Non solo sport. Di nuovo un derby di Milano all’altezza. Ma anche il decimo ‘sigillo’ mondiale di Vale?

Non solo sport. Di nuovo un derby di Milano all’altezza. Ma anche il decimo ‘sigillo’ mondiale di Vale?
Vale a Misano images

LA CRONACA DAL DIVANO. Nell’aria frizzante di settembre c’è profumo di lauro. Quello che un tempo cingeva gli eroi d’Olimpia. E che i venti odierni  recano a noi  da luoghi più  o meno lontani. A partire dalla leggiadra Europa. Uno dopo l’altro.  Il primo, si trova a Berlino, dove i ragazzi di Pianigiani contro i terribili Germani sono sembrati più dei legionari del console Germanico *   che una  abituale squadra di basket; il secondo si trova  in Iberia, dove uno smilzo e irriducibile  ciclista sardo   è in attesa di indossare a 25 anni una meritata maglia rojas;
il terzo staziona una volta ancora presso l’antica Mediolanum, che proprio di questi tempi sta rimettendo a nuovo il  mitico San Siro per qualche altro appuntamento con la storia: la finale Champions del prossimo anno e un altro dei suoi fantastici derby, modesti quanto volete ma pur sempre con gli spalti gremiti fino al possibile, e con due squadre dal curriculum prestigioso come pochi altri e che hanno finalmente ritrovato la  strada giusta.
A Misano Adriatico intanto sta per scendere in pista il nostro Vale. Per un’altra impresa. Davanti ad una folla che si annuncia sopra le centomila unità. Per quei punti che gli mancano per assicurarsi il decimo titolo. O meglio, un posto centrale in quel pantheon del motorismo dove andrebbe a fare coppia con altri tre o quattro o cinque leggende, non di più. Non a caso gli inglesi l’hanno accolto per tempo nel loro club motoristico più prestigioso ed esclusivo.

IL BOATO MANCATOHamilton, il bel biondino inglese, l’aveva anticipata e così è stata. ” Le rosse – aveva annunciato con quel suo sorrisino tanto simile a quello della Gioconda -  dovranno accontentarsi del podio. Non oltre!”.  Era, probabilmente, la sua  incrollabile fede nella tecnologia tedesca ad instillargli tanta sicurezza.
E tuttavia, se n’è involato, per davvero e  fin dall’inizio, proprio nel mentre che il nostro Kimi stava prendendo una pennichella e Seba non poteva fare altro che accodarsi. La gran folla rossa di Monza, che alla vigilia annusava odore di prodigio, alla fine della tenzone, s’è così dovuta accovacciare, mestamente, ondata dietro ondata, sotto il podio più ambito ed elettrizzante della motorismo sportivo.

Lo sgarbo fatto da Hamilton a  Monza è di quelli imperdonabili. Qualcuno  infatti ha fischiato il bel biondino. Errando, però, anche se capiamo molto bene che alla passione rossa poco o  nulla si comanda. Perchè quel biondino è un driver eccezionale, forse, al pari o meglio ancora, di tanti suoi colleghi nati in Albione, come Moss, Clark, Stewart, e che in tanti  a Monza ancora ricordano. Un driver che va rispettato, eccome, anche perchè solo un pilota dalle capacità straordinarie come le sue può sfidare la rossa nel suo pantheon. Unico al Mondo. E che, qualcuno, sempre d’Albione, vorrebbe chiudere. Dal 2017. Dicono.
E anche questa volta, solo e soltanto, per  una vil questione di danaro.” A me non interessa la storia, a me interessano euro, dollari, sterline, pesetas, dracme e perfino fiorini  e sesterzi  romani”, avrebbe minacciato il Bernie. Con quei suoi occhi spiritati e avidi, ormai da novantenne,  e che nei suoi orizzonti non ha mai goduto del sole ( dell’avvenire)  ma soltanto di quello del suo interesse particulare. Un po’ come il tanto famigerato Sepp Blatter, lui sì,  già finito sulla graticola di quelli che prima o poi lasciano traccia ( tutta da quantificare ) di dove hanno posato le manine loro.

