Santarcangelo d/R. Fiere d’autunno. Partono di qui fin a novembre, con il cadere delle prime foglie.

Santarcangelo d/R. Fiere d’autunno. Partono di qui fin a novembre, con il cadere delle prime foglie.
Fiera San Martino ( coll. Macrelli )

SANTARCANGELO D/R. Le ‘fiere’ novembrine santarcangiolesi d’una volta sono rimaste nell’immaginario collettivo. Ciascuno – e sono ancora in tanti quelli che le hanno vissute –   le ‘racconta’ o le ‘tramanda’ come meglio crede. Per cui non è raro imbattersi in versioni contrastanti,  talvolta fantasiose e comunque non adeguatamente dettagliate e attendibili. Un poco di verisimiglianza, anche in questo caso, non guasterebbe. Né alle fiere né al loro mito. Visto che né le une né l’ altro  temono il trascorre del tempo.
Ma c’è dunque qualcuno o qualcosa che  può fornire i giusti lumi? Forse sì. E qui ci riferiamo alla attenta e copiosa cronaca ‘Al Fìri d’Santarcanzal  pubblicata sulla rivista  ‘La Piè’  nel numero di marzo/aprile 1932 ( Tipografia ‘La forlivese’ ). Ma prima di leggerla ( e chiosarla)  tornerà utile un aggiornamento geo-economico-paesaggistico del territorio attorno alla città nei primi anni Trenta. Con un contesto diverso da quello attuale, senz’altro, ma non più di tanto. Soprattutto dal punto di vista geo-antropico. Il Montefeltro,  come spiega lo stesso cronista,  ieri come oggi,  funge da suggestivo sfondo alla città clementina, “con quei tre o quattro piani digradanti di colline che si sbracciano lungo le spalliere del Marecchia ricolme d’ogni opulenza fino a Rimini, Riccione, Viserba, Igea Bellaria, Cesenatico, Cervia”;  e con,  a dirimpetto, la tuttora minuscola Repubblica ( detta del Titano) “dove vai all’estero anche stando in casa”; eppoi, qua e là, fino al mare, gli scorci d’altri luoghi, d’altri centri, tutti più o meno noti, tutti più o meno caratterizzati,  “ dai colori policromi e dai toni smorzati, e che solo l’autunno inoltrato  gratificava, meravigliando”.

Tanto ben di Dio – prosegue  il cronista -  appariva, già nella Fiera antecedente del 1931,  come una sorta di  ‘gran pavese’ ritagliato a bella posta  dalla natura e dagli uomini “ attorno a quel grande terrazzo ( il colle di Santarcangelo, ndr) che, a metà novembre, per pedana sottostante, tornava a mostrare ancora una volta lo spettacolo unico di quel tappeto dispiegato e candido della Fiera”.

La Fiera di San Martino, dunque, quella d’una volta, che esibiva quale suo principale protagonista il mare ondeggiante d’animali,  polveroso e assordante, mal odoroso e agitato,  che s’andava  a formare  ora dopo ora fin dalla vigilia  dell’evento  nella sperduta vastità del Foro Boario. “ Eccolo là –  esulta il cronista – il bel colosso niveo, statuario, ieratico, ben appiombato sui quattro arti brevi e robusti; eccolo là, sempre in posizione fotografica, campione della razza bovina romagnola derivante dall’incrocio dei bovini podalici con quelli esistenti più anticamente nella Regione”.
Incroci, questi ultimi, di cui andava giustamente orgoglioso il cavalier Leopoldo Tosi grazie ai  sorprendenti risultati che era riuscito ad ottenere alla Torre Torlonia,  applauditi  perfino nell’Expo di Parigi d’inizio secolo. Ma oltre al principale protagonista delle fiere di quegli anni, ecco snodarsi la variegata folla dei comprimari. Accolti, in quel 1931, da un abbagliante mattino di luce, tepido e mielato, com’era abituale in quelle remote estati di San Martino.

