Bassa Romagna. Pierino Minelli: ‘Acqua e fiumi locali: un bene comune per fare cooperazione, cioè mutualità e solidarietà’.

Bassa Romagna. Pierino Minelli: ‘Acqua e fiumi locali: un bene comune per fare cooperazione, cioè mutualità e solidarietà’.
fiume Lamone

BASSA ROMAGNA. Fare cooperazione significa oggi, ancora più di ieri, valorizzare i rapporti di mutualità tra le persone e tra le piccole imprese, perché da tali rapporti – l’esperienza ce lo insegna – si genera solidarietà, nel senso di un benessere e quindi di una serie di vantaggi e opportunità  per  le persone e le famiglie di appartenenza.

E si può fare cooperazione  non solo nei settori storici dove la cooperazione è cresciuta e si è rafforzata – la produzione e il lavoro, il consumo, il credito, i servizi alle comunità e alle imprese – ma anche laddove oggi si manifestano con maggiore criticità gli effetti negativi di una modernizzazione industriale che non sembra più in grado di riprodurre se stessa.

Gli effetti negativi oggi si manifestano in situazioni e su fattori che sono di interesse generale; il suolo, l’acqua, le fonti di energia sono sempre più beni di interesse comune, di cui troppo spesso si occupano imprese private che per i loro interessi procedono anche alla semplice distruzione di tali risorse. Si possono in particolare prendere in considerazione situazioni ambientali dove si manifestano anche gli effetti negativi di una assenza sostanziale di cura e di manutenzione; si pensi ad esempio ai fiumi, ai torrenti che attraversano non solo le valli dell’Appennino, ma anche le campagne della Bassa Romagna, fino al mare. Di ciò occorre parlare con particolare premura, anzi con urgenza, anche e soprattutto per ridare il giusto valore a risorse pubbliche, naturali, ambientali che sono beni comuni, di tutti, dei cui vantaggi privati non è giusto che alcuni se ne approprino spesso in modo quasi definitivo. In modo particolare vorrei proporre casi di percorsi d’acqua, anzi dei nostri fiumi, dove si rende possibile un utilizzo mutualistico e solidale della risorsa acqua che li alimenta in condizioni normali, o li rende in qualche misura anche pericolosi, in condizioni meteorologiche particolarmente anomale.

Si possono formulare anche alcune ipotesi specifiche di intervento sui nostri fiumi, a cominciare dal fiume Lamone, che comincia il suo percorso dalla Romagna Toscana per sboccare al mare a nord di Ravenna.

Per tale ipotesi  si possono prendere in esame alcune possibilità per l’utilizzo delle suddette acque:

  • Utilizzare le acque che scendono dall’Appennino sfruttando l’energia cinetica che esse hanno, dovuta  ai forti dislivelli del letto del fiume; energia che si può utilizzare per la produzione di energia elettrica;
  • Equalizzare la portata delle acque per far sì che a valle  arrivi un flusso tale da evitare eventuali secche  nel periodo estivo con conseguente morte della fauna ittica; nel contempo occorre cercare di evitare il più possibile  anche esondazioni nel periodo di massima piovosità.
  • Favorire durante il periodo estivo un più razionale utilizzo delle acque stesse  per l’irrigazione dei terreni agricoli. E ciò è urgente farlo per evitare scelte e comportamenti non sempre corretti per acquisire acqua necessaria per le particolari produzioni agricole anche di qualità.

Per potere valorizzare al meglio le tre ipotesi indicate è necessario conoscere in modo abbastanza preciso alcuni aspetti del contesto ambientale a cui facciamo riferimento:

  • quantità media delle piogge nell’arco dell’anno
  • media mensile delle piogge
  • di conseguenza le ipotesi teoriche della portata dell’acqua nell’arco dell’anno.

Si ritiene che questi dati possano essere già disponibili presso gli enti preposti al controllo idrico del bacino della vallata del Lamone.

Avuti questi dati sarà possibile valutare la quantità ipotizzabile di energia elettrica producibile al minimo ed al massimo del flusso idrico.

Fatte queste prime considerazioni si ritiene utile, anzi indispensabile trovare il modo di equalizzare al meglio le portate, e ciò per potere massimizzare la produzione dell’energia elettrica e nel contempo riuscire a realizzare le altre due ipotesi e cioè

  • evitare le secche estive;
  • ottimizzare il prelievo idrico a scopo irriguo.

L’ipotesi più plausibile si ritiene possa essere la ricerca di siti – lungo il tragitto del fiume – ove realizzare sbarramenti (dighe) per imbrigliare l’acqua e farla poi defluire utilizzandola per la produzione di energia elettrica e nello stesso tempo per regolarizzare la portata a valle.

Nell’ipotesi di imbrigliare l’acqua con sbarramenti , si ritiene che, se si individuano siti idonei, se ne possano realizzare anche più di uno.

A tale proposito penso che presso la famosa Chiusa di Errano si possa fare qualche intervento  dal lato energetico. Attualmente si parla molto di vasche di espansione per evitare che l’acqua piovana defluisca velocemente verso le foci dei fiumi; successivamente, finito il periodo critico, questi accumuli si svuotano. Questo sistema è efficace per il deflusso verso il mare, ma non risolve il problema a monte; si possono  considerare i danni causati dal nostro fiume in questi ultimi mesi (sono noti i  gravi disagi arrecati alla città di Faenza ed anche più a valle). Se non ricordo male il geometra Bezzi, operatore presso l’Autorità di Bacino provinciale, durante l’incontro tenutosi presso la Fondazione ha detto che la Regione Emilia-Romagna vieta sbarramenti per imbrigliare l’acqua, asserendo che detti sbarramenti impedirebbero l’arrivo al mare delle sabbie in sospensione nell’acqua, utili per il ripristino delle spiagge.

Le vasche di espansione in parte provocano comunque una decantazione di dette sabbie anche se in quantità inferiore.

Nello studio di fattibilità della realizzazione degli eventuali sbarramenti sarà, quindi, necessario esaminare attentamente la possibilità fare defluire le acque di esubero dalla parte inferiore dello sbarramento permettendo in questo modo il deflusso di parte delle sabbie.

Se confrontiamo la realizzazione delle vasche di espansione con eventuali dighe di imbrigliamento, possiamo affermare – senza ombra di dubbio – che le vasche per il loro compito alleviano solo il flusso verso la foce senza nessun altro beneficio, mentre gli sbarramenti oltre ad equalizzare il flusso verso la foce, danno la possibilità di produrre energia elettrica pulita, con l’ulteriore effetto di ridurre le secche durante l’estate, evitando peraltro la moria della fauna ittica; infine, si potrà avere la disponibilità di acqua per scopi irrigui per tutto il  periodo estivo. A conclusione di queste valutazioni è necessario mettere in evidenza la necessità di un attento studio di fattibilità, dato che il lato economico rimane sempre alla base di qualsiasi realizzazione in questo settore; nel nostro caso abbiamo poi altri aspetti da tenere in considerazione, ma non facilmente quantificabili economicamente.

Su questi temi e sulle possibilità di governare al meglio fattori naturali e impegno di lavoro e di competenze professionale, al fine di produrre benefici di reddito e di benessere per tutta la comunità interessata, occorre ora cominciare a lavorare. E la Fondazione, sollecitando giovani a progettare nuove iniziative di impresa cooperativa in questo campo, può fare la sua parte, insieme al Credito cooperativo e alle organizzazioni che riuniscono le imprese cooperative già attive e funzionanti.

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