I SOLITI BAU BAU. I giganti  finti della nazionale di  rugby, con una impennata d’orgoglio, si sono (almeno) fatti rispettare dai giganti veri del Galles e ora partono tra mille infortuni per la Coppa del Mondo; invece quelli del basket, che sembravano non spaventare  nessuno fin dall’esordio hanno cambiato inaspettatamente spartito e musica. Dobbiamo quindi chiedere loro umilmente venia. Anche perchè non è facile trasformarsi dalla notte al giorno  sul parquet in un branco di leoni affamati. Gli alemanni si sono spaventati. Come ai tempi del console Germanico. E ora, piangendo, battuti anche dalla Spagna, escono dal torneo.
Con noi:  Spagna  genuflessa,  Germania  kaputt . Il povero Pianigiani, finalmente, raccoglie i frutti di tanto gridare al vento. I suoi azzurri, finalmente, hanno smesso d’essere pollaio e si sono trasformati in una legione capace d’emulare antichi trionfi. La battuta d’arresto con i Serbi mai propensi a scherzare conta poco o nulla. Anzi, servirà a riprendere fiato. E tuttavia, ora, l’Italbasket di Petrucci è a Lilla. Per incontrare Israele agli ottavi.
Qualche altra nota lieta arriva dal canottaggio, con molti equipaggi ammessi a Rio e una medaglia d’oro, nel quattro senza. Mentre il Fognini dopo l’exploit contro un Nadal in disarmo, s’è di nuovo fatto buttar fuori nel turno successivo. Anche lui ( contrariamente alla sua meravigliosa fidanzata, approdata con la piccola ma indomabile Vinci in semifinale nientemeno che a NY)  figura nell’elenco dei noti, anzi arcinoti, ed inguaribili,  bau bau.

DOVREMMO AVERCELA FATTA. L’armata di Conte, con un’altra striminzita vittoria ( 1-0 su rigore, a Palermo)  può cominciare pensare all’Europeo del prossimo anno. In  calendario gli restano Azerbaigian e Norvegia,  scogli difficili ma non impossibili. Certo è che, per alzare il tiro, occorreranno ben altri cecchini.
La nostra, tra l’altro, è una squadra che non segna o segna poco; e questo non si sa se per mancanza di idee e schemi o soltanto di materia prima. I ricambi generazionali non sono affatto scontati. Pirlo è andato in parcheggio a NY, Verratti non ha ancora spalle salde per portarsi addosso il peso d’una nazionale che ambisce alla mitica pentastella, Pellè è un centrattacco volenteroso ( e sveglio) ma arriva solo dal Soutempthon.
Degli altri, al momento, occorre solo  avere pazienza. El Saha fatica a giocare al Monaco, Balo è solo rispuntato, al momento, laggiù, su un campetto di Milanello, ma non si sa ancora se fa sul serio o se finge di farlo. Certo che se mantenesse quanto prometteva allora, nella sua beata gioventù, beh, ci si allargherebbe il core.

CAMPIONATO DI CALCIO E  SPESE PAZZE. In totale abbiamo superato i 5oo milioni di spese ( meglio di Liga, Bundes e Ligue 1; la metà in meno circa della Premier); praticamente con circa 137 mln di rosso. Come le nostre sapranno rientrare tra i paletti del fair play finanziario non lo sanno manco loro. Ad essere attivi sono: Atalanta (+7,7 mln), Empoli (+4,3), Genoa (+15,3), Palermo (+31,3), Samp (+o,9), Sassuolo(+0,95),Udinese( +26,5); tra gli spendaccioni sono: Juve (-66 mln), Milan (-61,45), Bologna(-35,24). Tra le società senza infamia e senza lodo invece sono collocabili: Carpi ( pareggio), Frosinone (idem), Inter (-7,58).

