Notizie non solo di sport. E chi diceva che il nostro è ‘ un calcio che non conta’ ? Alzi il dito, per favore!

Notizie non solo di sport. E chi diceva che il nostro è ‘ un calcio che non conta’ ? Alzi il dito, per favore!
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LA CRONACA DAL DIVANO. Ripetiamo l’appello: dove sono passati quelli che ( tipo Capello) dicevano che il nostro è un campionato che non allena? Quelli che ( tipo Agnelli) dicevano che è un campionato di transizione? Quelli che ( tipo Raiola) dicevano che è un campionato ‘ che non conta’? Quelli che( tipo Marotta)  è un campionato ‘sceso di livello‘ per cui se qualcuno emerge è solo merito suo e di nessun altro?
E dove si sono rintanati quelli che  se fanno marketing lo fanno per qualcosa di straniero, come facevano quegli italioti del Quattro/Cinque/Seicento che a forza d’invocare principi d’altri lidi si sono imbottiti di milizie mercenarie, divisioni e miseria? Dove sono, insomma, tutte queste anime elette?
Sì, perchè le vorremmo chiamarle a raccolta per chieder loro se guardano le stesse cose che guardiamo noi, oppure, altre. Il nostro  Paese – dove  il calcio è solo dei tanti tesori imbellamente svenduti -  a certi soggetti, onnipresenti, ma che poco o nulla conoscono dei padri loro, deve avere la stessa presenza di una Atlantide.

Nel calcio, ad esempio, se solo tutti costoro   si sforzassero a guardar tabelle per il giusto verso, verrebbero a sapere che tra passato lontano e recente abbiamo accumulato tante di quelle medaglie e meriti  che manco i petti ( rigonfi ) dei generali dell’Armata Rossa alle sfilate del 1 Maggio possono stare alla pari.
Bistrattare il nostro calcio fino al punto da ‘ far incassare’ alla Premier ( che, quest’anno, su sedici squadre ai quarti, tra Champions e Uefa, non ne ha piazzata manco una )  sette miliardi  contro l’uno scarso nostro, è autolesionismo da record. Sì, perchè c’è sempre bisogno degli altri, per sentirci dire che il calcio italiano è tutt’altro che morto, di transizione e di scarso conto. Intanto, se la nostra Signora non stecca, stiamo per tornare in un’altra delle nostre innumerevoli finali; poi, se Napoli e Fiorentina non cedono alle facili lusinghe, potremmo addirittura riappropriarci della ex Coppa del Nonno.
Ci tratteniamo, comunque, anche perchè  scaramanzia ( e tracotanza) con Eupalla non vanno proprio a braccetto. Zitti e umili, dunque, fino ad ( eventuali ) imprese compiute. E ora, dopo avere assistito alla vittoria della Signora sul Real nella sua tana ( 2-1),  ci siamo goduti il terrificante assalto del Barca al Bayern, travolto in pochi minuti da Messi e Neymar nel secondo tempo ( 3-0). Ma dov’era volato l’animus pugnandi di Guardiola?

ITALIANE DI NUOVO AL VERTICE. Non abbiamo dunque una dirigenza adeguata, non abbiamo neppure campi moderni ( tranne lo Juventus Stadium), non abbiamo le entrate più consistenti ( vedi Premier, Liga e Bundes), non abbiamo la tifoseria più civile e  simpatica, non abbiamo neppure la stampa ( tranne qualche ‘rosea’ eccezione) capace dare ali ad  un movimento sportivo tanto complesso ed in grande difficoltà, eppure, Soloni, maghi e imbelli a parte, ce la stiamo di nuovo giocando.
Su tutti campi. Se la Uefa finisse in un derby italico nessuno avrebbe nulla da eccepire. Se la Signora ce la facesse  a tornare in finale ( 2 Champions, con 5 finali) non farebbe altro che il suo dovere. Potesse poi vincerla quella finale, arriverebbe a tre trofei.
Ma di questo avremo modo di parlare poi. La scaramanzia nel calcio conta più delle Cassandre. Intanto la Signora si gode il suo 31° scudetto ( i due controversi li lasciamo ai polemisti ), il quarto di seguito. Come era già capitato alla Vecchia Signora anni Trenta. Eppoi, ci chiamano ‘ normali‘.

