Religione e arte. Alle radici della fede nel Riminese: viaggio alla ‘riscoperta’ d’un rapporto mai estinto.

5 gennaio 2017 0 commenti
Religione e arte. Alle radici della fede nel Riminese: viaggio alla ‘riscoperta’ d’un rapporto mai estinto.
Religione e arte. Alle radici della fede nel Riminese: viaggio alla 'riscoperta' d'un rapporto mai estinto.

ALLE RADICI DELLA FEDE ( PARTE I)  E’un viaggio, questo che stiamo per iniziare,  alla ‘riscoperta’ delle radici antiche della fede nel territorio riminese. Un viaggio, di quelli rari, difficili da progettare ma anche da portare avanti, anche perchè non è facile rintracciare sostegni che consentono di proseguire in maniera adeguata. Questa volta, però, il sostegno si è trovato. Esauriente. Originale. Coinvolgente. Ci riferiamo alla pubblicazione, ‘Arte e storia della Chiesa riminese’,  curata da Pier Giorgio Pasini per conto della Diocesi di Rimini ( ‘Skira’ editore, ottobre 1999).
Grazie a questo prezioso contributo infatti il viaggio ha potuto prendere il largo. Prendendo le mosse da Rimini, città di mare ma anche capoluogo riconosciuto di un vasto territorio che risale ( tra l’altro) lungo la valle del Marecchia fin ai monti toscani. Rimini, caposaldo d’origine romana, posta all’incrocio delle vie consolari Flaminia ed Emilia, è andata arricchendosi col tempo di numerose ‘tracce’ romane e successive,  in parte sopravvissute e, tuttora,  visibili  un po’ dovunque sul territorio.
Della lunga epoca romana a Rimini sopravvivono un grande ‘arco trionfale’ e un solido ‘ponte’.  L’uno è attribuito ad Augusto, l’altro a Tiberio. Ovvero i due imperatori citati nel Vangelo di Luca e ( ineffabilmente ) legati alla ‘nascita’ e alla ‘morte’ di Gesù di Galilea. “ In quei giorni -  si legge in un passo di Luca - un decreto di Cesare Augusto  ordinò che si facesse il censimento di tutta la Terra… Anche Giuseppe, della casa e della famiglia di Davide, dalla città di Nazareth risalì  dalla Galilea alla Giudea, fin alla città di Davide, per farsi registrare insieme con Maria sua sposa, che era incinta…”.

Gesù di Galilea, dunque, per  singolari coincidenze, nacque quando l’arco d’Augusto svettava  già da alcuni anni; mentre subì la passione negli anni in cui fu dato inizio al ponte di Tiberio.
Al momento non si conoscono con esattezza i tempi della primissima evangelizzazione della città adriatica, si può tuttavia ritenere che i primi ‘pellegrini’ cristiani non dovettero tardare a giungere attraverso  le vie consolari  nell’ importante centro urbano della costa per  chiedere dimora ad una Città dai tanti,  indiretti, sorprendenti,  ‘agganci’ con la vicenda del Salvatore.

Per un cristiano, fondamentale, è il recupero della proprio rapporto con Gesù di Galilea. “  Il Verbo –  è scritto – si fece carne e venne abitare in mezzo a noi”. Dio con noi, dunque;  ma anche Dio  (sempre) con noi.
Dalla sua ‘nascita’, nella fredda e spoglia capanna di Betlemme,  fin al tormento del Golgota. Nei giorni  bui e in quelli di luce. Una ‘verità’, questa, che nel passato radicò profondamente al punto che al si può tuttora ampiamente  ‘verificare’ tra le ‘tracce’ a noi pervenute.  E questo, soprattutto grazie al contributo dell’arte, basti solo andarla a rintracciare laddove questa s’è conservata, in particolare  nei conventi,   nelle pievi e  nelle chiese oltre che nei musei,  per ‘risvegliare’ poi con il palpito dell’immaginazione tanti  capolavori ‘addormentati’.

