Emilia Romagna. Commercio: ‘Necessario un cambio di rotta’.

Emilia Romagna. Commercio: ‘Necessario un cambio di rotta’.
Crisi del commercio. Immagine di repertorio.

EMILIA ROMAGNA. Nei primi quattro mesi dell’anno, per ogni negozio che ha aperto, tre hanno cessato l’attività. Complessivamente, dall’inizio del 2013, la distribuzione commerciale ha registrato la chiusura di circa 21.000 imprese, per un saldo negativo di 12.750 unità. Sono i dati contenuti in uno studio di Confesercenti che mostra come la desertificazione delle attività commerciali in Italia sia un fenomeno in continua accelerazione, e potrebbe portare – secondo le stime della Confederazione – alla scomparsa dell’intera rete dei negozi al dettaglio nel nostro Paese già nell’arco dei prossimi 10 anni. E, se si dovesse continuare di questo passo, già a fine 2013 sparirebbero ancora circa 43.000 negozi.

“Si tratta di un’emergenza sociale, economica ed occupazionale insieme. Se si considera che, mediamente, ogni impresa del commercio occupa tre persone, si rischia di vedere crescere la disoccupazione di oltre 120 mila unità entro la fine del 2013. Il nostro Paese non può permettersi la catastrofe del settore commerciale, perché il conto sarebbe troppo salato – spiega il consigliere regionale Pd, Thomas Casadei -  A produrre questa situazione non è solo il crollo dei consumi dovuti alla crisi, ma una lunga serie di scelte sbagliate compiute negli ultimi 15 anni. Si è preferito infatti investire su enormi centri commerciali, sovente “non-luoghi” di cemento che hanno divorato il territorio delle periferie di città e paesi, con un enorme consumo di suolo e intensificazione di tutta una serie di fenomeni che vanno in direzione opposta rispetto a pratiche di rigenerazione urbana, stili di vita eco-compatibili, mobilità sostenibile.

Il danno per i centri storici è incalcolabile, così come la perdita di antichi legami di fiducia e socialità che caratterizzano spazi urbani e quartieri ove sono presenti negozi e attività commerciali di prossimità.

C’è bisogno di un radicale cambio di rotta. A cominciare da una serie di interventi urgenti per facilitare la tenuta dei piccoli negozi e da regole di mercato che evitino distorsioni della concorrenza e lo strapotere dei giganti di cemento sulle piccole attività al dettaglio.

Salvare il commercio storico significa salvare dal declino i centri cittadini. I piccoli negozi vanno sostenuti con politiche di rete affiancate ad adeguati interventi pubblici e privati in grado di promuovere il commercio attraverso iniziative culturali, operazioni di rinnovo dell’arredo urbano, promozione dei prodotti tipici presenti da sempre nei nostri centri storici.

Credo sia molto importante favorire anche l’aggregazione tra i commercianti, nell’ottica di una comune identità, al fine di migliorare la qualità degli spazi pubblici, e permettere ai Comuni di collaborare tra loro ottimizzando le risorse destinate alla promozione del territorio.

Salvare le botteghe e i negozi non significa solo salvaguardare un settore economico di particolare rilevanza. Il commercio è infatti un elemento di integrazione e coesione sociale, di sviluppo e salvaguardia del territorio, nonché di contrasto alla marginalizzazione”.

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