CHI E’ PIU’IMPORTANTE? Che  le merengues, siano o meno come dice Pirlo la ‘ squadra più importante del Mondo’, questo, come sempre, è da vedere. Se, al momento, si guarda il fatturato   può anche essere ( 280 contro 550 milioni) . Se si guardano invece  i risultati sportivi dell’ultimo quarto di secolo, quello della storia e non dell’archeologia,  c’è qualcuno che potrebbe aspirare a strappargli il titolo. Chi può osare tanto? Guarda un po’, trattasi del  vecchio Diavolo, quello al quale Pirlo ha regalato dieci anni delle sue malie, e che proprio in queste ore è esposto all’attacco d’un tailandese che vorrebbe farselo suo.

Il vecchio Diavolo, infatti, se non andiamo errati, vanta questo curriculum: 5 Champions ( 1988/89, 1989/90, 1993/94, 2002/2003, 2006/2007) e tre finali di Champions ( 1992/93 con Olimpique Marsiglia, 1994/95 con l’ Ajax, 2004/2005 con il Liverpool). Per il Real, invece, 4 Champions ( 1997/1998, 1999/2000, 2001/2002, 2013/20014) con nessuna partecipazione a finali.
In totale, però, lo ricordiamo per completezza, il Milan ha vinto 7 Champions ( con 4 finali) e il Real 10 ( di cui 6 dal 19955/56 al 1965/66, con 3 finali). Al momento, per non  scardinare troppo certi luoghi comuni,  lasciamo fuori al momento  il numero dei palloni d’oro (  12 o 13, per la Spagna da suddividere tra Real e Barca; 21 o 22 per l’Italia, da suddividere tra Milan, Inter e Juve). Anche qui, però, con il Belpaese in bella evidenza.

ALTRO SCIVOLONE. Marotta, principal manager della Signora, uno scivolone dopo tanto ben di Dio e prima della disfida vinta contro il Blancos  doveva pure averlo. Sarebbe stato tutto troppo perfetto. Infatti, il Ds,  avrebbe  sentenziato: “ Il calcio italiano è sceso di livello. Se siamo ai quarti è solo merito della ( nostra) squadra“.  Della squadra ( e anche) sua?  Sì, perchè la frase,  di taglio freudiano, che non fa altro che togliere il solito ossigeno al già asfittico calcio nostrano, non è proprio una genialata.
Vediamo, modestamente, di farlo ragionare al signor Marotta. Con qualche domanda.
Per lei, allora, signor Marotta, la pelota nostrana è un deserto con un solo cammello? Eppoi, come può sostenere che in un deserto possa nascere  ( al massimo) un (solo) cammello? Napoli, Fiorentina, Roma e Lazio ( senza svegliare dal loro letargo le milanesi)  per lei  sono lucertole? Inoltre, quelli che dovrebbero andare nel deserto ad assistere alle corse d’un cammello contro  delle lucertole, a quali stimoli dovrebbero fare appello?
E infine quando, mister Murdoch, il pollo mediatico che ad Albione assegna sette miliardi in tre anni,  dovrà rinnovare il contratto  per i diritti televisivi in Italia, che ragione avrebbe di sborsare ancora tanti soldi ( un miliardo ca) per un campionato che gareggia con un  cammello soltanto? Morale: la fortuna nostra e altrui, a volte, bisogna guadagnarsela. Se necessario, anche col silenzio. Non dice?

IL VALE ABBACCHIATO. Forse, il nostro Vale, s’aspettava qualcosa di diverso dalla pista di Cataluna. Eppure, tutto sommato, può festeggiare. Terzo, dietro al risorto Lorenzo e all’indomitoMarquez, non è un risultato da gettare al vento. Arriveranno altre piste più favorevoli a lui e meno ai due draghi iberici. Del resto, il nostro, esemplare soppravissuto di combattente italico, non avverte nel sangue timore alcuno per gli iberi, ribelli, audaci, ma più volte sottomessi dagli avi suoi.
Il Dna, quando serve, si sa, alza la sua voce. Che conta più di quel che non si creda. Motivo per cui nessun rammarico: la lotta resta aperta, per il nostro di Tavullia; così come la strada verso il Decimo titolo, che se arrivasse bisognerebbe andare a pescare nelle ‘ res gestae‘ qualche slogan, o qualche concetto, per celebrarlo adeguatamente. Al momento Valentino tiene una ventina di punticini di vantaggio su Lorenzo e Marquez. Pochi? Mah:  all’ impenetrabile fato l’ardua sentenza!

