Notizie ( non solo) di sport. Riparte la Nazionale azzurra. Con l’obiettivo ( per ora sfuggito) della PentaCoppa.

Notizie ( non solo) di sport. Riparte la Nazionale azzurra. Con l’obiettivo ( per ora sfuggito) della PentaCoppa.
Conte perplesso ( repertorio)

LA CRONACA DAL DIVANO. A scattare, questa volta, son stati Juve, Napoli e Roma. E anche Milan, finalmente, dopo anni di vacche magre, dopo una campagna acquisti al risparmio, dopo tante velenose polemiche e qualcuno che ha sbattuto la porta. Il Diavolo s’è portato a casa un Torres da rigenerare, ha ritrovato al Shaa da rimettere in pista di lancio, e ha aggiunto dei  ragazzi per colmare la presenza dei soliti (  numerosi ) vecchietti. Pippo ha immesso nuova linfa. Vediamo quanto durerà.
Intanto però, se continuasse, il vecchio Milan potrebbe dire la sua non tanto per lo scudetto ma per la Champions. La sua casa storica. Dove alloggia 7 Champions, in attesa dell’ottava, visto che il Florentino s’è andato a prendere ( dopo anni di sofferenze) la decima. Fagocitando  un divario dal Milan che,ora,  francamente, nonostante i diversi  bilanci, è sproporzionato.

Intanto va in scena la Nazionale del Conte Dracula. Con qualche novità. Soprattutto quella di avere lasciato nell’isola della perfida Albione il perfido Balo. Ai pollastri del Liverpool il compito ( per noi illusorio) di reinventarlo; visto che da noi, tra Milan e Nazionale, ha fatto solo comunicazione social. A margine, il clamoroso risultato dell’Argentina che, in amichevole in casa dei padroni del Mondo, si sono presi una sonora rivincita morale rifilando ai ragazzi della Merkel quattro papette ( 2-4) . L’Argentina ( si noti) mancava di Messi, a dimostrazione( probabile ) che senza l’ingombrante presenza del piccolo dio blaugrana i ragazzotti del Tata Martino vanno più liberi e spediti.
Sugli spendaccioni d’Albione torneremo. Anche perchè chi crede a quelli che dicono che il calcio italiano non ha soldi?  Guardate l’inchiesta della ‘rosea’, e vedrete che noi in tre lustri circa abbiano introitato 19 miliardi contro ( per citare un esempio) i 18 della Liga. Il problema, semmai,  è capire dove li abbiamo buttati tutti quei danari.

MA PERCHE’ NEL CALCIO CORRIAMO DI MENO? Eppur, qualcosa, si muove! Sia pure in spazi ‘riservati’, quasi marginali, della pur sempre grande ‘ rosea‘. Nella rubrica ‘PortoFranco‘, di mercoledì 27 agosto, infatti, c’è stato qualcuno che ( da Monticello Brianza) ha sollevato ( finalmente) il ‘mistero’ ormai abbastanza visibile a tutti ( o quasi) dei nostri calciatori che, pur più allenati, corrono due o tre volte di meno dei colleghi d’Oltralpe.

Della lettera del lettore, in rubrica, si stralciano alcuni passaggi. Significativi. Molto significativi. ” Il Mondiale era ancora lontano, ma in Brasile la tendenza si è confermata visibilmente: correvamo molto meno di quasi tutti. Quando assistiamo a partite di campionati esteri, palla e giocatori sembrano viaggiare a velocità sconosciute a noi. I confronti diretti in coppa confermano “. E ancora: ” Eppure i nostri avversari hanno campionati altrettanto lunghi e stressanti e le squadre sudamericane al Mondiale hanno messo in campo in massima parte atleti che giocano in Europa, nelle nostre stesse condizioni”. Allora, quali sono le recondite ragioni che portano gli altri a divorare i rettangoli verdi di gioco e noi solo a sbocconcellarceli?
” Lei, signor Casati – sottolinea il curatore della rubrica – parla di mistero e il termine è molto appropriato… Fra le tante domande cui nessuno è in grado di dare risposta ce n’è una che si sente poco ma che avrebbe un senso: in Italia la sensibilità antidoping fa da deterrente contro pratiche proibite che invece sono largamente usate Oltralpe?”.
Abbiamo capito bene ? Nessuno è in grado di dare una risposta? Ne siamo proprio certi ? O siamo solo ormai rassegnati a svolgere ruoli subalterni? La rubrica , ovviamente, e ci sta, non si spinge fin al punto di dare risposte: ” La conclusione – sentenzia – è del tutto aperta. Ci piacerebbe davvero – sintetizza infine il curatore – che il mondo del calcio s’interrogasse a fondo sulla questione e desse finalmente qualche risposta. Sia a parole sia sui campi”.

