Ravenna. Il Maestro Zubin Mehta apre la XXVI edizione di Ravenna Festival con l’Orchestra del Maggio Musicale Fiorentino.

Ravenna. Il Maestro Zubin Mehta apre la XXVI edizione di Ravenna Festival con l’Orchestra del Maggio Musicale Fiorentino.
Zubin_Mehta_conductor. Immagine di repertorio.

RAVENNA. Zubin Mehta e l’Orchestra del Maggio inaugurano la XXVI edizione di Ravenna Festival questa sera, Giovedì 4 giugno, al  Pala Mauro De André ore 21.00

La ventiseiesima edizione di Ravenna Festival, il cui cuore è costituito da un profondo omaggio a Dante Alighieri nei 750 anni della nascita, si apre giovedì 4 giugno con un avvincente concerto sinfonico – alle 21, nell’ormai storico Pala De André – che vedrà il ritorno di Zubin Mehta sul podio della “sua” Orchestra del Maggio Musicale Fiorentino che dirige esattamente da trent’anni. In cartellone un programma classico-romantico che si aprirà con l’Ouverture “Leonore n.3” di Beethoven; seguiranno il decadente “Preludio e morte di Isotta” di Wagner e la struggente sinfonia n.6 di Ćaikovskij “Patetica”.

Il concerto inaugurale è stato realizzato grazie al prezioso contributo di Eni.

Zubin Mehta torna a Ravenna per la sesta volta: la prima partecipazione risale al 1991, nella seconda edizione del festival, quando diresse il Maggio Musicale Fiorentino sul palcoscenico allestito alla Rocca Brancaleone; il programma comprendeva composizioni di Boccherini/Berio, Beethoven e Berlioz. Tra gli altri appuntamenti va anche ricordata l’edizione del 2009, che ha propose al pubblico una “diretta” da Valencia, con la proiezione su maxi schermo del dramma musicale di Wagner “La valchiria”, con Plácido Domingo e Jennifer Wilson e La Fura dels Baus. In quell’occazione Mehta dirigeva l’Orquestra de la Comunitat Valenciana.

“Fidelio” è l’unico lavoro teatrale del maestro di Bonn. Viene composta quando l’autore è al culmine della propria esperienza e maturità artistica; ed è una conferma del genio creativo di Beethoven. Eppure la prima versione del “singspiel” fu un insuccesso e furono necessarie due riscritture per arrivare all’edizione finale del 1814. «Di tutte le mie creature, il Fidelio è quella la cui nascita mi è costata i più aspri dolori, quella che mi ha procurato i maggiori dispiaceri. Per questo è anche la più cara; su tutte le altre mie opere, la considero degna di essere conservata e utilizzata per la scienza dell’arte»: così Ludwig van Beethoven presentava la sua unica opera, con una trama incentrata sulla lotta contro la tirannia e la ricerca della giustizia, messa in scena in una Vienna appena occupata dalla truppe napoleoniche. Il segno più evidente del lungo travaglio compositivo è costituito dalle quattro ouverture. Fu Mahler, per primo, ad avviare la tradizione di suonare la “Leonore n.3” come sontuoso preludio al Finale di “Fidelio”. Beethoven non lo avrebbe mai immaginato (e forse nemmeno approvato). Perché il gesto era eccentrico, non conforme al canone teatrale che voleva l’Ouverture (o Sinfonia, in Italia) come brano messo a cappello di un atto d’opera: come esordio, non per spezzarlo in due. Eppure Mahler con questa audacia, decisamente non filologica e subito seguita “in primis” da Toscanini, fece brillare la “Leonore n.3” assai più delle tre sorelle, le “Leonore n.1, n.2 e n.4”. Collocandola in un contesto non ortodosso, le consegnò fama e applausi, contribuendo alla pratica successiva di farla eleggere tra le pagine preferite per aprire il programma di un concerto.

