Notizie ( non solo) di sport. E ora, ce la farà lo spento Messi ad affondare la magnifica Bismark ?

Notizie ( non solo) di sport. E ora, ce la farà lo spento Messi ad affondare la magnifica Bismark ?
Bismark download (2)

LA CRONACA DAL DIVANO ( MONDIALE). Si sa che la ‘ rosea‘, pur non essendo infallibile come tutte le opere di noi mortali, se non ci fosse bisognerebbe inventarla. In questo nostro ultimo riferimento  sintetizza in maniera molto veritiera la butta semifinale tra Olanda e Argentina, tradita ( proprio) dai suoi eroi ( o presunti tali).
” Già dal primo round – sottolinea la ‘rosea‘ – si è capito che la noia l’avrebbe fatta da padrona. Niente a che vedere con la finale ’78 o i quarti di vent’anni dopo. No, questa è stata come l’ultima sfida mondiale del 2006: una pena da 0-0. Clamorose occasioni zero, tiri in porta uno. Di Messi, ovviamente, ma su punizione. Leo ha toccato il primo pallone dopo 8 minuti e 20 secondi. Studiava la situazione. Poi ha provato ( inutilmente)  a scatenarsi. Non c’è più l’Olanda di una volta, si sa… Van Gaal ha lasciato troppo il centrocampo in mano ai Sabella boys… etc.etc.”.

In buona sostanza, davanti ad  un simile sotto-spettacolo, vien da chiedersi  quali potenti  numi abbia nell’Olimpo il piccolo Leo per essere considerato, sempre e comunque, anche fuori dalla sua abituale locazione dorata nel Barca, un ‘ dio del pallone‘ ?  Sì, un dio del pallone. Addirittura  simile se non superiore a gente che, con la palla, sapeva ricamare ‘situazioni di gioco‘ tanto meravigliose quanto le storie ricamate  su certi arazzi rinascimentali o fiamminghi.
Perchè, poi , tanta, ingiustificata, generosità solo per lui ? Il ragazzo, infatti, con i suoi 27 anni non è più un imberbe, e qualche ‘ verità‘ in più bisognerebbe pur dirgliela. Anche per non celebrarlo ogni volta, e comunque egli si comporti, come un Panda da vetrinetta di museo. Di eroi in bambagia non ha bisogno nè  l’Argentina nè il Mondo, e in ispecie, nè quello ( troppo) munifico ( e talvolta illusorio ) della palla ( o del  pallone ).
Qui, occorre  che almeno gli dei siano credibili. E comunque la si voglia vedere, qui, in queste semifinali mondiali,  non c’è nessun prodigio da celebrare.Se non quello che ha offerto l’ ammirevole e maestosa  Bismarck alemanna, che costruita nel giusto tempo sta sovvertendo  tanti luoghi comuni del calcio. Una disciplina che, come si sa, per i risultati, risponde  solo agli umori imprevedibili di Eupalla,  e che agli umani non è consentito di anticipare.
Come potrà finire infatti  la finale tra gli Alemanni e l’Albiceleste ?  Stando a quanto  s’è visto finora,  questa volta, di sorprese, Eupalla, non dovrebbe proprio fornirle . Perchè tra l’una e l’altra forza in campo la disparità è evidente. E   difficilmente colmabile, anche in una partita secca, soprattutto se a dovere fare l’ impresa  sono chiamati non degli dei ( come si diceva) ma solo degli ‘ ottimi pedatori‘ , dai tratti fisiognomici latini, anzi, prevalentemente italici. Che qualcosa potranno fare, certo, ma non  fino al punto di riuscire ad affondare la magnifica Bismark. Che se vincesse tornerebbe in porto con cucita sul petto dei suoi marinai  la quarta stella. Come l’Italia.  Eupalla permettendo, ovviamente.
Auspichiamo  quindi una finale già decisa ma non scontata. E non punitiva, come è nelle abitudini dei guerrieri  Uber Alles. Perchè solo con qualche elemento di pathos in più rispetto al crudele  massacro perpetrato contro i verdeoro potremmo godere di altri bei momenti di calcio.
I PRECEDENTI. Ne ‘ La Bibbia dei Mondiali’ , campionato 1954,si legge che l’Ungheria battè nel suo girone la Germania Owest per 8-3. Siglando praticamente  una superiorità senza sconti. Nella finale, però, tra Ungheria e Germania Ovest, quest’ultima, risalì lo 0-2 iniziale e vinse 2-3 ( reti: 6′ Puskas, 8′ Czibor, 10′ Morlock, 18′ e  84′ Rahn). Come dire che, con Euplalla, non si scherza. Meglio quindi per gli Uber Alles non sottovalutare l’Albiceleste del ( finora)  spento (  italo-argentino) Messi. Le ‘sorprese’ non sono escluse.

