Ravenna. Gli psicadelici Goat in concerto al Bronson. Oggi è considerata una delle migliori live band in circolazione.

Ravenna. Gli psicadelici Goat in concerto al Bronson. Oggi è considerata una delle migliori live band in circolazione.
Goat

RAVENNA.  VENERDI’ 8 MAGGIO al BRONSON arrivano i Goat, inizio concerto alle 21.30.

Dal Nord della Svezia, tra maschere e abiti da sciamani, psichedelia, fusion, world music tribale, acid-rock e afrobeat, i GOAT sono considerati una delle migliori live band in circolazione. Da quanto raccontano, il nucleo originario del misterioso collettivo scandinavo è attualmente formato da Christian Johansson e due amici polistrumentisti di Korpilombolo, villaggio di 500 abitanti sul circolo polare artico noto per la sua tradizione voodoo.

Secondo la leggenda, il progetto Goat esiste in realtà da 30-40 anni ed è stato tramandato di generazione in generazione. I Goat che conosciamo oggi hanno esordito nel 2012 con ‘World Music’, distribuito dall’etichetta inglese ‘Rocket Recordings’. Tra 2012 e 2013 si sono fatti conoscere e apprezzare nei principali festival di tutto il mondo, dal Coachella al Glastonbury passando per il Primavera Sound con performance pirotecniche. Nel 2014 è arrivato il seguito, ‘Commune’, uscito invece per Sub Pop.

E ora i Goat, dopo aver calcato i palchi dei miglior festival estivi europei, saranno al Bronson per presentare il loro nuovo album. Il collettivo svedese torna con ‘Commune’, l’attesissimo seguito al loro ‘stratosferico’ e ‘programmatico’ album d’esordio ‘World Music’. Ancora gli ‘acid grooves’ dell’esordio sembrano farla da padrone, unitamente a quella vena ipnotica e alle linee serpentine di chitarra che vanno ad aggiungere una vena un pizzico più oscura al lavoro della band. Si parte con quella che è una preghiera, quasi un’invocazione, ‘Talk To God’, il cui impatto percussivo e le stratificazioni di chitarre dal suono orientale rendono irresistibile, stabilendo quella sorta di trance ‘agonistica’ che è un po’ la cifra stilistica del collettivo scandinavo.

C’è l’esotismo, unitamente alla vena hard, il concetto di tribale sposato alla musica da dancefloor (il gruppo non si è mai del resto negato alla pratica del remix). La magia si ripete con le pulsazioni appena più dark di ‘Words’ e ‘Goatslaves’, mentre ‘Goatchild’ si attanaglia prepotentemente in trascendentali spire che rimandano alla San Francisco dei tardi ’60. La vibrazione psichedelica vintage permea canzone quali ‘The Light Within’ e ‘To Travel The Path Unknown’, canzoni che suggeriscono paralleli interessanti con l’ondata lisergica ottomana, la stessa che ci regalò negli anni ’70 mostri sacri come Boris Manço ed Erkin Koray. L’apice del disco è forse nel proto-metal fuzz di “Hide From The Sun” e ‘Gathering of Ancient Tribes’. Assolutamente imperdibili.

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