aiutare i singoli paesi a far fronte alla sfida, può essere utile un accordo internazionale promosso dall’Organizzazione mondiale della sanità, come insegna il caso della Convenzione quadro per il controllo del tabacco. Proprio perché potenzialmente più efficace, questa non è affatto la soluzione più semplice a causa dei costi, della difficoltà di raggiungere i paesi emergenti, della pressione dell’industria alimentare e dei limiti legati alla sovranità nazionale. Nel 2004 l’Onu ha quindi riconosciuto il ruolo determinante rivestito dalla società civile nel sensibilizzare, promuovere e monitorare l’azione, essendo questa in grado di esercitare una pressione che può risultare molto influente.

Tuttavia, un importante limite all’azione in Italia è la scarsa rilevanza che la società civile sembra attribuire al problema. Basti pensare che delle 85 organizzazioni parte del network per l’implementazione della convenzione Onu sui diritti dell’infanzia e dell’adolescenza in Italia, solo 17 affrontano il tema dell’obesità infantile sui loro siti web. Tra queste, l’approccio prevalente è di mero rimando a pubblicazioni sul tema, mentre le poche impegnate in iniziative di sensibilizzazione lo fanno senza alcun riferimento al ruolo dell’industria alimentare, sollevando piuttosto il tema della responsabilità individuale a sani stili di vita.

È invece di fondamentale importanza che l’idea di “regolamentazione” non sia contrapposta a quella di “libertà individuale”, strategicamente propugnata dalle lobby e sostenuta con miopia da alcune associazioni di consumatori, schierate dalla parte dell’industria pur partendo da motivazioni differenti.

Urge quindi una maggiore sensibilità delle organizzazioni della società civile al problema e alle sue radici. Una società mal informata non solo non rappresenta un valido alleato delle istituzioni per la creazione di soluzioni sostenibili, ma si trasforma, al contrario, in un ulteriore ostacolo all’avanzamento della salute pubblica.

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