Machiavelli. Una ‘lezione’ attuale. Anzi, fin troppo attuale. Per ridare gambe al futuro.

Machiavelli. Una ‘lezione’ attuale. Anzi, fin troppo attuale. Per ridare gambe al futuro.
MOSTRE: IL PRINCIPE MACHIAVELLI E IL SUO TEMPO AL VITTORIANO

INEDITO. Benedetto Croce si sbilanciò: “ E’ risaputo che il Machiavelli ha scoperto la necessità e l’autonomia della politica che è di là, o piuttosto di qua, dal bene o dal male morale, che ha le sue leggi a cui è vano ribellarsi, che non si può esorcizzare e cacciare dal mondo con l’acqua benedetta”. Sulle orme del Croce transitò anche Federico Chabod : “ Con ciò, dunque, Machiavelli, buttando a mare la unità medievale, divenne uno degli iniziatori dello spirito moderno”.
Eppure, ci aggiorna Maurizio Viroli, se Machiavelli avesse davvero enunciato la tesi dell’autonomia della politica, questo sarebbe stato il suo peggiore insegnamento, da ricordare ( soltanto) come semplice curiosità storica. In effetti, il segretario fiorentino, ci ha lasciato ben altro, e di molto più importante. Ci ha lasciato riflessioni preziose, inedite,  sul ‘rapporto fra azione politica e principi etici’. Che hanno generato ideali, sì ideali, strani a citarsi per un personaggio passato alla storia per il suo ‘ cinico realismo’, e che restano tuttora intatti nel loro fondamento: buoni ordinamenti  politici a favore del bene comune, esercizio super partes della legge, libertà e dignità della Patria, lotta alla corruzione, riconoscimento della virtù per accedere alle alte cariche e odio verso ogni forma di tirannide. Si è detto che Il Principe, la sua opera più nota, inaugura una sorta di ‘moderno realismo politico’. Ma la lettura è di superficie, perché se si scava nel personaggio Machiavelli lo si può allineare, al massimo, ad un ‘ realista sui generis’.

Che ha cercato ‘ caparbiamente i modi per far diventare reale una    visione (solo) immaginata’. E costruita ( sostanzialmente) sui testi antichi, particolarmente latini, le sue ‘care’ letture,  trasformate in una sorta di ‘suggerimenti ( spesso) visionari’ attraverso l’opere scritte che  ha lasciato: Discorsi sopra la prima deca di Tito Livio ( per esortare i contemporanei a mettere in pratica la saggezza politica dei romani), l’Arte della guerra ( per dotare l’Italia di eserciti suoi), Istorie Fiorentine ( per liberare Firenze dalla corruzione e dalle sette). Ne Il Principe, poi, come annotò Antonio Gramsci, recuperò ( sostanzialmente) il mito del Redentore. Che aveva partorito a seguito delle sue immaginazioni, che miravano ‘ alla redenzione della Patria’, sia essa stata Firenze o ( addirittura) l’Italia ( intera), attraverso il superamento d’una condizione ‘ desolante, e di disorientamento diffuso e senza più la indispensabile fiducia in se stessa’.
S’è talvolta discusso sulla ‘conversione’ in punto di morte di Machiavelli. Dove, probabilmente, come sostiene Giuliano Procacci, a dargli l’estrema unzione non fu frate Matteo ( come ha raccontato  il figlio tredicenne Piero) ma frate Alemanni, cugino di un altro Alemanni,  fuggito in Francia per avere partecipato alla congiura antimedicea del 1522. Niccolò ‘ fustigò ferocemente la corruzione della Chiesa, che frequentava di rado, probabilmente convinto che il cosmo fosse abitato da potenze occulte che poco avevano a che fare con la concezione cristiana’. Eppure, ci sono ‘ripensamenti’ in lui in cui la via indicata dal Cristo appariva quella giusta. Bastava interpretarla e viverla correttamente -  raccomandava –  visto che essa invitava ad amare la patria e ad  essere forti per poterla difendere ( tanto) dal dominio straniero, (quanto) dalla tirannide e dalla corruzione. Nelle lettere private Niccolò parla di Dio che salva gli innocenti dalla malignità dei più cattivi. Tuttavia la gloria del mondo, pur non prescindendo da Dio, è conquista umana. Per Machiavelli, infatti, sono i ‘cieli’ ad offrire l’occasione agli uomini di rendersi immortali. Il segretario, che s’era speso per anni in difesa della sua città, e dell’ordinamento repubblicano che essa s’era data sotto la guida del gonfaloniere perpetuo Pier Soderini ( suo malgrado ‘incapace del male necessario’), dedica Il Principe a Lorenzo de’Medici, anche se non s’era esentato (qualche tempo prima) perfino dall’esortare Giuliano a restaurare un governo repubblicano in Firenze. Quasi un’assurdità, per un uomo che conosceva molto bene le mire, tutte già manifestate, della potente famiglia, cacciata e ripresa più volte dalla città. I loro intenti non andavano certo nella direzione  di dar vita ad un ‘principato nuovo’ e ‘illuminato‘, come avrebbe sperato Niccolò. Ma ad una tirannide più o meno ammantata. Certamente dura.