La prima esecuzione del “Preludio e Morte di Isotta” ebbe luogo a Praga, il 12 marzo 1859, sotto la direzione di Hans von Bülow. L’anno dopo, il 25 gennaio 1860, il dittico venne presentato a Parigi, questa volta con Wagner a reggerne le fila. Per ascoltare il “Tristano e Isotta” completa bisognerà attendere il 10 giugno 1865, a Monaco. Sul podio, anche questa volta, salì ancora von Bülow, che Wagner riteneva l’unico in grado di dirigere le sue opere.  Era stato proprio lo straordinario compositore e autore di Lipsia a ideare l’accostamento in un unico pezzo sinfonico dei due brani strumentali che stanno all’inizio e alla fine del “Tristano e Isotta”, appunto il preludio e la morte di Isotta, per le esecuzioni in forma di concerto. Di fatto si tratta di due pagine estremamente rappresentative di tutta l’opera, che ne condensano in modo efficace il significato più riposto conducendo l’ascoltatore dalle più struggenti sensazioni di una passione d’amore violenta e totale (l’intensità espressiva del preludio, con il suo incessante crescendo drammatico, il suo fatale ripiegarsi verso dolci abbandoni e malinconici presagi) fino al grande finale della trasfigurazione di Isotta accanto al corpo senza vita di Tristano, con l’inno alla morte che conclude il dramma. Le tensioni armoniche, la trama febbrile delle polifonie, i colore acceso dello strumentale, il cromatismo esasperato e il giro caleidoscopico delle modulazioni, fanno di questo brano un preciso punto di riferimento per tutta l’evoluzione del linguaggio musicale moderno.

Il 16 ottobre 1893 Čaikovskij sale per l’ultima volta sul podio dell’Orchestra di San Pietroburgo. Nove giorni dopo, il 25 ottobre, muore, suicida, a 53 anni. Il programma che aveva scelto per quella che, probabilmente, sapeva sarebbe stata l’estrema apparizione in pubblico, rappresentava un preciso disegno: l’addio alla vita, il drammatico racconto di una storia privata, la consegna della più recente composizione sinfonica accostata a una antologia di danze. Una scelta non casuale, naturalmente: lui che aveva inventato la musica per balletto con uno stile erede delle grandi conquiste sinfoniche dell’Ottocento, qui si inchinava al grande Maestro del teatro del Settecento. Le danze erano infatti quelle dell’“Idomeneo re di Creta” di Mozart.  D’altra parte la “Sinfonia n.6 in si minore” ha in sé un omaggio al capolavoro del genio di Salisburgo rimasto incompleto, il “Requiem” appunto. Se Čaikovskij non lo disse esplicitamente, lo chiarì a se stesso annotando il programma di massima su un foglio: «Il motivo sotterraneo è la Vita, con la sua antitesi in essa connaturata: il primo movimento è soltanto passione, fiducia, slancio vitale; il secondo movimento raffigura l’amore; il terzo la fine delle illusioni per l’incalzare minaccioso delle forze del male; il quarto è la Morte, cioè l’annientamento della Vita». Le sconcertanti battute iniziali del primo movimento, introdotte dal fagotto e dai contrabbassi, ritornano infatti nelle ultime note, che imitano un cuore che pian piano si spegne. Un finale clamorosamente diverso da quelli tipici di Čajkovskij, sempre tendenti al climax; e così sorprendente e impressionante che il pubblico in sala, durante la prima esecuzione, non riuscì a sciogliersi in un applauso se non troppo tardi, decretando un mezzo insuccesso che rinforzò senz’altro le intime convinzioni del suo autore, forse persuaso che anche il pubblico, da sempre dalla sua parte, non riuscisse più a capirlo.
Due settimane dopo la morte di Ćaikovskij, a Pietroburgo la “Patetica” venne eseguita per la seconda volta. Sul podio c’era un amico del compositore, il grande direttore Eduard Nápravnik, e molti del pubblico erano gli stessi che avevano seguito poche settimane prima il debutto della composizione. In tutti, a quel punto, fu chiaro il destino di morte che quelle note portavano con sé. La confessione di una fine consapevolmente accettata e affidata per sempre alla musica.

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