Non solo sport. Agonia della Grecia, dove ha vinto il ‘no’. Dobbiamo ora temere un altro ‘colpo di stato’?

Non solo sport. Agonia della Grecia, dove ha vinto il ‘no’. Dobbiamo ora temere un altro ‘colpo di stato’?
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LA CRONACA DAL DIVANO ESTATE. Qualcuno, alla vigilia del referendum greco, aveva detto che alla Merkel, tutto sommato, sarebbe andata bene la vittoria del ‘no’. In questo caso, infatti, Draghi sarebbe stato costretto a chiudere del tutto i rubinetti della Bce.
Nelle casse delle banche greche sarebbe rimasto allora  solo un miliardo, tale da  essere prosciugato in 24 ore. La riaperture degli istituti di credito di martedì 7è rimasta  incerta. Il prelievo massimo di 60 euro doveva essere  portato a 20. Con tanti pensionati alla disperazione, mentre la Troika potrà ora rifiutare ‘ qualsiasi negoziato su un nuovo programma di aiuti’. Esiste così il rischio di una guerra civile. Del resto il ministro della Difesa, recentemente ha detto che la ‘ democrazia in Grecia è garantita dall’esercito’. Come dire, un  preavviso di colpo di stato?

Per cui passare dalla cronaca al commento non è facile. La schiacciante vittoria del ‘ no’ ( oltre il 60%) mette un’arma a doppio taglio  nelle mani della Giunta. La quale più che ad aver ottenuto maggiore forza contrattuale, s’è andata ormai a cacciare in un vicolo cieco. Mentre, tra caldo e paura, nei supermarket, manca di tutto.
Sei persone su 10 risultano disoccupate. I pensionati, favorevoli al ‘sì’, hanno un assegno che normalmente non supera i 300 euro. Perfino le spiagge, di solito affollate durante questa stagione, sono semivuote. Oltre 50 mila al giorno sono le cancellazioni turistiche. Questo ed altro nel paese che è alla radice della civiltà occidentale. Una situazione drammatica. Lo sapevamo. Vien proprio da chiedersi: ma ( colori a parte) in che mani è mai  finito?
Intanto, però, due parole vanno spese anche per quella Germania in versione rosa che sta ‘ massacrando‘ l’Europa, Soprattutto quella del Sud, quella Mediterranea, che a vedere dai continui assalti dei migranti in arrivo da Africa e Medio Oriente, non sembra proprio appartenere alla leggiadra Europa.
Qui, i signori dei ghiacci e delle nebbie, se ne fregano di qual che accade al caldo. E comunque portano avanti una politica che più miope di così non potrebbe essere.
Sembra, per certi versi, simile a  quella dello stato unitario italiano  negli anni immediatamente successivi all’Unità  d’Italia verso il Mezzogiorno. Il quale, poco alla volta, s’è visto privare delle sue poche, ma qualificate eccellenze di cui s’era dotato anzitempo. Sprofondando sempre più in quel famoso  ‘divario’  Nord-Sud che, nonostante i mille sacrifici fatti, piuttosto che colmarsi continua ad allargarsi sempre di più. Anche ai nostri tempi.

I TEDESCHI CHE VORREMMO. La ‘rossa’, mettendoci del suo oltre a quanto gli ha  imposto per regolamento la banda di Stoccarda (e accoliti), stranamente, eccezionalmente, impercettibilmente, invece che risalire la china  indietreggia. La gara condotta nel tempio di Silverstone è stata agghiacciante. Sconvolgente. Da ammutolire.
Non fosse arrivata la pioggia a quest’ora si starebbe a parlare d’una ‘rossa’ superata anche dalle Williams e minacciata perfino dalle altre cenerentole in gara,  Force India comprese.
In che mani sia finita la nostra ‘rossa’ non è dato a sapere. E pensare che qualche mese fa ci avevamo contato su Marchionne e Arrivabene, evidentemente mal riponendo le nostre attese. La ‘rossa’ infatti non porta più nè capo nè coda, e poco importano i titoletti d’incoraggiamento che sparano su Sky e qualche altro  media amico. Vederla spegnersi così, insomma, fa  male al cuore.
E tuttavia qualcosa di positivo ha mostrato. Qualcosa, anzi, qualcuno. Ci riferiamo al suo principal driver,  quel Sebastian Vettel, ferrarista autentico, che sta facendo il possibile ( e l’impossibile) per  ‘ rianimare‘ una signora alla quale sembrano aver tolto ogni energia.
Seba, però, è tedesco. Non il solito  immarcescibile crucco,  rossiccio ed impalato.  Sì, perchè Seba è uno dal sorriso aperto e dagli occhi che non rifiutano di  leggere quanto di splendente s’agita nell’Oltralpe. Seba ha imparato ad amare, fin da piccolo, la prodigiosa storia di una ‘rossa‘ nata in una modesta officina emiliana. Seba fa di tutto per portarla al trionfo. Anche se con scarso riscontro. E tuttavia senza spazientirsi, senza schernire, senza smarrire il sorriso, tanto sa  che prima o poi la ‘rossa’ tornerà a ruggire. E a sverniciare le fraudolente, arroganti, ‘ frecce d’argento‘.