UN LAVORO CHE PARTE DA LONTANO.  I successi alemanni, com’era da immaginarselo, non sono casuali. Son frutto della loro cultura ‘ riformata‘, o meglio luterana, che crede nel lavoro e nell’efficienza  indispensabili per guadagnarsi il paradiso. Nel calcio, poi, la corazzata maestosa e irresistibile di oggi, è nata almeno una decina d’anni fa. Sui campi delle giovanili, e in particolare dell’Under 21,  che qualche anno fa  sconfisse ( caso più unico che raro) la nostra Under 21.
In quelle due squadre c’erano sei elementi per parte che, oggi, sono presenti nelle rispettive nazionali.  Ma mentre i sei tedeschi sono sempre rimasti ancorati alle società che li hanno cresciuti, i nostri, per la solita avida miopia italiana, sono stati sbattuti qua e là, da un posto all’altro, senza che avessero il tempo necessario di radicarsi e maturarsi al punto giusto. Il nostro caso più noto è quello che riguarda Balotelli. Talento, sì, e fin da ragazzino, ma poi mai realmente aiutato a ‘ radicarsi’  interiormente e tecnicamente come avrebbe dovuto. Non a caso Prandelli, qualche giorno fa, sottolineava in proposito
una verità amara. ”  Mario?  Per adesso non è un campione. Per diventarlo dovrebbe mettere la testa nel mondo  reale”.  Già, giusto, ma chi lo aiuta, al Balo? Forse Raiola?

DIO O DEA DEL PALLONE ? Eupalla è il nome, inventato dallo scrittore e giornalista Gianni Brera, di una immaginaria ‘dea del calcio’. Questo nome, palesemente ricalcato su quello di Euterpe, musa protettrice della musica e della poesia lirica, infatti, è una tipica creazione del linguaggio breriano, che amava giocare con le parole in modo immaginifico, alternando citazioni colte e compiacimenti dialettali.La definizione da parte dello stesso Brera è “La dea che presiede alle vicende del calcio ma soprattutto, del bel gioco (dal greco Eu ‘bene‘).
Divinità benevola, insomma,  che assiste pazientemente alle goffe scarponerie dei bipedi”.
Dai tempi di Brera, però,  qualcuno, visto che si tratta di pallone e non di palla, con arbitraria licenza,   ha cambiato sesso ad Eupalla trasformandola in un dio.  Dal temperamento aggiornato. Non più tenero e paziente ma  bizzoso, imprevedibile e vendicativo. Com’è appunto, a volte,  anzi spesso, il gioco del pallone. Soprattutto quello che gli italiani amano di più.

IL NIBALI D’ORO. Perfino la sua squadra, l’Astana, lo aveva messo in dubbio. Eppure, lui, Vincenzo Nibali  ragazzo di Sicilia, non s’è perso d’animo. S’è rimboccato le maniche, ha conquistato la maglia tricolore, e sta dominando il Tour. Nella tappa dedicata all’inferno del Nord, Vincenzo ha mostrato le palle. L’inglese Froome, vincitore dell’edizione precedente, tra cadute e spaventi, ha ammainato bandiera bianca e si è ritirato; Contador, vincitore di due Tour prima di cadere nella rete dell’antidoping, ha perso qualcosa come 2’35”, una eternità da rimontare.
Ora, Vincenzo, è saldo in vetta alla classifica. La sua maglia gialla brilla quanto un deposito di pepite d’oro. Chiaramente ora, anche lui,  non deve abbassare la guardia. Perchè anche il dio della bici non scherza con  i pasqualotti. Gli inseguitori sono a pochi secondi. Ci sono ancora gli appuntamenti sui Pirenei e le Alpi. Sotto il sole cocente di luglio che, in passato, ha tarpato il volo a tanti nostri mitici campioni. Quel che possiamo dire è che lo seguiremo, sempre al di quà dello schermo, dal divano, ma con la trepidazione che ci hanno sempre offerto  i nostri grandi pedalatori. In fondo ci pare giusto che nel Paese che per la bici è paragonabile al Brasile del pallone, sia rispuntato un Vincenzo Nibali. Ragazzo di Sicilia. Ragazzo d’una mamma nostra.

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