Alle radici della fede. Novecento, il secolo dell’assenza. Ultima tappa del rapporto fede-arte nel Riminese.

Alle radici della fede. Novecento, il secolo dell’assenza. Ultima tappa del rapporto fede-arte nel Riminese.
Pieve di Santarcangelo d/R, interno luminoso

BILANCIO FINALE. Dopo avere attraversato un lungo rapporto millenario, quale bilancio trarre per l’arte sacra riminese del Novecento? Il caso è problematico.  Anche perché qui più che delle cose fatte occorre parlare di quelle non fatte. Pier Giorgio Pasini nell’ultimo capitolo di ‘Arte e storia della Chiesa riminese’ cerca di dare una risposta ad una ‘assenza’ (tutto sommato) inspiegabile: “ Tuttavia a rendere difficile una sintesi significativa del momento – dice – è la sua vicinanza nel tempo, più che la sua quantità e la sua varietà frammentaria”. Il critico riminese è di quelli ai quali va dato grande ascolto. Del resto è stato proprio il suo studio a rendere possibile il nostro rapido volo  ‘alle radici della Fede’.

Da qualche tempo, e con qualche pretesa di artisticità, sono comparse in molte chiese locali ‘ antiche icone’, magari dipinte a mano, con santi piuttosto moderni e occidentali tipo  Giovanni Bosco, santa Teresa del Bambin Gesù e padre Massimiliano Kolbe, la cui spiritualità  poco o nulla ha da spartire con il misticismo ‘fuori dal tempo’ della tradizione orientale e antica. Del resto non sussistono che scarsi incroci recenti tra fede ed arte. L’unica eccezione,  meritevole di accenno, potrebbe riguardare il classicista Achille Funi ( 1890-1972), ripescato nel 1963 dai Paolotti per la decorazione murale della loro chiesa. A questo punto, però, eccezioni a parte, è l’ intero Novecento destinato ad essere ricordato più che per gli apporti dati per quello che ha ‘irrimediabilmente perduto’. Soprattutto durante il passaggio del Secondo conflitto mondiale che ha lasciato sul territorio riminese devastazioni un po’ diffuse ( la sola Rimini,  subì 397 bombardamenti, con 607 morti e 9.341 edifici distrutti), patrimonio monumentale e religioso compreso.
Si tratta quindi di una situazione strana. Inattesa. Contraddittoria. Visto che in questi ultimi decenni a non produrre più ‘immagini’ sacre è  stata proprio quella civiltà dell’immagine tanto sbandierata eppure  incredibilmente incapace  di fornire qualcosa che vada oltre il vivere ‘ soggettivo ed effimero’; una volta abbandonato ( forse per sempre)  il ‘ tempo delle pietre e delle mura parlanti’, o anche ‘dei grandi cicli figurativi creati dai tanti artisti sotto la guida di esperti teologi’.
Che restano, a tutt’oggi, le pagine illustrate di quella  ‘Biblia pauperum’ rimasta a  monito, diletto  e guida per i suoi visitatori. Credenti e non. Forse è anche a causa di questa  ‘lontananza’ tra fede e arte che, al momento,  il messaggio evangelico sembra ‘avere esaurito’ tutta la sua ‘ carica dirompente’  ormai circoscritta alle ( sempre più modeste) celebrazioni liturgiche, troppo anonime, troppo private, mancando esse inoltre dell’apporto creativo di artisti di valore dirottati in altri ambiti.

Anche i sacerdoti sono cambiati. La figura del ‘sacerdote erudito’ è praticamente scomparsa. Lasciando largo spazio a figure dedite ad opere di apostolato e sociali. Trascurando, qua e là, e sia pure in diversa misura, la ‘ chiesa’  loro affidata. Che però non può rinunciare al suo significato principale di ‘ casa di Dio’,  in cui  continuare ad accumularsi “ tradizioni secolari che la rendono unica; e con pietre e mattoni che esprimono un antico bisogno del Risorto e della sua Chiesa” e dove  conservarsi “ arredi e immagini formati nel corso dei secoli dall’ingegno e dal lavoro dell’uomo per lodare il Signore e per richiamare la Sua attenzione”.

Siamo, in buona sostanza, in una fase d’impasse. O meglio di attesa. Dalla quale occorrerebbe scuotersi, pur senza  (ri)aprire vecchi fronti di guerra. Religiosi, ideologici, sociali. “ Si tratta semmai, per quel che riguarda ( almeno) il problema del patrimonio artistico – suggerisce Pier Giorgio Pasinidi riuscire a farlo convivere all’interno di quello pastorale, valorizzando elementi che sono in grado di far recuperare il senso di un cammino e di un impegno di fede iniziato secoli fa”.
Al momento, comunque, la straordinaria ‘sorgente’ zampillante per secoli  di fede ed arte  s’è esaurita. E non solo dalle nostre parti. Forse per un momento di  pausa. Al momento senza risposta. Il futuro però incombe. E che mai ci riserverà il futuro? Chi può saperlo? Intanto, però,  sia pur costretti a confrontarsi quotidianamente con una società multireligiosa, perché  tanto timore nel ribadire la specificità del Cristianesimo? E perchè  esitare altresì  nell’esplorare le tante formule della fede? E’ forse mai esistita una fede senza il dubbio?

Date ragione alla vostra fede” esortava l’apostolo Pietro in una lettera ai primi cristiani. Evitando attraverso la fede di lasciare campo libero a quelle visioni variegate e diffuse della vita  in cui  tutto è destinato alla frammentarietà e alla pluralità; e dove nulla è universalmente valido, dove nulla è veramente saldo.
A Benedetto XVI, qualche anno fa, i sapienti della ‘Sapienza’ di Roma,  impedirono di pronunciare ( tra l’altro) questa frase: “ Se la ragione sollecita la sua presunta  purezza diventa sorda al grande messaggio che le viene dalla fede cristiana e dalla sua sapienza, inaridendo come un albero le cui radici non raggiungono più le acque che gli danno vita. Perde il coraggio per la verità, diventando non più  grande ma più piccola”.

Intanto perché non tornare a ‘rivisitarle’ quelle pievi, quelle chiese, quelle immagini che ci hanno parlato per lungo tempo del nostro rapporto con il sacro? E l’eternità?

 

 

Ro.Va.

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