Processo al Rubicone: un ‘simbolo’ più che un ‘fiume’. Perchè tuttora insegnamento e monito.

Processo al Rubicone: un ‘simbolo’ più che un ‘fiume’. Perchè tuttora insegnamento e monito.
Cesare e il Rubicone ( imm.ne i rep.rio)

IL PROCESSO AL RUBICONE. Per la 13a puntata dei processi sammauresi del 10 agosto il tema in aula ha sconvolto pure il tradizionale andamento del riuscitissimo format. Nel senso che, se finora si doveva decidere chi era colpevole o innocente, questa vota, non era richiesta alcuna sentenza di colpevolezza, ma solo una indicazione ( finalmente) esaustiva su una secolare diatriba: quella di riconoscere dove C. Giulio Cesare, nel 49 a.C., abbia attraversato o meno il confine fluviale che separava l’Italia dalla Gallia, o meglio, la legalità imposta da una repubblica in fase di estinzione dalla illegalità d’un nuovo padrone  portatore di guerra.
LE TESI VINCITRICE. Chi ha vinto? La tesi del Pisciatello-Urgòn, sostenuta con dotta puntualità, da Paolo Turroni. Poco o nulla hanno potuto  infatti  le due altre ‘difese’ in campo a sostegno dell’Uso e di Fiumicino, e non perchè non ossero state altrettanto efficaci, ma perchè sembra proprio che l’insieme delle prove offerte dalla storia ( la Centuriazione romana, i nomi dei luoghi, i vari documenti in possesso, i nomi delle pievi, le antiche pergamene ravennati, le carte geografiche vaticane e perfino la prima carta a stampa della Romagna)   propendano per quella soluzione. Non definitiva, certo, ma già una prima esaustiva soluzione, dopo anni di sterili polemiche.

QUALCHE NOTA DI COMMENTO. Il voto della folta platea accorsa alla Torre di San Mauro Pascoli ( con  circa 260 consensi , su oltre 700 votanti) ha ‘risolto’ un antica querelle che aveva coinvolto, nel tempo, numerosi studiosi e anche media molto importanti.
E  soprattutto inglesi, visto che al tema si sono  interessati nel tempo alcuni dei loro giornali più prestigiosi, come The Guardian, Dayl Mail  o Times. Ma perchè tanta attenzione?
In effetti, che Cesare abbia attraversato un confine lì piuttosto che là, e comunque a pochi chilometri l’uno dall’altro, non parrebbe motivo sufficientemente valido per alimentare tanta disputa. Il problema è che quell’attraversamento è entrato nella mente di popoli con un suo carico di simbologie che lo rendono gesto sempre attuale. Anzi, insegnamento e monito per eventuali future vicende umane.
MONITO E INSEGNAMENTO. E forse è proprio la necessità di apprendere ( come sempre) qualcosa ( dal passato) che l’episodio mantiene tutto il suo fascino. ” Se Antonio non eseguirà gli ordini del Senato ( di mantenere  cioè l’esercito al di qua del Rubicone senza avvicinarsi a Roma a meno di 200 miglia) non sarà il Senato ad avergli dichiarato guerra, ma sarà lui che l’avrà dichiarata al popolo romano” aveva detto Cicerone, in senato, prima dello scontro ultimo. Cesare, infatti, era già caduto sotto i pugnali dei congiurati; lui, nell’inverno del 49 a.C.,  sulle ali dei successi in Gallia e Britannia, aveva già sfidato ( a suo rischio e pericolo)  la decadente autorità repubblicana. ” Andiamo – aveva detto – dove ci chiamano i prodigi degli Dei e l’ingiustizia degli uomini”.

Ora erano altri ad avere raccolto il suo testimone. Prima Antonio, suo fedele generale, poi, Augusto, il giovanissimo nipote del dittatore morto. Che con abilità insospettabile mise tutti a tacere, liquidando la Repubblica e tutte le sue secolari ( ma ormai inefficienti) istituzioni e instaurando una vera e propria rivoluzionaria monarchia di carattere divino.
E questo perchè,  a volte, il cuore dei  popoli, è difficile da leggere.  I Cesaricidi s’attendevano che Roma li acclamasse, invece, dopo qualche attimo di silenzio tombale, gran parte del  popolo si scatenò contro di loro. I quali, intimiditi, non seppero fare altro che fuggire; fino alla definitiva resa dei conti in Grecia, a Filippi.
Anche le repubbliche, animate da principi sacrosanti quali la libertà e la democrazia, debbono non dimenticare le necessità dei più. Le ingiustizie, più ancora delle differenze, recano ferite profonde, brucianti, che bene e spesso gridano vendetta.
E chi sa dare sbocco alla condizione d’insofferenza, chiaramente, cattura l’animo del popolo. Che i  cesaricidi credono d’interpretare uccidendo l’aspirante tiranno; invece, sorpresa delle sorprese, ottengono solo di lasciare  lo Stato in mano  a qualcuno pronto a raccoglierne  la guida.
Il problema, infatti, in certe circostanze,  è quello di trovare l’erede di colui che traccia il solco. Come lo fu Augusto. E comunque quella frase, gridata nel gennaio del 49 a.C., suona ancora per il Mondo. E soprattutto la dove la libertà si è realizzata in forme democratiche. Più o meno consolidate. Come in Inghilterra, non a caso. Ma anche  come nell’Italia di Mussolini, che decise il Rubicone-Fiumicino per decreto. E inoltre in tante regioni d’Europa, soprattutto attuali, dove libertà e democrazia, sotto gli impulsi di crisi improvvise e devastanti, rischiano ogni giorno di più. Se non in tutti i paesi, di sicuro in qualcuno dei più deboli tra loro.

ALEA IACTA EST! ” Andiamo –  indica,  Cesare, all’eternità – dove ci chiamano i prodigi degli Dei e l’ingiustizia degli uomini”. Ovvero:  ” Alea iacta est!”.  Mentre la XIII Legione, da Ravenna, senza attendere le risposte del Senato, aveva preso a marciare verso il Rubicone. Con sosta a Rimini e meta a Roma. Dove si stava predisponendo il campo per  la disputa del duello finale.

 

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