La Fiera, ieri come oggi,  si poteva  ‘scoprire’ da soli o in compagnia, magari avviandosi non a caso da un punto prescelto  del paese. Per i più esperti, ad esempio, dall’alta  Contrada dei Nobili. “ Attenti però – raccomanda il cronista -  a marcare il passo. E  occhio lesto  anche agli incontri con gente di ogni ceto sociale, non sempre raccomandabile, ma molto frequente”.
La Fiera offriva una varietà illimitata di soluzioni per ‘viverla’ al meglio. E di sorprese. E manco a dirla, in quel bel mattino, ecco sbucare all’improvviso un corteo d’uomini e di donne. Festoso ed elegante. Con associato qualche personaggio noto ed inatteso. Il corteo mostrava infatti alla sua testa il celebre Accademico,  “ non  in feluca ed uniforme da Immortale, bensì in quella di latifondista ‘padronesonomè’”. L’Accademico (per non tenere in sospeso chi legge) era il celebre scrittore Alfredo Panzini, con tanto di “berretto di color vario, occhiali fissi in acciaio passatista, mezzo toscano sibilante ad un angolo delle labbra, grosso micio domestico da collo a un prussiano grigioverde cangiante attraversato da grandi alamari neri e ai piedi due coturni alfieriani”.
Al suo fianco, sulla destra, stagliava l’attrice Teresa Franchini, accompagnata  sulla sinistra dallo scrittore  Antonio Baldini, fresco fresco di viaggio,  visto che era  appena giunto da Roma col treno del primo mattino proprio per non perdersi la Fiera. Alle loro spalle si muoveva l’epigrafico Augusto Campana, detto lo ‘Storione’, perché per lui la storia (  ovviamente quella  antica) non riservava mai  angoli bui. Dietro a costoro zampettavano il dottor Malaguti con, in terza fila, qualche altro anonimo amico ‘commestibile’, di quelli cioè che ( ieri quanto oggi)  sembravano “ non avere in testa altra ora se non quella del mezzogiorno in punto”.

A mezza discesa, più o meno all’altezza della piazzetta della Collegiata e proprio in braccia al ‘mercato di mezzo’, appare il primo impenetrabile muro di folla, che rendeva assai difficoltoso il procedere. Ai suoi margini stazionavano i “friggitori del pesce” i quali “con alte grida invitanti” cercavano di richiamare l’attenzione dei passanti.  Di faccia  ( all’illustre corteo)  non si poteva non notare una insegna, “fronzuolamente baccalaureata di quercia”, che proprio per la speciale ricorrenza della Fiera aveva sostituito la ‘biffa’ del Touring.
L’insegna invitava ad affrettarsi ad entrare all’Osteria della vite, per assaggiare la famosa ( e non illimitata) Albana disgregante tutte le consorelle cesenaticensi e perfino bertinoresi”.

Nei pressi della Osteria della vite avevano trovato il loro “più legittimo recapito le ciambellare di Longiano, con infilate in una lunga canna le armille di pasta rese piccanti dai semi d’anici che danno buon bere”. Al cospetto di tante godurie, Augusto Campana  prende a divergere con sottile ironia dalla realtà, ricordando  agli amici d’avere decifrato ( tanti anni fa ) un papiro babilonese su cui stava stampigliato “che quando a Bacco saltava il ticchio di farsi una bella sbornia veniva quassù, in via della Vite, esattamente nella grotta d’Tugnin de Fattòr, a farsi le sue ( memorabili) bisbocce”.

Superata l’ Osteria della vite, inevitabile era lo scontro con il ‘ventre molle’ della città. A partire dalla sua  arteria più centrale, caratterizzata da una  graziosa scalinata, lunga appena cinquanta metri e larga otto,  e con una tale moltitudine di banchi da vendita in esposizione ai lati da sembrare un lussureggiante padiglione da esposizione universale. In questo ‘tratto gentile’ del Borgo,  ogni spazio disponibile era occupato “ da qualche cosetta per lo stomaco”.

Il cronista, infatti, calamitato, non rinuncia ad annotare  il possibile cominciando da due spalliere stracolme di “godurie da delirio”; dalle quali, poco al di sopra, pendenti da ganci attaccati sugli architravi dei portici,  emergevano enormi pacche di bove, maiale e lardo; di seguito, invece, stava  l’esposizione di  agnelli e capretti squartati, polleria già conciata, cacciagione (  da conciarsi ), vesciche di strutto, cotechini e festoni a più ondate di salsiccia. Mentre, su un piano intermedio, ma sempre a tiro di mano “ s’accentravano conche di porchetta fragrante dai mille odori e piccante dai mille sapori; mentre sui banchi s’ergevano blocchi di Parmigiano con e senza lacrima, pacchi di burro, formaggi secchi e bazzotti e squacqueroni, cataste di finocchi e sedani novelli, piramidi di frutta detta ‘onore di Cesena.
E ancora: olive, aranci, limoni; con a terra, barili di pesce marinato e mastelle di pesce in salamoia. Accanto ai “posteggi con delizie”, s’indaffaravano turgidi di sudore  personaggi così tanto caratterizzati da appartenere stabilmente alla memoria collettiva, come  la Tisbe, la Pèccia, la Poccia, il Sugabòtt, la Sina d’Egidio, e Musìn, e Studènt, la Marietta de Piturèl.