Queste  le spese. La domanda di fondo resta quella se si è elargito per progredire o soltanto per apparire. Certo è, rimarcano gli esperti o presunti tali, che la Juve non s’è completata ( quel Drexsler, forse, andava portato a Torino) e così il Milan ( rimasto buggerato prima da Ibra e poi da Witsel). Evidentemente il ‘ braccino corto’ in certi momenti non paga più. Tantomeno con squadre ricche quanto e più delle nostre. Alle quali auguriamo di risolvere quanto prima il problema impianti. Senza i quali, com’è ormai universalmente dimostrato, si poco lontano. Milan e Inter sono avvisate.
Occorrono (sempre) maggiori entrare, e quelle si devono trovare. Sui benefattori ( vecchia maniera) crediamo poco o nulla. Lo stesso City, al quale è andata la palma del maggior spendaccione al mondo (-165.8 mln),  elargisce danari per una somma di fattori. Non tutti filantropici. Attingendo inoltre  a casse statali.
La pazzia più grossa l’ha comunque fatta lo United di Van Gaal alla ricerca della gloria perduta: per il diciannovenne Martial, infatti, ha sborsato 80 mln. Spesa  pazza. Sotto qualsiasi visuale la si voglia valutare. Nel totale, la Premier, che con i soli diritti televisivi triplica le entrate altrui, ha speso 549,3 mln: Arsenal (-11,5), Chelsea(-27,1), City (-165,8), United(-39,6). Altri spendaccioni in giro per l’Europa sono: Real (-96 mln), Bayern (-70,5) e Psg (-89,7).

UNA GARA DI SOLIDARIETA’. A forza di gridare, qualcuno, lassù, tra i nipoti dei riformati, e i figli di Kant, si è mosso. Anzi, ora, è una gara alla solidarietà. Volontari anonimi tanto nella cristiana Austria quanto nella cristiana Baviera si sono offerti, con o senza auto, per trasferire nel più ‘ umano‘ tempo possibile quelle lunghe file di poveretti in fuga da qualche sciagura umana perpetrata qua e là per il Mondo.
Qualche duro, tuttavia, come il premier ungherese dimentico di quel che hanno dovuto passare gli ungheresi nei decenni post bellici, continua ad innalzare muri. Un pocoignorantello anche di storia varia, costui, perchè se sbirciasse qualche libercolo che non gli è difficile reperire, troverebbe che i muri tengono per quel che possono. I cinesi ne avevano eretto uno lungo migliaia di chilometri, eppure i Mongoli ( e affini) se li sono dovuti sempre suzzare nelle plaghe loro; così hanno fatto anche i romani, padroni del Mondo, col vallo di Adriano e altri  , ma per contenere quel che era possibile contenere. Gli ultimi sono stati quelli della Germania dell’Est, e i risultati dovrebbe conoscerli anche il duro di Budapest.
I muri sono inequivocabili segni di paura. Paura, all’eccesso. E quindi patologia. Che non è mai foriera d’un buon avvenire. Intanto, però, frau Merkel è assurta a ‘simbolo morale’ della (nuova) Europa. Come ci sia riuscita da una settimana all’altra non è dato da sapere; il fatto è che c’è riuscita. Almeno mediaticamente. E che comunque non riesce ancora a fare da contraltare alla figura di quell’uomo vestito di bianco, venuto dall’altra parte del Mondo, e che da mesi grida invano una ‘vergogna’ con pochi eguali. Il papa di Roma ha chiesto anche alle parrocchie cristiane d’Europa di ospitare almeno una famiglia. Di povera gente in fuga. Spetterà poi agli Stati selezionare i buoni dai cattivi.

 

*  ( nota storica)

GERMANICO. Germanico accompagnò Tiberio in Germania negli anni 10-13, dopo la grave disfatta subita da Publio Quintilio Varo nella foresta di Teutoburgo del 9. Era, infatti, necessaria una reazione militare immediata e decisa da parte dell’impero romano.

Germanico tornato a Roma, nel 12 fu eletto console 5 anni prima del normale cursus honorum, vale a dire a soli 28 anni. Nell’anno 13, inoltre,  Germanico fu nominato comandante delle truppe del Reno. Nel testamento lasciato da Augusto dopo la sua morte, venne designato come erede di secondo grado, al pari del figlio di Tiberio, Druso minore. Durante la successiva seduta del Senato del 17 settembre del 14, Tiberio divenne il nuovo imperatore e successore di Augusto, alla guida dello Stato romano, mantenendo la tribunicia potestas e l’imperium proconsulare maius insieme agli altri poteri di cui aveva usufruito Augusto, e assumendo il titolo di princeps.
Il nuovo principe, fra i suoi primi atti, sollecitò il senato a concedere l’imperium proconsulare a Germanico, che quindi poteva godere di grande autonomia rispetto a Tiberio stesso sulla impostazione della guerra in Germania.