Il problema è che piacerebbe soprattutto a noi conoscere la verità delle cose; noi, tardo romantici del pallone, che al di qua di un video assistiamo ingenuamente alle imprese dei nostri eroi.

Talvolta tanto celebrati come neanche il Pindaro greco potrebbe far di meglio. Eppure, sotto sotto, ingannevoli. Se risultasse vero, come tanti indizi fanno credere, che per vincere basta trovare il modo ( più o meno legittimo) di correre un po’ di più, tutte le ciance della affollata platea di esperti e di commentatori potrebbe tranquillamente accomodarsi .. a quel paese! Dove perfino tesi verosimili come quella ‘ degli atavici deficit alimentari‘ di breriana memoria diventerebbero divertenti boutades.
E comunque va bene così. L’importante è che si sia incominciato a girare il coltello dentro la piaga. L’importante è che, in uno dei prossimi giorni, dopo che il  Napoli è stato estromesso dalla solita … imbattibile spagnola, la ‘rosea‘ si faccia coraggio e passi l’argomento da uno spazio interno ad uno di maggiore visibilità. Magari di prima pagina. Come sta provando anche Sky. Perchè perdere va bene,  se la tenzone s’è mostrata leale; ma mettere sempre le pive nel sacco quando il tutto potrebbe andare diversamente ( con tutti i vantaggi accessori collegati che non vorremmo regalare a nessuno ), beh, questo, non l’accettiamo proprio. Perdere sì, ci sta; ma essere sbeffeggiati ( e sviliti) no, perchè questo non ci sta.

 

ALONSO E LA ROSSA.  Gli spifferi sono clamorosi: sembra, infatti, che a raggiungere Domenicali ( e qualche altro ultimamente allontanato) dovrà andarci ( anche) il presidente. Candidato a sostituirlo quel Marchionne che è diventato il Tigellino dell’impero Fiat. Speriamo bene, perchè qui non si tratta di trasferire qualcosa al di qua o al di là dell’Oceano, ma di rafforzare una leggenda che corre da decenni dentro l’ immaginazione di tanta gente di questo Pianeta.
La ‘rossa’ infatti è un mistero unico. Non ce ne vogliano angli e todeschi, pur bravissimi, ma salire sulla ‘rossa‘ ha un significato simbolico e affettivo speciale.  Conta fino ad un certo punto infatti aggiudicarsi  uno o più Mondiali, l’importante è restare invece  il prescelto della ‘rossa’, che non ama scialbi amanti ma solo straordinari interpreti. Jacques Villeneuve, encomiabile, ha vinto un Mondiale, quello che è sfuggito a suo padre Gilles. Ma, con tutto il rispetto per il figlio, il cognome che la gente si porta dentro, commuovendosi ogni volta, resta quello del padre. Immortale, come tutti gli amanti della ‘rossa’. Tra tutti Schumi, sfortunato, ma sempre nel cuore e nella mente degli infiniti  cultori della ‘rossa’.
Ora, il problema, c’è per quel che riguarda il nostro Nando. Nato in Galizia o Asturia, non ci sovviene, ma con tutti i crismi d’un ragazzo mediterraneo. Un ragazzo dei nostri. Sorridente, coraggioso, lucido. Che ha già lasciato una traccia profonda nella storia della ‘rossa’. Gli mancano uno o due titoli, e non per colpa sua; ma fa niente. La statistica è cosa da contabili; quel che conta infatti è che lui abbia segnato o meno un’epoca della ‘rossa’. Un’epoca sfortunata, magari un po’ in sofferenza, e che soprattutto lui ha saputo tenere alta. Come da tradizione. Come sarebbe piaciuto ( anche)  al Drake. Come piace ai tanti fans della ‘rossa’ postati in ogni angolo del Pianeta. Speriamo quindi che resti. Che sono infatti certi corteggiatori  davanti al fascino ( oltre)  il  tempo e le nazioni  della ‘rossa’ ?

L’EPOCA DEI GIGANTI. Non sappiamo chi possa essere o meno indicato il più grande degli sportivi italiani. Ognuno giudica in base a suoi criteri. Certo è però che si stabiliscono certi requisiti, poi, chi mostra d’averli, non può essere messo in cavalleria solo perchè urgono esigenze di mercato o di comunicazione mediatica poste in mano a ‘giovanotti’ ispirati da ‘ personaggi’ dalla conoscenza e dalle capacità corte. Per diventare grandi, azzardiamo invece noi, occorrono eccezionali qualità atletiche, tecniche e agonistiche che consentono di racimolare un adeguato palmares.