Se i tedeschi fossero tutti come Seba, chissà di quale Europa staremmo ora a parlare?

LE ALTRE ITALIE. Nel calcio, e non solo, si vedono spesso nomi italiani gareggiare per questo o per quell’altro paese. Sono tutti  figli dei nostri migranti. Che, soprattutto tra Ottocento e Novecento, più o meno cent’anni,  hanno popolato continenti diversi. Nei nuovi continenti, ad esempio, esistono paesi ‘ italiani’. Come l’Argentina, il Brasile, gli stati di New York e New Jersey, l’Australia.
Il Brasile tra fine Ottocento e primi tre decenni del Novecento ha ospitato 4.743 mila migranti. Di questi 1.391 mila erano ( i colonizzatori) portoghesi e 1.507 italiani. Ci sono Stati del centro-sud carioca che contano una marea di ‘ italiani’, nel totale almeno 25 milioni, praticamente una (mezza) Italia trasferita Oltreoceano.
Rintracciare i tanti oriundi sparsi per il Mondo non è impresa facile. Perchè si trovano collocati a livelli sociali diversi. E soprattutto nello sport. Che non significa solo calcio.
L’automobilismo carioca, ad esempio, conta una lunga fila di nostri immigrati: Fittipaldi, Barrichiello, Massa e perfino Senna. Il grande Ayrton  prese il cognome dalla madre di origini napoletane. Non amava che la storia si sapesse in giro  per non fare la fine di Maradona, che nella città partenopea ( fisco a parte) non poteva  manco mettere più piede,
venerato’ com’era ad ogni rione.  Se, poi, dal Brasile, voliamo in Argentina, beh qui non abbiamo che l’imbarazzo della scelta. A tutti i livelli.
Nel calcio, poi, conteremmo una filiera da far spavento: da Di Stefano, Sivori, Angelillo, Maschio, Crespo, Milito, Zanetti e per finire con Messi. Sarebbe bello che tutti costoro, prima o poi, se non l’han già fatto, soprattutto i più giovani come Icardi e Josè Mauri, prendessero in mano qualche libro per ripercorrere le strade intraprese dai loro ( non tanto remoti) antenati. Che lo straordinario  dna del sciagurato Belpaese hanno seminato nel Mondo.

IL TOUR DELLE SORPRESE. Si lamentano delle cadute improvvise, dei pali assassini, dello folate di vento che rompono i ventagli, ma se non ci fossero queste ‘sorprese‘ di che dovrebbero vivere le prime due settimane del Tour?
Che tutti concordano nel celebrare quale  corsa più ambita al Mondo, senza far capire il perchè. Visto che non è di certo la più dura, imprevedibile, fantasiosa  in calendario. Il nostro Giro, ad esempio, donde da oltre un secolo ha sudato la più grande genia di pedalatori mai partorita, è di gran lunga più ostico e affascinante. E comunque sarà il battage, sarà lo spiegamento mediatico, saranno i premi, sarà quel che sarà, ma del Tour si parla.
Noi, anche quest’anno, ci abbiamo spedito uno che il pedalare ce l’ha nel sangue. Lo scorso anno ha trionfato, quest’anno invece non è partito al meglio per via d’un ventaglio che l’ha incastrato in una tappa senza altra difficoltà che il vento del Nord.E comunque, per Nibali, non è il caso di disperarsi. Contador, pluricelebrato nonostante i suoi trascorsi con qualcosa di non concesso, non sembra ( al momento) uno spauracchio. Si batte bene, semmai, l’inglese Froome, che però non ha dalla sua parte altro che ‘ una straordinaria preparazione psico-fisica‘.

Dire quindi che il nostro Vincenzo possa fare il bis non è (scaramanticamente) consigliabile. Come detto, alla Grand Boucle, un refolo di vento, un palo, uno spiritoso che ti getta dentro un fiume ( vedi Bartali ) o un birichino che ti vuol acquistare armi e bagagli ( vedi Vicini  ) lo si trova sempre. Del resto al Tour  contano surtout il marketing, il battage, il ciacalare d’imprese ( vere o presunte ) in ogni angolo del Pianeta.

Perchè è anche così che si costruiscono i miti. I grandi miti. E i grandi affari.

 

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