A due metri di distanza, intercalando, stavano  “ le solenni aree crematorie, specialità della Dittà Fìri d’Santarcanzàl  – trafitte da fioretto culinario, infarciti di lardelli e laureati di rosmarino, sudanti strutto e olio pel martirio subito grossi polli in rango,  che s’incitrulliscono ai giri manuali della sacerdotessa dello schidione”.
A quel punto, il cronista avverte che il corteo degli illustri è costretto ( una volta di più) a frenare il passo.  Anche se solo per una decina di minuti. Perché, sia pure con somma fatica, sgomitando e sbracciando, non manca poi di approdare  “ai due Borghi”.
Dove, in quello di sinistra,  stava appostato il “povero cieco nato” ; mentre, in quello di destra, era tornato  ( chissà mai da quale luogo esotico) il venditore di laccetti da scarpe da dieci soldi la dozzina con, al suo fianco, il venditore dei “lapis copiativi”, venduti ogni due al soldo. Nei paraggi del cieco e del venditore di laccetti aveva imparato a vivacchiare anche il sordomuto.

Mentre  per l’aere si levava la voce forte e suadente del “bulo cantastorie che s’accompagna alla chitarra”.
Poi, dopo un altro vigoroso strappo, finalmente, ecco l’approdo liberatorio  sulla sterminata piazza Maggiore. Dove ad imperare era un bailamme assordante. Che sembrava fare da colonna sonora ad  uno scenario di memoria  dantesca affollato fino all’inverosimile d’uomini e d’ animali dalle mille voci e dai mille colori. Sulla piazza Maggiore infatti tutti avevano qualcosa “ di grande o di piccolo” sul quale richiamare l’attenzione dei passanti. Esibendo così  “una  irrefrenabile esplosione d’energia al grido più sonoro; all’esibizione più iperbolica, tutta combattuta tra venditori fissi e ambulanti”.
I quali, fin da quel 1931,  giungevano a Santarcangelo da ogni angolo d’Italia. Fra i ‘fissi’ si notavano i mercanti di stoffe, ben ritti sul davanti dei loro camion; fra gli ambulanti, invece, c’erano il Lucchese con le statuine mondiali in gesso; il venditore di tavolini, panieri e trespoli di vimini porporinati in oro e l’immancabile persiano… di Napoli; oltre al venditore d’oggetti in legno di Sorrento e così via.
Nella piazza attigua ( già detta) della Canapa, era stato ritagliato a bella posta uno spazio adeguato per una grande giostra “ fatta girare – per la felicità dei ragazzi e delle serve – a suono di organo da cattedrale con, l’aggiunta, di un provocatorio tiro a segno”.
Nel mentre che, sotto agli attigui portici di Torlonia, un folto capannello  di gente si stringeva attorno ad una donna grassa bendata, che “ fattasi trono d’una sedia montata su una cassa d’imballaggio  leggeva nel pensiero - a gran voce – , illuminando il futuro”. L’atmosfera restava assordante, frenetica, eccitante. Lo stesso corteo rischiò più di una volta, e per distrazioni diverse, di sfaldarsi.

All’improvviso, ecco giungere alcune fragorose cannonate di grancassa che attirano  il corteo   e gran parte della folla verso il principio del Passeggio, dove  fin dall’antivigilia era stata collocata una delle attrazioni maggiori di quell’anno: ovvero, una “grande collezione d’animali di carne veramente naturale” come teneva a precisare la ‘spiegatrice’, di nazionalità cecoslovacca,  dalla corporatura  imponente e dal cognome impronunciabile.

Avanti, lor signori, non si mostrino scorbutici – invitava la ‘spiegatrice’ urlando in pretenzioso toscano all’ingresso del padiglione -  anche perché il tutto qui dentro si mostra per la vile moneta di mezza lira,  ovverossia di cinquanta centesimi, che non sono la rovina della famiglia!”. L’interno del padiglione era tutto uno stupore. C’era infatti il “magnifico cicanto lione proveniente dal Mondo Atlante de l’Africa”; e  perfino la foca monaca, pescata “nelle più alte montagne del Paraguaj, presso le costole dell’Africa, e che si cibba continovamente di anguille e di altri velocipedi”. La foca ( inoltre) rispondeva a qualsiasi domanda umana, sbalordendo tutti. Compreso quelli, tanto celebri, del corteo.

