Tra vecchio e nuovo anno. ‘Trionfo’ Fiat in America. New York ‘italiana’. Fausto, il campione più ‘grande’.

Tra vecchio e nuovo anno. ‘Trionfo’ Fiat in America. New York ‘italiana’. Fausto, il campione più ‘grande’.
Coppi e lo Stelvio

 

 

 

 

 

 

NOTIZIE DI CRONACA ( E NON SOLO). Ora c’è l’accordo: Chrysler è tutta Fiat. Ovvero tutta italiana. E mentre John Elkann ( il presidente) se lo aspettava fin dal 2009, Sergio Marchionne ( lo stratega) non ha potuto trattenere tutta la sua soddisfazione.
Resterà sui libri di storia” ha sbottato, e con tanta ragione dalla sua, visto che l’impresa è di quelle che varcano i limiti dell’immaginazione, soprattutto se a compierla è un italiano di una Italia perennemente sottovalutata e che alla cravatta o al frac dei criticoni  ha sempre preferito un comodissimo e caldo maglioncino blu di chi lavora .
Ora cambia davvero tutto, per  la casa di Torino, assetti e prospettive, dopo aver conosciuto ( non scordiamolo mai) l’orlo del baratro solo qualche anno fa. Tra l’altro il prezzo strappato è stato particolarmente vantaggioso: quel 3,65 miliardi è inferiore sia al 4,2 ipotizzato dalle banche, sia ai 5 chiesti dal sindacato dei metalmeccanici Usa. Un affare pure se si pensa all’investimento di 36 miliardi di Daimler in Chrysler nel 1998 e ai 7,4 versati da Cerberus nel 207 per l’80% della casa di Detroit. L’operazione, comunque, si chiuderà ufficialmente entro il 20 gennaio, ma l’entusiasmo che trapela dalla direzione della casa torinese non va sottaciuto. Anche perchè è l’ennesimo segnale, semmai ce ne fosse stato bisogno, dell’enorme, inesauribile, sorprendente, humus vitale che alimenta  il Belpaese.

NEW YORK, ALTRO MAYOR ITALIANO. Dopo La Guardia e Giuliani ecco De Blasio. Un altro sindaco italiano per la Grande Mela. Che di italiani ( ai giorni nostri) ne conta a centinaia di migliaia, addirittura,   forse,  due milioni e più. Del resto, dell’Italia, la città di New Jork, è da sempre ricolma. E fin dalle sue origini, grazie a quei ‘girovaghi’ del mare come Vespucci, Pigafetta, Varazzano, che la grande baia hanno scoperto, esplorato e predisposto alla velocissima ed esplosiva  colonizzazione.

Bill De Blasio, democratico,  ha stravinto la poltrona amministrativa della città simbolo del mondo moderno. Il suo avversario, Joe Lhota, repubblicano, ha ottenuto soltanto il 24% delle preferenze.  Un divario abissale, e tutto a favore di questo padre d’una aggiornatissima ‘modern family‘,  multirazziale, com’è multirazziale la popolazione che abita la straordinaria  New York.
Un padre che guarda dall’alto al basso, per via dei suoi 1,96 d’altezza, la moglie Chirlane, di colore, e anche i due figlioli, Dante, in maglione e jeans e  capoccione ‘afro‘ da far invidia a Obama, e Chiara., con in capo il capello conico di Halloween  riadattato per la notte di San Silvestro. Con Bill De Blasio si chiude l’era ventennale repubblicana Giuliani-Bloomberg, e si (ri) apre  quella liberal. Dopo 23 anni di attesa.
Questa volta davanti a Bill Clinton, l’amico e non solo di partito, che gli ha imposto il ‘giuramento‘, solo qualche attimo prima d’una sua irridente stilettata ” verso le critiche all’aumento delle tasse di circa tre dollari al giorno. Il prezzo d’un caffè al latte di soia da Starbucks”, ha sottolineato infatti Bill De Blasio, italo-americano di New Jork, con un sorriso.