Per diventare grandissimi occorrono occasioni ( e imprese) uniche. Per entrare nella leggenda occorre anche il concorso dei tempi, capaci di trasferire un evento meramente sportivo in uno di grande rilevanza umana, sociale se non addirittura storica. Sul primo punto, basta prendere in esame i dati oggettivi di cui si è forniti. Sul secondo, anche. Sul terzo, invece, è necessario muoversi su considerazioni e opinioni diverse. Trovando comunque un punto di mediazione.

 

Facciamo un esempio?

 

Eddy Merckx ( 1945), per certi ragazzotti, è il più grande ciclista di tutti i tempi. A suo favore, in una carriera esplosa soprattutto sotto i 29/30 anni, svolta in tempo di pace e senza particolari problemi di salute o di infortuni, è lo strabiliante elenco di successi ( 426). Tra questi: 5 Giri ( 1968-1970-1972-1973-1974); 5 Tour; 3 Campionati del Mondo.
Fausto Coppi ( 1919/1960), in una carriera svolta per la prima parte in tempo di guerra e per la seconda in tempo di ricostruzione e con gravi problemi famigliari e di infortuni, ha vinto 5 Giri ( 1940- 1947- 1949-1952-1953); 2 Tour ( 1949-1962); 1 Campionato del Mondo ( 1953).

Con questi dati la prevalenza del belga sull’italiano è netta. Eppure, pur risultando impossibile porre a confronto situazioni diverse da un’epoca all’altra, non si può ignorare che Coppi per cause belliche sospese la sua partecipazione al Giro nel 1940 per riprenderla nel 1946. La carriera di Coppi è costellata da infortuni e lutti familiari. Al Tour andò tre volte, per ragioni non solo belliche, vincendone due, tra i 30 e i 33 anni. Più o meno all’età in cui il belga concludeva la sua carriera. Qui è giocoforza chiedersi: se Coppi non avesse perso suo malgrado almeno sette anni di corse, quelli della ‘migliore gioventù‘, avrebbe rimpinguato o no il suo palmares ? Per noi  sì, e se è sì, di quale rapporto-dati tra i due parleremmo oggi ?

Il secondo criterio. Merckx, detto il ‘cannibale’, praticamente assoggettava la corsa ( con gli avversari pur notevoli che aveva, a cominciare dal nostro Gimondi) dall’inizio alla fine. Con pochissimi imprevisti. Coppi, detto l’airone, contro una generazione di giganti, ricorreva all’estro, alla fantasia, all’imprevedibilità. Fino all’impossibile. Come in quella Cuneo-Pinerolo del 1949, in cui il Campionissimo scalò in solitaria cinque passi alpini ( Maddalena, Vars, Izoard, Monginevro e Sestriere) tagliando il traguardo con un vantaggio di 11’53” su Bartali.
Per queste caratteristiche uniche le imprese di Coppi accendono ancora l’immaginario collettivo, che riconosce nel campione di Castellania il privilegio d’interpretare come pochi  l’eterna lotta dell’uomo  verso la natura e il destino. Non a caso Coppi ha attirato l’attenzione della ( grande) letteratura ( non soltanto sportiva), del teatro e del cinema.

Il terzo criterio. Ci sono personaggi dello sport che finiscono con lo sconfinare nella  storia, non solo del loro popolo. E’ capitato a Jessy Owens, oppure a Cassius Clay. Si tratta di eccezioni molto speciali. Ma che capitano, quando il soggetto incarna qualcosa dell’anima profonda arrivando perfino ad inferire sulla realtà. Coppi ( con Bartali, Magni e gli altri giganti) contribuirono a riconsegnare identità ed orgoglio ad uno dei più importanti popoli della terra, trascinato nella più tragica ( e disastrosa) avventura bellica degli ultimi secoli. Tanto che personaggi come Coppi travalicano l’ambito puramente sportivo per relegarsi in quello sostanzialmente epico, ovvero “ in quella serie di fatti eroici e memorabili” divenuti patrimonio di un popolo e quindi dell’umanità.
Certo, bisogna che qualcuno sappia ‘ cantarli‘ questi fatti, questi personaggi. Senza ogni volta sottostimarli. Come fanno certi ‘giovannotti’, con i loro frettolosi encomi ad altri, pur notevoli per dimensione umana e sportiva, sia chiaro.  E che nel caso di Merckx e Coppi, o viceversa, approfondendolo un poco, potrebbe far giungere almeno al mirabile ‘compromesso‘ ( che per quel che ci riguarda condividiamo in parte) proposto anni fa da Bruno Raschi: ” Merckx è ( forse) il più forte, Coppi però è ( certamente) il più grande”.

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