LE PRIME ‘TRACCE’. I Musei comunali di Rimini conservano un ‘rilievo marmoreo frammentario di modesta misura e di ignota provenienza in cui sono scolpite tre figure mutile, due delle quali rappresentano Gesù di Galilea e  Paolo di Tarso’. L’opera, databile alla fine del IV secolo, appartenne ( probabilmente) ad un sarcofago raffigurante la ‘ Traditio Legis’. In quel periodo, realizzare questo tipo di raffigurazione su un sarcofago, significava dargli il significato ammonitore di un Gesù che ‘ aveva consegnato la legge soltanto a Pietro e agli Apostoli’.

IL CONCILIO DI RIMINI. Del cristianesimo delle origini nel Riminese ( come già detto) non si sa molto. Certo arrivò presto. Forse intorno al III IV secolo. E non senza contrasti. In quei frangenti infatti molti  nuovi proseliti, e non solo in Oriente, avevano aperto le porte quell’Arianesimo che all’imperatore Costanzo, figlio di Costantino, dovette apparire del tutto ‘logico’ e ‘sostenibile’, tanto da rendersi promotore di un concilio che da Nicea venne ( sorprendentemente) trasferito, nel 359, a Rimini, almeno per quel che riguardava i vescovi d’Occidente.
I quali,  riuniti nella città adriatica,  ribadirono invece compatti e avversi ai  desiderata imperiali  la condanna dell’Arianesimo. Tradizione vuole che tra quei coraggiosi vescovi si trovasse Gaudenzo di Efeso, vescovo di Rimini, il quale finì lapidato  proprio in conseguenza del  ( duro) ‘contrasto’ con l’imperatore.
La zona di Lagomaggio – un tempo esterna alle mura e a due passi dalla via Flaminia- viene da sempre indicata quale luogo di martirio e di sepoltura dei ( primi) martiri riminesi. In effetti, da quelle parti, qualche tempo fa, si scoprì una necropoli che dovette essere utilizzata  in epoca paleocristiana e bizantina. Al suo interno pare fosse stato eretto il santuario di san Gaudenzo,  ma poco o nulla di quel manufatto ci è rimasto.

Con l’eccezione di tre preziosi sarcofagi senza iscrizioni.  Durante la  prima evangelizzazione le chiese, tutte o quasi, come  documenta Luigi Tonini,  vennero dedicate ai dodici Apostoli. Del cui culto, però, non resta particolare documentazione archeologica. La più antica chiesa cristiana riminese comunque dovette essere quella dei santi Andrea e Donato, eretta vicino alla Porta montanara, praticamente ai margini d’una necropoli perduta.
Poco dopo la metà del Quattrocento ( probabilmente  intorno al 1462 / 1463), durante il ‘governo’ di Sigismondo Malatesta. Ben più recente dovette essere invece la distruzione ( 1834 ? ) d’un altra chiesetta, posta anch’essa fuori mura, ma sul versante orientale della Città.
Di quest’ultimo tipo di manufatto religioso se ne conserva ‘traccia’ soltanto attraverso un rilievo grafico del riminese Pietro Santi, dei primi anni del Novecento. Tuttavia, nel giro di uno/due secoli, antiche fedi e nuove  eresie vennero definitivamente sconfitte. Lasciando via libera ad una interpretazione ortodossa del   nuovo verbo cristiano, che attecchirà ovunque. Con la costruzione di numerosi edifici di culto. Per i quali verrà privilegiato lo schema a pianta centrale.

Poligonale, invece, è l’abside dell’unico capolavoro superstite dell’architettura religiosa bizantina in territorio riminese: la pieve di san Michele a Santarcangelo, con navata unica, dotata di una luminosità dai mille suggestivi effetti, strutturalmente ben proporzionata ed edificata grazie all’abile uso dei mattoni ‘giulianei’ ( forse direttamente importati dalla Grecia),  che caratterizzarono ( metà IV secolo) la costruzione degli edifici ravennati del tempo di Giustiniano.

 

 

( Parte I, a questo testo ne faranno seguito altri in successione cronologica).

Nella immagine, la copertina del testo ‘Arte e storia della Chiesa riminese’ di  Pier Giorgio Pasini, Diocesi di Rimini e la partecipazione di Carisp di Rimini e Fondazione Carisp di Rimini, Skira editore, 1999.

 

 

 

 

 

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