 LA ROSSA IN RIMONTA? Secondo il guru Briatore che va e viene dal suo villaggio in Kenia, i todeschi si sarebbero ‘calmati’ per non dare adito alla Fia di cambiare l’attuale regolamento di F1. Come dire, se non abbiamo avuto abbagli, che ‘ ci fanno vincere, o giù di lì’. Briatore è tipo che va per le spicce, spesso è anche divertente con i suoi giudizi e le sue rivelazioni fuori dal coro, insomma, ci piace. Solo che anche lui, come tutti noi, è un mortale. E può, quindi, come noi, prendere abbagli.

Ci può anche stare che le ‘ frecce d’argento‘ abbiano, come si dice, tirato i freni, magari per dar movimento, speranze, agli avversari. E dunque alla nostra ‘rossa’. Ma la domanda che sorge spontanea è : ‘ a cui prodest’ ? A loro fingere, e agli altri recitare?
I vecchi dicevano: ‘ Il gioco è bello fin che è corto‘; eppoi, diciamocela tutta, anche i giochini più sofisticati, alla fine, si rivelano per quel che sono. E allora? Oltre che a far spanciare il Niki al box Mercedes, che altro beneficio porterebbero?  Ad uno sport, non lo dimentichi Briatore, e neppure gli altri addetti, che per i suoi oneri ha bisogno assolutamente e velocemente di riaffollare le piste. Con ‘ duelli’ veri, piuttosto che simulati. Non diciamo come quelli leggendari dei tempi del Nivola, sarebbe troppo, ma almeno quelli credibili e accesi dei decenni centrali dell’ultima parte del secolo scorso.

Detto questo, non possiamo che attendere le prossime ‘sfide’. Hamilton, al momento, appare imbattibile. Ma forse solo per Briatore, perchè in realtà non abbiamo mai visto una ‘rossa‘ abbassare mestamente la sua fluente chioma per lasciare il passo ad alcuno. Sia ‘driver’ d’Albione, o ‘crucco‘ d’Oltralpe.

NON SOLO SPORT.  Milano, in bilico tra voglia di stupire, speranza  e paura, ha reagito all’irrazionale assalto di un manipoli di corvi neri piovuti un po’ da tutta Europa, rapidamente cancellando tutte le tracce inutili del loro violento passaggio. Un passaggio, questo,  peraltro non inconsueto per  una città dal respiro millenario.
Manzoni,  arguisce Guido Rossi ne il Sole24Ore,  nel XIII capitolo de ‘I promessi sposi’, faceva notare come   in certi tumulti “ ci sia sempre un certo numero di uomini che, o per riscaldamento di passione, o per una persuasione fanatica, o per un disegno scellerato, o per un maledetto gusto del soqquadro, fanno di tutto per ispinger le cose al peggio”.
Milano, infatti,  come avverte il Corrierone,  da qualche decennio ha cambiato umore ed è  di nuovo una città viva, aperta, internazionale, capace dunque di rispondere con pragmatica noncuranza a questi ed altri assalti, anche perchè – come riconosce il New York Times -   s’è realizzata come una   originale incubatrice di tendenze alle quali il Mondo odierno non può rinunciare.
E il Mondo, infatti, dopo le  rassicurazioni che davano per ultimato quanto destinato al pubblico, ha potuto mostrarsi alle prime folate di visitatori ( 200 mila solo nella giornata di apertura) con tutta una serie di approfondimenti, proposte, soluzioni nei  padiglioni dei 54 Paesi che li hanno costruiti autonomamente, nei 9 cluster che ospitano gli altri 91 Paesi, nelle aree tematiche e perfino nei i 130 ristoranti che affollano l’ormai mitico ‘pesce’  segnato da una  ‘lisca’ chiamata decumano lunga 1,5 chilometri  ed un cardo di 350 metri almeno. Mancano, è vero, a tutt’oggi, alcune  delle rifiniture. Non tutte marginali.
E tuttavia ,  quello che sembrava un miraggio anche solo a poche settimane dal primo maggio,  all’inaugurazione, s’è rivelata una ‘scommessa‘ sostanzialmente vinta. Dopodichè, precisato quanto sopra, alle critiche dei menagrami,  avremo modo di dare ( eventualmente ) spazio in seguito.
Al momento, quel che più conta, è che ( al  netto degli intoppi e degli scandali ) il Mondo ha offerto a Milano un inaspettato credito, da spendere quanto prima, per tentare di ridefinire un modello di sviluppo del Pianeta che non premi più solo e soltanto i paesi ricchi mortificando esageratamente quelli poveri. Anche perchè, riprendendo uno slogan caro agli organizzatori, potrebbe  darsi che  sia davvero possibile che, una volta consumato Expo 2015, il Mondo e l’Italia, non saranno più gli stessi.

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