Forlimpopoli. La Segavecchia diventa occasione per visitare le bellezze del territorio.

Forlimpopoli. La Segavecchia diventa occasione per visitare le bellezze del territorio.
Mercato sotto la Rocca di Forlimpopoli

FORLIMPOPOLI. La città di Forlimpopoli offre a tutti i visitatori della Segavecchia l’opportunità di trascorrere giornate all’insegna dello svago e del divertimento, ma non solo. Oltre alle varie e numerose iniziative organizzate nel periodo della festa, sarà infatti possibile visitare le maggiori attrattive storiche, artistiche e culturali della cittadina romagnola, tra cui la Rocca, la Basilica di San Rufillo, il Museo Archeologico Civico ‘Tobia Aldini’, Casa Artusi e la Chiesa dei Servi.

Questa settimana a seguire riportiamo le descrizioni della Rocca, della Basilica di San Rufillo e della Chiesa dei Servi. I testi sono tratti dal sito www.comune.forlimpopoli.fc.it, a cui si rimanda per maggiori approfondimenti.

LA ROCCA DI FORLIMPOPOLI
La costruzione di un primo fortilizio risale alla metà del XIV secolo. La struttura viene edificata fra il 1361 e il 1363 per volontà del cardinal legato Egidio Carrilla de Albornoz sulle rovine della cattedrale romanica intitolata a Santa Maria Popiliense e del vescovado; essa viene indicata, in alcuni documenti dell’epoca, con il nome di Salvaterra a evocare la semplice funzione svolta a presidio del territorio e a protezione della piccola comunità sopravvissuta alla distruzione della città.
Nel 1379 Sinibaldo Ordelaffi, divenuto signore di Forlimpopoli per concessione del pontefice Urbano VI, opera la prima trasformazione del fortilizio in una rocca vera e propria. Fra il 1471 e il 1480 Pino III Ordelaffi avvia un successivo intervento che conferisce alla struttura la mole e l’aspetto attuale, intervento completato sotto le signorie di Gerolamo Riario e di Caterina Sforza. La fortificazione risulta caratterizzata da quattro possenti torrioni angolari a sezione circolare, da una cinta muraria rinforzata da una muratura a scarpa e dalla presenza di un ampio fossato sui quattro lati (di cui oggi si conservano solo i tratti orientale e meridionale).
Successivamente il fortilizio passa sotto il dominio di Cesare Borgia, dei Rangoni e degli Zampeschi. Sotto la signoria degli Zampeschi, il complesso vive il momento di suo massimo splendore; perduta la sua funzione militare-difensiva, viene trasformato nella sede di una corte “principesca”. Concessa in enfiteusi, all’inizio del XVII secolo, al cardinale Aloisio Capponi, di nobile famiglia fiorentina e al tempo Arcivescovo di Ravenna, la rocca si avvia a un lento, inesorabile declino. Con l’arrivo dei Francesi in Romagna nel 1797, l’edificio viene requisito e ceduto alla nuova municipalità forlimpopolese che vi trasferisce la sede del Comune.
Nel frattempo, a partire dalla seconda metà del Settecento, il complesso è oggetto di ulteriori modifiche: in seguito all’abbattimento delle mura urbiche, vengono riempiti alcuni tratti del fossato e aperti, sul prospetto occidentale della rocca, quattro archi che collegano la corte interna con la nuova piazza cittadina intitolata a Giuseppe Garibaldi; viene, inoltre, abbattuto il mastio di cui resta testimonianza attraverso alcune antiche rappresentazioni della città.
Un importante intervento di recupero, avviato nel 1970 e concluso nel 1990, ha restituito la rocca al suo antico decoro. Attualmente nell’ala settentrionale hanno sede gli uffici comunali; nell’ala orientale, al primo piano, si trova l’ampia sala a doppio volume riservata al Consiglio Comunale: qui è stato trasferito il più antico stemma in pietra della città di Forlimpopoli, risalente alla metà del XVII secolo. Lungo la parete orientale si apre la piccola cappella palatina, edificata nel XVI secolo, dedicata all’Eucarestia; sono tuttora visibili gli affreschi dell’inizio del XVII secolo che rappresentano: Il pane degli Angeli sulla volta, La caduta della manna sulla parete destra e Il profeta Elia sulla parete sinistra; in quest’ultima raffigurazione si è voluto riconoscere l’intervento del pittore ravennate Francesco Longhi (1544 – 1618). All’interno della stessa sala è custodito il grande telo istoriato che fungeva da sipario del Teatro Comunale, realizzato dal pittore forlimpopolese Paolo Bacchetti (1848-1886) e raffigurante la distruzione di Forlimpopoli e l’ingresso del cardinal legato Egidio Carrilla de Albornoz nella città.

