Ravenna. Quartetto Lyskamm. Chiostro Biblioteca Classense.

Ravenna. Quartetto Lyskamm. Chiostro Biblioteca Classense.
quartetto ' Immagine Editoriale'

RAVENNA: La grandiosa ed elegante cornice del secondo chiostro, fra gli spazi più belli di quel maestoso complesso che è la Biblioteca Classense, conferma la propria vocazione ad ospitare appuntamenti di musica da camera e piccoli ma preziosi ensemble. Anche quest’anno, sotto le fronde degli imponenti alberi che coronano il chiostro, il silenzio dello studio e della lettura sarà rotto da Ravenna Festival con le note di raffinati concerti.

Il primo appuntamento è con i giovani talenti del Quartetto Lyskamm, fondato nel 2008 in seno al Conservatorio ‘Giuseppe Verdi’ di Milano e che fra le proprie esperienze di formazione annovera la partecipazione al circuito ECMA (European Chamber Music Academy) – frutto della collaborazione tra alcune delle più importanti università musicali europee (Vienna, Parigi, Hannover, Vilnius, Oslo, Prades, Fiesole). Attualmente, il Quartetto prosegue il proprio perfezionamento sotto la guida di Heime Müller presso l’Università di Lubecca, mentre raccoglie riconoscimenti nazionali e internazionali – basti ricordare il più recente, il premio “Claudio Abbado” dedicato alla musica da camera dal Borletti – Buitoni Trust.

Il programma che sarà presentato al Festival vedrà il Quartetto – i violini Cecilia Ziano e Clara Franziska Schötensack, Francesca Piccioni alla viola e Giorgio Casati al violoncello – cimentarsi con una partitura dalla quale affiora la più autentica ispirazione bartókiana, il Quartetto per archi n. 4 in do maggiore SZ 91 che, scritto nel 1928, si colloca nel coerente e straordinario percorso che il compositore magiaro compie attraverso il genere quartettistico per dare vita a un corpus di inarrivabile ricchezza e impegno creativo, abbandonando in questa opera le mollezze romantiche, sottese però all’atmosfera notturna di quel Non troppo lento (il movimento centrale) da cui si stagliano rapsodici fremiti sonori, quasi frammenti di canto, tesi a tracciare un impalpabile e inaudito affresco timbrico.

Segue un Adagio che, nella tensione tra la fierezza dell’attacco e il tono dolente della chiusura, accentua l’effetto meccanico e sublime della fuga, aprendo inediti spiragli verso un romanticismo di là da venire: si tratta dell’Adagio che Mozart scrisse nel 1788 per introdurre una imponente Fuga pensata per due fortepiani qualche anno prima (nel 1783), dando fondo a tutti gli artifici del contrappunto, e alla quale imprime così la più sentita cantabilità degli archi, dando così vita al celebre Adagio e Fuga in do minore K 546.

Conclude il programma la risposta di Giuseppe Verdi alla moda che voleva la musica cameristica e sinfonica di impronta tedesca superiore alla nostrana inclinazione teatrale: “Un quartetto di Verdi!” è l’incredulo saluto con cui il cronista della «Gazzetta Musicale di Milano», nel 1873 annuncia quello che rimarrà il solo quartetto del grande operista. Composto nei momenti d’ozio all’albergo Crocella di Napoli in attesa della produzione dell’Aida, in quel Quartetto in mi minore per archi Verdi utilizza il contrappunto in modo virtuosistico, arrivando a chiudere la partitura con una fuga, una sorta di sberleffo presago di quello con cui, qualche anno più tardi, avrebbe chiuso il suo estremo capolavoro, Falstaff.

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