Assistenza domiciliare ieri, oggi, e domani: l’Adi forlivese compie 20 anni

Assistenza domiciliare ieri, oggi, e domani: l’Adi forlivese compie 20 anni
adi forlì

Forlì. Dalle tre pioniere che nel 1993, con mezzi propri, iniziarono effettuare terapie e medicazioni a domicilio, ai 35 infermieri che oggi hanno in carico 600 pazienti, e durante l’accesso a casa dei malati, riescono a registrare i dati clinici sull’I-Pad in dotazione, l’Adi (Assistenza domiciliare integrata) ne ha fatti di progressi; restando ai numeri, basti pensare che, nel 2012, il servizio ha eseguito ben 1.900 interventi, su circa 1.700 pazienti, assicurando una vasta gamma di prestazioni che spaziano dai prelievi alla terapia infusionale, dalla gestione del catetere vescicale e/o venoso, alla nutrizione artificiale, sino all’ossigenoterapia e all’educazione all’uso dei dispositivi.

 

In questi giorni, ricorre il ventesimo anniversario dalla nascita del servizio di assistenza domiciliare forlivese, partito nel novembre del 1993, prima esperienza di questo genere in Emilia-Romagna. Se molto è cambiato, inalterati sono rimasti i valori ispiratori: assicurare prossimità delle cure e continuità assistenziale, ridurre l’ospedalizzazione, consentendo al paziente non autosufficiente di restare nella propria abitazione, e favorire la dimissione precoce dai reparti attraverso una rete territoriale che consenta il proseguimento del programma terapeutico sul territorio. Tutti principi oggi più che mai attuali e in linea con le più recenti indicazioni regionali in materia.

 

«A livello di assistenza domiciliare siamo stati dei precursori – conferma Loretta Vallicelli, responsabile infermieristica del Distretto dell’Ausl di Forlì –. Prima c’erano esperienze frammentarie di assistenza domiciliare, legate all’aspetto sociale o limitate ad alcune patologie, in particolare oncologiche, portate avanti da associazioni di volontariato, come lo Ior». Il primo servizio strutturato, a carico dell’Azienda Usl di Forlì, si rivolse in prima battuta alla popolazione over 60. «Allora, all’infuori del reparto ospedaliero di Geriatria, non c’era nulla per gli anziani. A promuovere l’assistenza sul territorio fu la dott.ssa Maria Luisa Melandri, medico del Distretto responsabile, non a caso, del modulo anziani – ricorda la dott.ssa Donatella Cilla, medico del Dipartimento di Cure Primarie dell’Ausl di Forlì –. Grazie alla collaborazione col primario della Geriatria, dott. Pedone, che a sua volta sostenne convintamente la domiciliarità delle cure, il servizio partì, pur con poche risorse, al punto che le tre infermiere coinvolte si recavano a casa dei malati con mezzi propri». Negli anni, lo sviluppo è stato continuo e costante, con l’organizzazione di percorsi distinti per patologia. «Il primo, antecedente addirittura la creazione dell’Adi e gestito dallo Ior, mirava a garantire cure palliative a domicilio per il paziente con neoplasia o in fase di terminalità – ricorda Laura Tedaldi, coordinatrice dell’Adi – Nel 2001, in collaborazione con l’Ail, abbiamo avviato il percorso di gestione a domicilio del paziente oncoematologico, effettuando trasfusioni, prelievi, visite, mentre nel 2006 è partito quello nutrizionale». I nuovi percorsi che oggi si stanno attivando, invece, riguardano l’ambito pediatrico e la gestione a domicilio dei pazienti con problemi respiratori, come i tracheostomizzati.

 

Nel prossimo futuro, sono in vista importanti evoluzioni anche dal punto di vista organizzativo e tecnologico. «Inizialmente l’Adi vedeva un forte ruolo del medico di famiglia, che resta comunque la figura incaricata di attivare il servizio domiciliare; adesso, però, si va verso una sempre maggior autonomizzazione dell’infermiere, chiamato a garantire l’appropriatezza delle cure con risposte assistenziali in linea con la natura dei bisogni di salute espressi – illustra Vallicelli –. Ciò è possibile grazie alle nuove competenze acquisite, e a una costante specializzazione. Oggi, ad esempio, abbiamo chi, avendo frequentato un apposito Master, ha maturato profonda esperienza nella gestione delle lesioni acute e croniche a domicilio, al punto che è stato redatto uno specifico protocollo aziendale per disciplinare tale servizio, in stretta integrazione con l’ospedale». Nello stesso tempo, l’Adi è destinata a divenire lo snodo cruciale della rete dei referenti per il mantenimento a domicilio del paziente, in stretta integrazione sia coi servizi sociali sia con attori nuovi, come il volontariato. «Il personale Adi è inserito all’interno delle Case della Salute e dei Nuclei di cure primarie, favorendo una presa in carico condivisa della cronicità – illustrano Vallicelli e Tedaldi – inoltre, collaboriamo con tutti i servizi territoriali, cui siamo interconnessi; esiste, ad esempio, una cartella socio-sanitaria integrata compilata ciascuno per la propria parte da operatori sociali e sanitari, che posso così scambiarsi informazioni. Da poco, è partito un progetto sperimentale che consente agli infermieri di registrare, durante l’accesso a domicilio, i dati del paziente nell’I-Pad in dotazione e dialogare con la cartella infermieristica informatizzata».

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