Ragazzi – propone  allora un membro della illustre comitiva   partita da via dei Nobili – se ci incantiamo qui non arriviamo d’ora alla giocata del pallone e, oggi, come ogni anno per la Fiera, l’andarvi è d’obbligo, anche perché la giocata è a beneficio del Ricovero Vecchi!”. Il corteo prende allora a spostarsi  verso lo Sferisterio. Che il Professore, prima ancora d’arrivare, inizia dottamente ad illustrare ai compagni, unitamente alle regole dell’antico ed arduo gioco al bracciale.
Qui è nato – sottolinea compiaciuto il Professoreun vivaio d’artisti del bracciale di rinomanza centenaria, quali Sante d’Bianchein, Bigein Amati, Oreste Macelli detto ‘è livar’, Giacomo, Lorenzo e Ugo Amati, Darold, i fratelli Franchini, il conte Eugenio Marini, Piròz e Marcòn Paglierani, i due Benedetti Flavio e Alfredo e Caio Carlini capace d’alternare – lui solo – il bracciale al sòcco melodrammatico, da rinomato tenore”.

Il Professore, mentre i giocatori del bracciale scendono nell’arena  per sfoggiare i loro primi colpi, non manca  di rammentare alla comitiva d’avere incontrato, circa una ventina d’anni avanti,  in una via di Torino, tale  Edmondo De Amicis che gli ‘magnificò’ i giocatori conosciuti a Santarcangelo e ai quali dedicò, qualche anno dopo, il  racconto ‘I Rossi e gli Azzurri’. Le ore, tra uno spostamento e l’altro, si consumavano veloci, commiste ad innumerevoli e forti emozioni. Alle spalle delle Contrade e della Rocca il cielo intanto cominciava ad imbrunire , lui soltanto,  in silenzio.

Poco alla volta le ombre della notte cominciarono ad essere più cupe, precipitando nella notte, ma senza farsene accorgere,  all’interno d’una  ovattata l’atmosfera. La Fiera di allora, alla fin dei conti, non smetteva mai di sedurre. E di tenere incollato. Stimolando continuamente. Occorreva quindi, obbligatoriamente, selezionare. Non senza qualche esitazione. E qualche rinuncia. Questo fin all’ ultimo minuto. Solitamente, in quelle Fiere, per  ‘benfinire’ la giornata non si evitava una puntata alla sala Edendove, non si sa come e perché, si iniziava ballare in due e si finiva desideratamente in tre”.
Con  vero sollazzo, di tutti o quasi. Poi, alla ‘fine della tenzone’ , come recita Cyrano de Bergèrac, quando la serata s’era grosso modo  appieno consumata, si poteva scappare dal baccano generale per rifugiarsi in qualche spiazzo quieto a  rimirare le stelle. Clarite et belle. Mentre, nel Borgo e nelle vie attigue,  dopo tanto agitarsi, si  levava  una qual aria di smobilitazione, “ come  similmente accadeva –  rileva  il cronista – per quegli enormi accampamenti militari d’un tempo disfatti al termine di una qualche campagna bellica”.

La gente, infatti,’ esaurita’ la Fiera in sol giorno, riprendeva la via di casa. In gruppo o singolarmente. E a seconda di come era sopravvissuta. Quasi mai con lo stesso stato d’animo  con la quale era arrivata. I delusi comunque non dovevano essere  in gran numero. Mai e poi mai. Per i mille richiami e le mille proposte che l’evento aveva saputo ininterrottamente offrire. Accontentando un po’ tutti. Generosamente. Fragorosamente. Fascinosamente. Come dev’essere accaduto anche in quella Fiera di San Martino del 1931.
Che, come le altre precedenti – puntualizza congedandosi con una punta di soddisfazione il cronista – aveva riservato, anche in quella circostanza, gli ultimi suoi palpiti  agli amanti campagnoli che rincasavano a braccetto, qua e là, in ordine sparso, come un esercito in disarmo,  nella notte fonda”.

 

Nella foto di repertorio, Fiera San Martino ( coll. Macrelli ).
Roberto Vannoni

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