LA BASILICA DI SAN RUFILLO
La Chiesa è intitolata a San Rufillo, primo Vescovo della Diocesi di Forlimpopoli vissuto nel IV secolo d.C. e patrono della città.
Indagini archeologiche condotte nel 1961 hanno permesso di fare luce sull’origine e sulle vicende edilizie dell’edificio: quanto è emerso dagli scavi è tuttora visibile all’interno di un ambiente adeguatamente ristrutturato sotto il presbiterio della chiesa. Dall’analisi dei dati archeologici è stato possibile ricostruire, nelle sue linee essenziali, la più antica fase edilizia della Chiesa, riferibile a un arco di tempo molto ampio che va dal VI all’VIII-IX secolo d.C.. L’edificio venne costruito immediatamente al di fuori della cinta muraria della città cui era collegato mediante un ingresso denominato “Porta di San Rufillo”, oggi non più visibile. La Chiesa, in origine, si presentava come un edificio a tre navate delimitate da due file di pilastri, verosimilmente a sezione quadrangolare, e con un’ampia abside curvilinea all’interno e poligonale sul lato esterno. Attiguo alla primitiva costruzione si trovava un pastoforio caratterizzato, anch’esso, dalla presenza di una piccola abside: a questo ambiente si accedeva, presumibilmente, dalla navata laterale destra della chiesa. L’edificio mantenne inalterata la struttura originaria per lungo tempo.
Nel X secolo il tempio fu affidato ai monaci benedettini che si allontanarono da Forlimpopoli in seguito alla distruzione della città da parte del cardinale Albornoz (1363): fu in quell’occasione che il sepolcro che conteneva le spoglie di San Rufillo, fu trasferito nella Chiesa di San Giacomo a Forlì. Pare che il primo, importante intervento di trasformazione dell’edificio risalga alla seconda metà del Quattrocento, agli anni dal 1460 al 1476: per volontà di Sinibaldo Ordelaffi, Abate Commendatario del Monastero, viene attuato un ampliamento verso Est mediante la costruzione di un nuovo vano absidale. Tutta la zona presbiteriale è ornata da eleganti elementi in cotto (basamenti trilobati su cui si impostavano pilastri o colonne) di cui oggi resta traccia nel vano sotterraneo.
Sostanziali modifiche vengono apportate alla Chiesa nel XIX secolo e, precisamente, fra il 1819 e il 1821 quando, su progetto dell’architetto forlivese Luigi Mirri, l’edificio, ampliato e rinnovato nelle forme neoclassiche, viene ad assumere l’aspetto attuale. Le navate sono prolungate ‘di un arco e di un altro tratto corrispondente allo spazio occupato dallorchestra, sopra la porta principale’.
Sono costruite ex-novo tutte le colonne della navata centrale, realizzate in mattoni intonacati, in sostituzione dei possenti pilastri che vennero distrutti. Alcuni tratti dei muri perimetrali sono, comunque, conservati (ancora oggi si possono ammirare le cappelle settecentesche ad essi addossate); l’abside viene completamente rinnovata e ciò determina l’abbattimento dell’arco trionfale in cotto che incorniciava l’area presbiteriale. All’esterno, sulla facciata viene giustapposto un pronao neoclassico ottastilo sotto il quale sono collocati i due sepolcri cinquecenteschi, in pietra d’Istria, di Brunoro I e Brunoro II Zampeschi, signori di Forlimpopoli: i monumenti fino ad allora erano custoditi all’interno della chiesa, nella zona absidale.
I più recenti interventi, riferibili agli anni Sessanta del XX secolo, hanno comportato la ristrutturazione dell’intero presbiterio con la costruzione dell’altare maggiore, la realizzazione della nuova pavimentazione, la demolizione della cantorìa e il trasferimento dell’organo in una cappella laterale. Nel 1964 le spoglie del protovescovo Rufillo, sono state traslate da Forlì e riportate nella Basilica a lui intitolata ove sono custodite all’interno di un’antica cassa-reliquiario, nell’altare maggiore.
Nel presbiterio è collocata anche l’antica cattedra episcopale in marmo e il bel coro ligneo risalente al XVIII secolo. Qui si conservano altresì importanti testimonianze artistiche del XVI secolo: si tratta della grande pala dell’altare maggiore opera del pittore ravennate Luca Longhi (1507-1580), raffigurante la Madonna col Bambino in trono con i Santi Rufillo e Antonio e il committente Antonello Zampeschi (1530). Ai lati dell’altare maggiore si possono ammirare una pala con la Madonna col Bambino, San Valeriano e Santa Lucia e il committente Brunoro I Zampeschi, ancora di Luca Longhi (1528) e un’altra pala con rappresentazione della Deposizione dalla Croce del pittore forlivese Francesco Menzocchi (1502-1584).
Nella cappella intitolata al Ss.mo Sacramento, entro una pregevole ancona secentesca in legno intagliato e dorato, è conservata una pala raffigurante la Ss.ma Trinità, la Madonna, San Giuseppe, Sant’Antonio da Padova e Santa Caterina, opera attribuita al pittore forlivese Giuseppe Marchetti (1722-1801). Al forlimpopolese Paolo Bacchetti (1848-1886) si deve il piccolo ciclo pittorico costituito dai quattro tondi raffiguranti i Dottori della Chiesa (nelle vele) e dalla Gloria di San Rufillo (nel catino absidale), realizzato fra il 1881 e il 1882 in occasione di alcuni restauri occorsi all’edificio chiesastico.
Allo stesso periodo e, presumibilmente, allo stesso Bacchetti è attribuita la decorazione della navata centrale che si compone di due tondi raffiguranti il santo patrono.
All’esterno della chiesa, alla base del bel campanile in stile lombardo risalente al 1521, si trova murata la testa di un leone in marmo di epoca romana.
Dal 1999 la chiesa è elevata a basilica minore.