Nel 14, mentre era in corso una rivolta delle legioni in Pannonia,anche gli uomini stanziati lungo il confine germanico si ribellarono ai loro comandanti, dando inizio ad un’efferata serie di violenze e massacri. Germanico, allora, che era a capo dell’esercito stanziato in Germania e godeva di grande prestigio, si incaricò di riportare alla calma la situazione, confrontandosi personalmente con i soldati in rivolta.
Essi chiedevano, come i loro compagni Pannoni, la riduzione della durata del servizio militare e l’aumento della paga: Germanico decise di concedere loro il congedo dopo venti anni di servizio e di inserire nella riserva tutti i soldati che avevano combattuto per oltre sedici anni, esonerandoli così da ogni obbligo ad eccezione di quello di respingere gli assalti nemici; raddoppiò allo stesso tempo i lasciti a cui, secondo i testamento di Augusto, i militari avevano diritto.
Le legioni, che avevano da poco appreso della recente morte di Augusto, arrivarono addirittura a garantire il proprio appoggio al generale se avesse desiderato impadronirsi del potere con la forza, ma egli rifiutò dimostrando allo stesso tempo grande rispetto per il padre adottivo Tiberio e una grande fermezza.
La rivolta, che aveva attecchito tra molte delle legioni di stanza in Germania, risultò comunque difficile da reprimere, e si concluse con la strage di molti legionari ribelli.I provvedimenti presi da Germanico per soddisfare le esigenze delle legioni furono poi ufficializzati in un secondo momento da Tiberio, che assegnò le stesse indennità anche ai legionari pannoni. Fin dall’inizio del suo principato, Tiberio si trovò, pertanto, a dover convivere con l’incredibile prestigio che Germanico, il figlio di suo fratello, Druso maggiore, che egli stesso aveva adottato per ordine di Augusto, andava acquisendo presso tutto il popolo di Roma.

Ripreso il controllo della situazione, Germanico decise di organizzare una spedizione contro le popolazioni germaniche che, venute a conoscenza delle notizie della morte di Augusto e della ribellione delle legioni, avrebbero potuto decidere di lanciare un nuovo attacco contro l’impero.
Assegnata, dunque, parte delle legioni al luogotenente Aulo Cecina Severo, attaccò le tribù di BructeriTubanti e Usipeti, sconfiggendole nettamente e compiendo numerose stragi; attaccò, poi, i Marsi, ottenendo nuove vittorie e pacificando così la regione ad ovest del Reno: poté in questo modo progettare per il 15 una spedizione ad est del grande fiume, con la quale avrebbe potuto vendicare Varo e frenare ogni volontà espansionistica dei Germani.

Nel 15, dunque, Germanico attraversò il Reno assieme al luogotenente Cecina Severo, che sconfisse nuovamente i Marsi, mentre il generale ottenne una netta vittoria sui Catti.  Il principe dei Cherusci Arminio, che aveva sconfitto Varo a Teutoburgo, incitò allora tutte le popolazioni germaniche alla rivolta, invitandole a combattere contro gli invasori romani; si formò, tuttavia, anche un piccolo partito filoromano, guidato dal suocero di Arminio, Segeste, che offrì il proprio aiuto a Germanico.
Questi si diresse verso Teutoburgo, dove poté ritrovare una delle aquile legionarie perdute nella battaglia di sei anni prima, e rese gli onori funebri ai caduti le cui ossa erano rimaste insepolte.
Decise, poi, di inseguire Arminio per affrontarlo in battaglia; il principe germanico, però, attaccò gli squadroni di cavalleria che Germanico aveva mandato in avanscoperta sicuro di poter cogliere il nemico impreparato, e fu dunque necessario che l’intero esercito legionario intervenisse per evitare una nuova disastrosa sconfitta.
Germanico, allora, decise di tornare ad ovest del Reno assieme ai suoi uomini; mentre si trovava sulla strada del ritorno presso i cosiddetti pontes longi, Cecina fu attaccato e sconfitto da Arminio, che lo costrinse a retrocedere all’interno dell’accampamento. I Germani, allora, convinti di poter avere la meglio sulle legioni, assaltarono l’accampamento stesso, ma furono a loro volta duramente sconfitti, e Cecina poté condurre le legioni sane e salve ad ovest del Reno.

Nonostante avesse riportato una sostanziale vittoria, Germanico era cosciente che i Germani erano ancora in grado di riorganizzarsi, e decise, nel 16, di condurre una nuova campagna che avesse l’obiettivo di annientare definitivamente le popolazioni tra il Reno e l’Elba.