Assurdità o ingenuità o opportunismo, il suo? Contraddizioni che possono sempre starci, eventualmente, anche in uomini portati più alla scienza che agli umori. E comunque atteggiamenti inutili, per lui, visto che non gli hanno risparmiato prima il sospetto ( di avere partecipato a una  congiura antimedicea), poi la destituzione da segretario, quindi la consegna agli Otto con l’internamento in carcere e la tortura, e infine ( non il patibolo ma) l’esilio fuori città.
In quel mitico Albergaccio, dove ( tra l’altro) nacque Il Principe, durante le interminabili e piacevoli ore notturne, come lui stesso rivela: “ Venuto la sera, mi ritorno in casa, et entro nel mio scrittoio; et in su l’uscio mi spoglio di quella veste cotidiana, piena di fango e di loto, e mi metto panni reali e curiali; e rivestito condecentemente entro nelle antique corti degli hantiqui huomini, dove, da loro ricevuto amorevolmente, mi pasco di quel cibo, che solum è mio, e che io nacqui per lui; dove io non mi vergono parlare con loro, e domandargli della ragione delle loro azioni; e quelli per la loro umanità mi rispondono; e non sento per quattro ore di tempo alcuna noia…”.

Ma chi era, e come doveva comportarsi, per Niccolò, il nuovo Principe? Ovvero quell’ individuo che, se non aveva ancora ben consolidato il suo potere ( come, appunto, i Medici),  doveva però ‘ sapere bene usare la bestia e lo uomo’; e della bestia pigliare ad esempio ‘ la golpe ( volpe) et il lione: perché il lione non si difende da’ lacci, la golpe non si difende da’ lupi’; perché bisogna dunque ‘ essere golpe a conoscere e lacci, e lione a sbigottire i lupi’. Esattamente l’opposto di quanto avevano ammonito fino ad ora gli scrittori antichi, Cicerone in primis.
C’era, quindi, in queste metafore, un suggerimento metodologico nuovo. Convinto. Lucido. Articolato. Che gli derivò, poi, perfino la sbrigativa etichetta ‘ di cinico strumento d’un fine da raggiungere con qualsiasi mezzo’. Si trattava invece, per lui,  di vedere le cose nella loro corretta  realtà. Che non prevedeva un principe generoso ad oltranza, per ingraziarsi i suoi sudditi o i suoi protetti,  andando solo a scialare risorse pubbliche; e neppure una ‘pietà usata male’. Per Niccolò, infatti, occorre distinguere fra ‘ crudeltà male usate’ e ‘ crudeltà bene usate’. Le prime recano solo danno, le seconde ( per quanto siano discutibili ) no. Cicerone e gli umanisti sostenevano che nessuna ( azione) è più efficace ‘ a difendere e mantenere il potere che l’essere amato’, e nessuna ‘ più contraria che l’essere temuto’. Errando, però.
Machiavelli infatti ribatte ‘ vorre’ essere l’uno e l’altro’ ma poichè è più difficile essere temuti ed amati in un tempo ‘ è più sicuro essere temuto che amato, quando si abbi a mancare de’ dua’. Tornando all’etichetta, Niccolò non ha mai insegnato che il ‘ fine giustifica i mezzi’ e che al politico ‘ è lecito fare ciò che agli altri è proibito‘. Ha insistito semmai sul concetto che ‘ chi si impegna a realizzare un grande fine non deve temere di esseregiudicato crudele o avaro, ma deve sapere fare il necessario per completare la sua impresa‘.
Sarebbe stato un ‘suggerimento’ troppo scontato, troppo comodo.  Per lui è ammessa infatti ‘mano libera‘ solo per chi punta a grandi obiettivi, come imporre la legge e la pace dove regnano caos e arbitrio, come a fondare nuovi stati, come a liberare l’Italia dai barbari, quelli con i ( figli dei quali) dovremmo oggi ( giocoforza) andare d’accordo. Per dar vita alla Grande Europa. Ma che, negli ultimi due o tre secoli, si sono fatti in quattro per impoverirci e ridimensionarci.
Fino ad attardarci. Fino a costringerci ( con ampio contributo nostro ) ai ( modesti)  giorni odierni. E che tali resteranno se  non riusciremo a scovare qualcuno, principe o simil homo o più homini che siano, che partendo dalle rispettive forze politiche impegnate in   libero gioco democratico, amando come Machiavelli ( sopra ogni altra cosa)  il suo ( o loro) Paese,  ci aiuti ( o ci aiutino) a recuperare ( quanto possibile) della grandezza perduta. Vadano nel frattempo nell’Altrove, gli autolesionisti e tutti coloro che amano ‘sputare nel piatto loro’.
Vadano. Per il bene nostro, ma anche dei figli ( spesso male informati ) di quei  ’ barbari‘ che non sognavano altro, allora, nel Cinquecento, il tempo di Niccolò Machiavelli, che venire a ‘fare saccheggio‘ delle città ( tra le) più belle, ricche e vitali d’Europa.
Tra l’altro, per Niccolò,  come insegnava ( in età avanzata) ai giovani studiosi che convenivano per ascoltarlo  nella serenità ( esclusiva) degli Orti Oricellari, era  ( senz’altro)  quel contributo la via migliore per giungere all’ immortalità.

NOTA A MARGINE. La scorsa  primavera a Roma , esattamente al Vittoriano, s’è tenuta una ‘piccola’  mostra su Niccolò Machiavelli. Non ha avuto il richiamo che meritava. Si è presentata  infatti documentata ma anche appartata, discreta, senza polemiche. Eppure più che al passato era rivolta al presente. Quello della mediocrità politica odierna. In Italia, in Europa  e nel Mondo. A molti poteva tornare dunque utile. Per via di quei tanti e preziosi consigli che Niccolò Machiavelli, il segretario fiorentino, sa ancora offrire.  Ma chissà quanti l’hanno visitata e  poi ne hanno tenuto conto?  Comunque, volendo, e con poco, si può ancora rimediare.

°  Bibliografia: Maurizio Viroli, Il sorriso di Niccolò, Editori Laterza, Roma-Bari.

 

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