Bologna. Legambiente Emilia Romagna mette i puntini sulle ‘i’ sulle alluvioni che hanno colpito Piacenza. ‘Basta bufale’.

Bologna. Legambiente Emilia Romagna mette i puntini sulle ‘i’ sulle alluvioni che hanno colpito Piacenza. ‘Basta bufale’.
Alluvione, foto di repertorio

BOLOGNA. Sulle alluvioni troppe mistificazioni che rischiano di fare danni. In troppi parlano senza un fondamento di base scientifica alle spalle.  I falsi alibi della mancata escavazione in alveo e pulizia fluviale non fanno che distogliere dalle cause reali degli eventi. 

Il disastro di Piacenza, col triste censimento di danni e morti, ci ricorda ancora una volta come i temi del dissesto e della prevenzione del rischio debbano diventare centrali nella cultura amministrativa e nell’azione politica.

L’eccezionalità dell’evento meteorologico che ha portato nel Nure e nel Trebbia una quantità di acqua inimmaginabile prima d’ora (e certo dovuta ai cambiamenti climatici), unita alla presenza di troppe strutture artificiali nello spazio del fiume, sono i due elementi centrali che hanno determinato i danni ed i morti. In fascia fluviale di rispetto si trovava di tutto: campeggi, centri sportivi, strutture abbandonate di alberghi, impianti di trattamento di inerti, strade ecc.

Su questa alluvione – sottolinea Legambiente – si sono sentite purtroppo troppe assurdità senza alcun fondamento scientifico; interventi superficiali persino da partiti ed esponenti politici, o da esponenti di ordini professionali riconosciuti. Imprecisioni e mistificazioni che rischiano di avere come effetto non quello di garantire più sicurezza, ma al contrario di impoverire e artificializzare ancor di più il territorio senza innescare processi e cultura  di prevenzione non più rinviabili, o peggio, di aumentare il rischio nel tempo.

L’Associazione ritiene doveroso rispondere tecnicamente ad alcune delle principali banalizzazioni di questi ultimi giorni sulle cause dell’alluvione. Risposte che possono essere validate da qualsiasi esponente del mondo scientifico che si occupi seriamente del tema, rintracciabili in pubblicazioni tecniche (diverse quelle dei dipartimenti di ingegneria dell’Università di Bologna, Firenze e Trento, del dipartimento di scienze ambientali dell’Università di Parma, del Politecnico di Torino), o nelle pianificazioni vigenti, ad opera del Distretto del Bacini del fiume Po, rimarcate opportunamente dal mondo dei geologi, e ricordate dalla Regione stessa durante la conferenza nazionale sul rischio tenutasi a Ferrara mercoledì scorso.

Leggende e verità

Le bufale

Scavare in alveo aiuta a ridurre gli effetti delle piene?

Non è vero, si tratta di misure non solo inutili ma anche controproducenti, visto che non fanno altro che scaricare il rischio più a valle e in più provocano un abbassamento dell’alveo che gradualmente induce scalzamento e crollo di ponti, difese spondali e argini, richiedendo quindi ulteriori interventi e spese per compensare gli effetti negativi che hanno creato. Ne è un esempio il corso di pianura del Po e dei suoi affluenti che è letteralmente sprofondato in seguito alle escavazioni negli anni 50-70 per realizzare le autostrade del Sole, Torino-Brescia, della Cisa. Inoltre, con interventi di somma urgenza, ed utilizzando la ghiaia come contropartita, si è scavato molto e senza un adeguato supporto di studi che ne chiarissero l’utilità o li inquadrassero su scala di bacino.

Tagliare le piante in alveo è sempre necessario?

Anche questo non è sempre vero. In alcuni punti la corrente va velocizzata, in altre va rallentata e solo studi idraulici possono valutare effettivamente la situazione. Gli interventi di “pulizia fluviale” sono il più delle volte “controproducenti” dal punto di vista idraulico. La vegetazione in alveo, infatti, svolge due utili funzioni: intercetta e trattiene parte degli alberi portati in alveo dalle frane e accresce l’attrito e riduce perciò la velocità della corrente e la sua forza distruttiva. L’unico intervento ragionevole di manutenzione in alveo è la rimozione mirata dei singoli esemplari arborei morti o pericolanti, evitando il taglio a raso che oltretutto elimina completamente la vegetazione, e quindi gli habitat di molti animali. Nei piccoli torrenti che attraversano centri urbani è invece spesso necessaria una manutenzione più intensa e frequente, il più delle volte perché, in maniera irresponsabile, sono stati costruiti ponti con luce insufficiente. Non si può raccogliere la legna in alveo.

Tra le varie ecobufale, questa è la più assurda. In tutti i casi (anche nei Parchi) è permesso la raccolta della legna, o il taglio di piante secche, a condizione di banali comunicazioni preventive.

Le verità

Troppo poco invece sono state ribadite le verità che hanno contribuito a portare a questa tragedia.

Fiumi artificializzati  e senza spazio

Abbiamo tolto spazio ai fiumi e ora si rincorrono le piene, aggiungendo sempre nuove opere di difesa. Opere spesso necessarie ma che da sole non risolvono il problema.

Al contrario non si attuano praticamente politiche di delocalizzazione, spesso le uniche che garantiscono veri risparmi nel tempo, al posto di un continuo rincorrere stanziamenti di emergenza e difese sempre più massicce.

Tra l’altro un esempio concreto viene proprio da Piacenza: il Trebbia, comunque interessato da una piena eccezionale, ha avuto minori effetti dannosi in pianura, proprio perché lasciato maggiormente naturale e con maggiori spazi di divagazione.

I cambiamenti climatici sono una realtà concreta con cui fare i conti

Gli eventi piovosi estremi, un tempo con frequenza secolare, si susseguono ormai ogni anno. Il cambio del clima è una realtà ormai attuale con cui fare i conti. Serve quindi una politica vera per ridurre le emissioni, così come servono maggiori azioni di prevenzione, e sistemi di allerta efficaci.

Legambiente sottolinea la necessità di approvare quanto prima le “Linee guida per la riqualificazione integrata dei corsi d’acqua naturali dell’Emilia – Romagna”, redatte in collaborazione con il CIRF, contenenti le indicazioni sulle opere e le modalità di interventi in alveo. E’ indispensabile, oltre che trasformare in pratiche concrete questi indirizzi, che si inizi una seria politica di delocalizzazione degli insediamenti presenti nelle aree di espansione fluviali, analizzando lo stato delle fasce fluviali, delle opere presenti in alveo ed in fascia riparia per capire quali spazi necessitino i fiumi, delocalizzare quanto possibile e proteggere correttamente quanto non delocalizzabile, con difese spondali durature e adeguate alle più moderne tecniche in un’ottica complessiva di bacino fluviale.

Un esempio su tutti lo scheletro pericolante di un ex albergo presente nell’alveo del Fiume Trebbia all’altezza di Barberino. L’ecomostro è sottoposto a decreto di abbattimento, non ancora eseguito per le varie pastoie burocratiche tipiche del nostro paese. Uno scheletro in alveo inciso, che va rapidamente abbattuto alla luce della pericolosità. Sconsolante che sia stato il Trebbia a risolvere un problema che le autorità preposte e la Magistratura hanno colpevolmente ignorato.

 

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