Per giungere indisturbato nelle terre dei nemici, decise di approntare una flotta che conducesse le legioni fino alla foce del fiume Amisia: in tempi rapidi furono approntate oltre mille navi agili e veloci, in grado di trasportare numerosi uomini ma dotate anche di macchine da guerra per la difesa. Non appena i Romani sbarcarono in Germania, le tribù del luogo, riunite sotto il comando di Arminio, si prepararono a fronteggiare gli invasori e si riunirono a battaglia presso Idistaviso; gli uomini di Germanico, ben più preparati dei loro nemici, fronteggiarono allora i Germani, e riportarono una schiacciante vittoria.
Arminio e i suoi si ritirarono presso il Vallo Angirvariano, ma subirono un’altra durissima sconfitta da parte dei legionari romani: le genti che abitavano tra il Reno e l’Elba erano così state debellate. Germanico ricondusse dunque i suoi in Gallia, ma, sulla strada del ritorno, la flotta romana fu dispersa da una tempesta e costretta a subire notevoli perdite;  l’inconveniente occorso ai Romani diede nuovamente ai Germani la speranza di poter ribaltare le sorti della guerra, ma i luogotenenti di Germanico poterono facilmente avere la meglio sui loro nemici.

Egli riuscì a recuperare due delle tre aquile perdute nella battaglia di Teutoburgo, ed a battere la coalizione germanica, anche se non con una vittoria determinante, presso una ignota località di Idistaviso (nel 16). Tiberio, malgrado le aspettative del giovane generale, ritenne opportuno rinunciare a nuovi piani di conquista di quei territori. Del resto il nipote, Germanico, non aveva raggiunto gli obbiettivi militari auspicati, non essendo riuscito a battere in maniera risolutiva Arminio e la coalizione germanica da lui guidata.
Il suo luogotenente, Aulo Cecina Severo per poco non cadeva in un’imboscata con 3-4 legioni.
Ma soprattutto la Germania, terra selvaggia e primitiva, era un territorio inospitale, ricoperto da paludi e foreste, con limitate risorse naturali (a quel tempo conosciute) e, quindi, non particolarmente appetibile da un punto di vista economico.  Tiberio riteneva poi  che i confini imperiali dovessero rimanere sul fiumeReno e che del fiume Elba non se ne facesse più menzione. La sua volontà, per quanto contraria a quella del nipote, concordava perfettamente con quanto aveva indicato Augusto, che ammoniva nel non superare i confini dei fiumi Reno e Danubio.

Incarico in Oriente (18-19)

Trionfo concesso a Germanico nel 17
Immagine Valore Dritto Rovescio Datazione Peso; diametro Catalogazione
Germanicus Dupondius 19 2010354.jpg Ædupondio GERMANICVS CAESAR, Caligola celebra il padreGermanico posto su una quadriga verso destra, con i pannelli decorati con la Vittoria; SIGNIS RECEPT DEVICTIS GERMAN, Germanico in piedi verso sinistra, solleva le armi e tiene un’Aquila. 37/41 (Caligola celebra le vittorie ed il trionfo del padre Germanico sui Germani (avvenuto nel 17); 29 mm, 16,10 g, 8 h (zecca di Roma antica); RIC Caligula, I 57.
Exquisite-kfind.png Lo stesso argomento in dettaglio: Limes orientale.

Quando questi ebbe portato a termine le sue campagne sul fronte settentrionale, dove si era guadagnato la stima dei suoi collaboratori e dei legionari, riuscendo a recuperare due delle tre Aquile legionarie perdute nellabattaglia di Teutoburgo, la sua popolarità era tale da consentirgli, se avesse voluto, di prendere il potere scacciando il padre adottivo, che in alcuni contesti era già malvisto poiché la sua ascesa al principato era stata segnata dalla morte di tutti gli altri parenti che Augusto aveva indicato come eredi.
Il risentimento spinse quindi Tiberio ad affidare al figlio adottivo uno speciale compito in Oriente, in modo da allontanarlo ulteriormente da Roma. E così, dopo aver concesso a Germanico il trionfo nel maggio del 17, gli affidò il nuovo comando speciale in Oriente. Dove, però, trovò la morte in circostante sospette.

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