Ravenna. A Castiglione l’inaugurazione del giardino intitolato a Giovanni Meldolesi detto Tigiâm, bracciante e spondino.

Ravenna. A Castiglione l’inaugurazione del giardino intitolato a Giovanni Meldolesi detto Tigiâm, bracciante e spondino.
castello Castiglione di Ravenna

RAVENNA. MERCOLEDI’ 27 MAGGIO, alle 10 l’area verde di Castiglione di Ravenna prospiciente via Vittorio Veneto sarà intitolata a Giovanni Meldolesi, detto Tigiâm (15 agosto 1868 – 23 maggio 1956, bracciante e spondino).

Alla cerimonia interverranno Massimo Cameliani, assessore ai Servizi demografici; Ouidad Bakkali, assessora all’Istruzione; Federica Del Conte; presidente del consiglio territoriale di Castiglione; Edera Fusconi, dirigente dell’istituto intercomunale Ravenna – Cervia.

La scelta della figura di Giovanni Meldolesi per la denominazione di questo giardino nasce da una richiesta dell’ufficio toponomastica del Comune, che ha invitato il consiglio territoriale di Castiglione a individuare un personaggio significativo, legato alla storia del paese. A sua volta il consiglio territoriale ha pensato di coinvolgere gli alunni e le alunne delle scuole primaria e secondaria di primo grado di Castiglione, per una intitolazione partecipata e sentita, frutto di un lavoro di ricerca degli studenti stessi, che hanno così avuto modo di conoscere sempre di più il territorio che abitano.

Tra le diverse proposte fatte il consiglio territoriale ha scelto quella di Giovanni Meldolesi.

‘Castiglionese, uomo rustico, ma filosofo alla sua maniera – si legge nella targa che sarà scoperta mercoledì – di cui si ricordano la lucidità, la coerenza, l’audacia dei suoi discorsi in tempo di dittatura e la fascinazione che suscitava nell’uditore il suo discorrere non in dialetto, la lingua di tutti i giorni, come ci si sarebbe potuti aspettare da un bracciante, bensì in italiano, la lingua dei “colti”. Faceva discorsi sul presente e l’avvenire nel crocicchio che a Castiglione assolveva alle funzioni di una piazza: ‘ispirê cumpâgn a Casândra, e’ faséva al prufezì a e’ fasìsum. U n’in sbagliè òna; e a s’immalghèsum int ’na gvëra ch’a n’purten incóra i segn adös’. (A.Sbrighi)”.

SCHEDA BIOGRAFICA

Giovanni Meldolesi nacque a Santa Maria Nuova, frazione distante circa 8 chilometri dal comune Bertinoro, e situata nella parte nord-est dell’area comunale, quale figlio naturale di Paolo Meldolesi e Annunziata Monti. Il padre e la madre riconobbero e denunciarono il bambino il 15 agosto 1868 presso l’Ufficio di stato civile e tre giorni dopo, il 18 agosto 1868, la coppia si unì in matrimonio. In seguito la famiglia si trasferì per motivi di opportunità di lavoro a Castiglione di Ravenna. Qui Giovanni si impiegò come bracciante. A Castiglione incontrò e sposò Ida Zignani e passò il resto della sua vita, sempre lavorando come operaio e bracciante agricolo fino ad età avanzata. E’ noto un fatto occorsogli sul finire della Seconda Guerra, quando Giovanni, più che settantenne, fu investito lungo la strada da un autocarro delle Forze Alleate di passaggio mentre si recava a lavorare in bicicletta nella ‘Bevanella’.

La famiglia abitava in un caseggiato chiamato ‘Casone’, un edificio malmesso a cui si accedeva da un viottolino che si staccava dal lato est della strada centrale del paese, l’odierna via Zattoni.

L’alloggio, un modesto appartamento, tale quale erano le abitazioni di chi campava la vita col lavoro dell’ ‘opera’ e del ‘collettivo’, un monolocale, lo chiameremmo con i termini in uso oggi, ma sarebbe comunque una definizione troppo di lusso, trattandosi di un’unica stanza in cui vi si svolgevano tutte le funzioni: un letto addossato alla parete di fondo per ‘riposare la stracchezza’, un tavolo posto ai piedi del letto per mangiare, un catino per lavarsi, un camino e una stufa per stemperare il freddo e per cucinare. ‘Mancava anche la luce elettrica e si beveva l’acqua grassa dei pozzi’ (A.Bandini Buti). 

L’abitazione era dotata di un piccolo ripostiglio dove Giovanni Meldolesi teneva i pochi attrezzi indispensabili al proprio lavoro di bracciante: é palett, l’ombrello e la bicicletta, il suo unico mezzo si trasporto.

Al mattino presto, armata la bicicletta con gli attrezzi del mestiere, partiva da casa, diretto ora ai campi per i lavori agricoli, ora sugli argini a fare il lavoro di spondino ora in zona di salina a tombolare. Chi lo vedeva passare lo riconosceva per il pastrano e l’inconfondibile berretto di lana calato sul capo in ogni stagione. Si teneva lontano dalle osterie, ma si intratteneva con gli altri uomini del paese ad ascoltare la radio esposta sopra il portone del circolo dei Repubblicani, oppure faceva discorsi sul presente e l’avvenire nel crocicchio che a Castiglione assolveva alle funzioni di una piazza. Era un uomo rustico, ma filosofo alla sua maniera.  Ebbe una figlia di nome Luisa che sposò Romano Casadio e un nipote, Massimo Casadio, nato nel 1927 e purtroppo morto nel luglio del 1939, vittima di uno dei tanti infidi gorghi che il fiume Savio all’improvviso genera e che, tolgliendo la terra da sotto i piedi degli sventurati bagnanti, toglie loro il respiro della vita. Il dolore per la perdita del nipotino accompagnò Giovanni per tutta la sua esistenza.

 

 

 

 

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