TUTTI I GIOCHI IN MANO AL PRESIDENTE? Nel suo ‘messaggio‘ di fine anno , il presidente Giorgio Napolitano, non ha soltanto strabattuto ‘boicottaggi‘, ‘ contromessaggi’  e ‘ dati di ascolto‘ , ma ha anche ribadito alcuni ‘paletti’ che i ‘ signori e signorini‘ della politica vorrebbero mettere con la solita leggerezza nel dimenticatoio.
Intanto, il Presidente, ha ribadito ( qualora ce ne fosse stato bisogno) che  non ha intenzione ( anche per ragioni di età ) di restare più di tanto  al Quirinale; poi, che le ragioni per le quali ha accettato l’incarico bis, restano intatte sul piatto e tra queste, il compimento della riforma elettorale. Con il Porcellum, delegittimato dalla Corte, non è più possibile votare. E neppure col Matarellum. Bisogna inventarsi un altro strumento, dove i cittadini padroni dello Stato possano almeno azzardare delle preferenze. Almeno. Nella speranza che la nuova, eventuale, legge  non sia  un’altra ‘porcata’. 

ANNIVERSARI: IL RICORDO DEL PIU’GRANDE. Nel Dopoguerra due erano gli sport ‘prediletti’ dagli italiani: il calcio, nel periodo invernale, il ciclismo, nel periodo estivo. In quegli anni di ricostruzione dai danni provocati da una guerra che un Paese ancor giovane come l’Italia doveva evitare, non c’erano solo case, scuole, fabbriche, da rimettere in piedi. C’era il morale, quello che sgorga dal profondo d’un popolo come acqua sorgiva, da recuperare. L’umiliazione, o le umiliazioni, erano state tante. Qualcuno, come in Francia, ci chiamava perfino ‘ Italiani traditori‘.
Eppure in quella Francia ostile, e perfino pericolosa per molti dei nostri atleti, uomini chiamati Gino e Fausto,  oltre che a ridare onore alla nostra gente, hanno scritto alcune delle pagine più memorabili che lo sport, qualsiasi sport, in qualsiasi latitudine, possa scrivere. Per questo, quando si parla di loro, non si può circoscriverli al solo ambito ciclistico. Essi sono stati sport, ciclismo, umanità, a livelli difficilmente ripetibili. E comunque esemplari. Qualche atleta in seguito, con tutte le assistenze della moderna medicina sportiva, alimentazione e organizzazione, ha potuto mostrarsi anche ‘ più forte‘ di loro, magari vincendo qualche alloro in più in gare a loro impedite dalle lunghe interruzioni della guerra.

Il 2 gennaio 1960, ore 7,45,  moriva Fausto Coppi. Raphael Geminiani, francese, ma figlio di italiani migrati da Lugo, in quei giorni era in coma. A causa di un grave attacco di malaria, contratto ( assieme a Coppi, con il quale condivideva la stessa stanza) nell’Alto Volta, durante una estemporanea escursione tra caccia e ciclismo. Raphael si svegliò il 6 gennaio, e fu solo allora che la moglie potè dargli la notizia della morte del grande di Castellania. Geminiani aveva sconfitto la malaria, Coppi no.
Geminiani e Coppi furono anche compagni di squadra, nel 1952. Uno degli anni magici di Fausto, dove ottenne una doppietta ritenuta impossibile: Giro e Tour.  ” Al Tour ( dove si correva con le maglie nazionali) cerai di combatterlo, dovunque, ma in quell’anno Coppi era imbattibile. Raphael arrivò 11°, ma il distacco fu abissale. Coppi, che al Tour potè andare ( suo malgrado) solo tre volte, in quell’ anno, aveva 33 anni, e non aveva misericordia per alcuno. I francesi se ne innamorarono. E grazie a lui anche agli italiani venne concessa … un’altra chance per rifarsi dal comportamento tenuto dal Fascismo nella seconda grande guerra. Tornò l’orgoglio, tornò la voglia di risalire da una condizione arretrata, e per molti versi endemica, nella graduatoria dei popoli più prosperosi del Mondo.

” Fausto non era solo un campione unico, ma un uomo unico – ricorda Raphael Gemiani, oggi 88 anni – . Delicato, sensibile, profondo, geniale, generoso”. E che altro aggiungere, se non il richiamo a quella foto in cui passa ( o riceve) la borraccia al suo rivale Bartali. Gino, sì, l’altro secondo  gigante ( il terzo era Fiorenzo Magni) di quell’epoca d’oro del ciclismo ( e dello sport) italiano, ora collocato per i suoi meriti umanitari  (anche ) tra i ‘ giusti dell’Umanità’.

 

 

 

 

 

 

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