Ravenna. Al Chiostro della Classense i quartetti di archi di Bartók incontrano l’Ottetto di Mendelssohn per Ravenna Festival.

Ravenna. Al Chiostro della Classense i quartetti di archi di Bartók incontrano l’Ottetto di Mendelssohn per Ravenna Festival.
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RAVENNAI sei quartetti per archi di Béla Bartók occupano una posizione predominante non solo nell’opera del loro autore, ma anche nella produzione quartettistica contemporanea e possono essere considerati un’espressione fra le più alte e compiute della musica del Novecento per quanto riguarda la ricerca linguistica, l’invenzione formale e la sensibilità timbrica. Dopo la prima, intensa giornata d’omaggio all’autore, a 70 anni dalla morte, l’ascolto di queste preziose e visionarie composizioni si completerà mercoledì 8 luglio, alle 21.30, sempre nel suggestivo scenario del Chiostro della Biblioteca Classense, i Quartetti Accord e Kelemen eseguiranno il secondo e il sesto. Il concerto si concluderà infine, con un salto indietro nel tempo di oltre un secolo, quando le due formazioni si riuniranno per l’esecuzione di uno fra i capolavori giovanili di Felix Mendelssohn-Bartholdy, l’Ottetto in mi bemolle maggiore per archi op. 20, composto nel 1825.

Nell’arco dei quasi dieci anni che separano il Primo dal Secondo quartetto op. 17 bb 75, Sz 85, Bartók prosegue con le ricerche sulla musica popolare in Ungheria, in Transilvania, nel Banato e in Algeria. Il Secondo quartetto, scritto in piena Grande Guerra (1915-1917), in anni particolarmente angosciosi per il compositore, che non viene arruolato per motivi di salute, è dedicato al Quartetto Waldbauer-Kerpley, che lo esegue a Budapest il 3 marzo 1918. È un’opera fondamentale nell’evoluzione del linguaggio del compositore e risente dell’incontro con la musica tradizionale e dell’impressione suscitata dalla musica di Debussy, conosciuta prima grazie alla mediazione di Kodály, poi attraverso viaggi che Bartók stesso fa a Parigi tra il 1909 e il 1912. Si tratta, per altro, della prima musica bartokiane che sia stata incisa in dischi: la registrazione discografica curata per la casa Polydor dal Quartetto Amar-Hindemith risale infatti al 1925.

Il Sesto quartetto è l’ultima opera che Bartók, addolorato per la perdita della madre, scrive in Europa prima di partire per gli Stati Uniti. Commissionato da Zoltán Székely, violinista del Nuovo Quartetto Ungherese, contrariamente alle aspettative, fu eseguito per la prima volta a New York il 20 gennaio 1940 dal Quartetto Kolisch. Se alcuni critici hanno voluto vedere nell’episodio denominato “Mesto” un addio all’Europa, il Sesto quartetto, in realtà, come altre opere del periodo americano, sembra rafforzare il legame con la scrittura musicale europea. Tutta la composizione, infatti, è debitrice a modelli beethoveniani, anche quando, come nella “Marcia”, sono evidenti i riferimenti alla musica popolare.

L’Ottetto in mi bemolle maggiore per 4 violini, 2 viole e 2 violoncelli op. 20 è uno fra i capolavori giovanili di Mendelssohn. Composto nel 1825, a soli 16 anni, è tuttavia il frutto di studi che avevano portato alla produzione, assai precoce, di opere sia sinfoniche che cameristiche. Una nota dello stesso compositore in partitura avverte: ‘Questo ottetto va suonato da tutti gli strumenti nello stile di un’orchestra sinfonica. I piani e i forti vanno rispettati attentamente e sottolineati con più forza di quanto si usa in opere di questo genere’. Non è chiaro tuttavia a cosa si riferisca Mendelssohn con “opere di questo genere”: nella letteratura di quel periodo, infatti, non si trovano precedenti, è insomma qualcosa di inedito. Il modello più vicino è forse il Doppio quartetto di Ludwig Spohr, nel quale in realtà a un quartetto è affidata la parte di maggior rilievo, sostenuto da un complesso gemello. L’Ottetto op. 20 ha una concezione ciclica, è infatti percorso da temi che ritornano o che derivano l’uno dall’altro, solo l’Andante si sottrae a questa logica, una sorta di barcarola caratterizzata invece da una notevole incertezza armonica. Lo Scherzo, ricorda Fanny Mendelssohn, sorella del compositore, è ispirato al sabba delle streghe della Notte di Valpurga dal “Faust” di Goethe; il Presto conclusivo si caratterizza per la scrittura contrappuntistica del fugato iniziale, che lascia poi il passo a reminiscenze dal “Flauto magico” di Mozart.
Tutto l’Ottetto, sempre secondo Fanny Mendelssohn, nasconde un intento programmatico: «L’intero ottetto va eseguito staccato e pianissimo; i brividi dei tremoli, i trilli lievemente lampeggianti, tutto è nuovo, sconosciuto eppure così allettante, così amichevole: ci si sente tanto vicini al mondo delle creature fantastiche, che san levarsi facilmente al volo… sì, si vorrebbe prendere in mano una scopa per poter seguire meglio la schiera degli aerei fantasmi. Alla fine il primo violino volteggia come una piuma… e in un baleno tutto scompare nel nulla».

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