LA CHIESA DEI SERVI
Nella seconda metà del XV secolo, i Padri dell’Ordine dei Servi di Maria danno avvio ai lavori di costruzione di un nuovo edificio chiesastico e dell’annesso convento nel luogo ove sorgevano l’Ospedale e l’annesso oratorio della Confraternita dei Battuti Neri. Questi ultimi, infatti, offrono ospitalità ai religiosi, giunti a Forlimpopoli presumibilmente nel 1488 su invito del predicatore Bonaventura Tornielli del convento dei Servi di Forlì. La costruzione della nuova chiesa, iniziata nel 1489, si potrae per lungo tempo e si conclude, presumibilmente, intorno al 1525. L’edificio, a pianta quadrangolare, ha una superficie uguale all’attuale ma di esso si hanno scarse notizie. Successivamente, nel 1707, i religiosi decidono di ammodernare la chiesa impostando sulla muratura esistente otto possenti pilastri che conferiscono all’aula un impianto circolare e hanno la funzione strutturale di sostenere l’imponente copertura ellittica. La chiesa viene a poco a poco dotata di un ricco apparato decorativo finché, in seguito alle soppressioni napoleoniche, nel 1797, i Padri dell’Ordine dei Servi abbandonano definitivamente chiesa e convento.
Se all’esterno, pur nell’estrema semplicità e sobrietà della muratura in laterizio, sono ancora visibili le tracce delle trasformazioni occorse nei secoli (si noti lungo Via Sendi il bel portale a ogiva con motivi ornamentali in cotto afferente all’oratorio quattrocentesco), l’interno sorprende il visitatore per la ricchezza degli apparati decorativi. Lungo le pareti si aprono sei altari ornati di stucchi e opere d’arte di pregio; si susseguono a partire da destra: l’altare di San Pellegrino Laziosi, l’altare del Ss.mo Crocifisso (con Crocifisso ligneo del XVIII secolo), l’altare dell’Addolorata, l’altare della Madonna del Rosario (decorato con quindici piccoli ovati opera del pittore forlivese Antonio Fanzaresi), quindi l’altare del Sacro Cuore di Gesù. In ultimo si può ammirare l’altare dell’Annunciazione in cui è allocata l’omonima pala di Marco Palmezzano (1533). Sulla porta d’ingresso è sistemato l’organo con portelle decorate dal pittore forlivese Livio Modigliani (1576). Lungo la parete orientale si apre la cappella maggiore con un bell’altare marmoreo del XVI secolo. Sulle pareti laterali, sono collocate due grandi tele della fine del XVI secolo, raffiguranti La strage degli Innocenti (a destra) e Il miracolo del Monte Amiata (a sinistra). Sul fondo, l’abside semicircolare è ornata da stucchi e pitture settecentesche; di gran pregio il coro ligneo, con intagli e intarsi, realizzato nel 1726. A lato del presbiterio, infine, si apre la Cappella del Cuore Immacolato di Maria, già dei Sette Santi Fondatori, fatta erigere dai Battuti Neri nel 1634 e da essi utilizzata come oratorio fino al 1679, anno in cui la Confraternita viene definitivamente allontanata da questo luogo. Le graziose decorazioni che ornano la piccola volta e le due lunette sono opera del pittore forlimpopolese Paolo Bacchetti (1848-1876). Qui è custodita, entro una teca, la predella d’altare attribuita a Marco Palmezzano (o alla sua bottega).

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