Non solo sport. Li abbiamo conosciuti: Vale, che a 38 anni torna in sella; e Jake che a 96 ci lascia.

Non solo sport. Li abbiamo conosciuti: Vale, che a 38 anni torna in sella; e Jake che a 96 ci lascia.
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LA CRONACA DAL DIVANO. Giancarlo Minardi, fondatore dell’anonimo team di F1, non usa giri di parole . ” A sbagliare è stato Vettel – dice – con tre errori: è partito male, ha deviato verso sinistra e, fatto ancor più grave, avrebbe dovuto fare la corsa su Hamilton perchè era prevedibile che Verstappen sarebbe partito alla garibaldina e avrebbe giocato pesante”.  A Minardi, si sa che, la movida automobilistica, deve non poco; e tuttavia, questa volta, ci sono osservazioni che non tengono conto di tante cose. Pro e contro. Come dire: avrebbe dovuto ( almeno in parte) risparmiarsele.
Intanto pretendere che un quadricampione del mondo in corsa per il Mondiale debba alzare il piede alla prima curva per dar luogo ad un imberbe scatenato il quale  più che a vincere ( lo ha fatto una sola volta nella sua fatasmagorica carriera) pensa a tirar fuori di pista lui e gli altri, soprattutto con la livrea in rosso ( tre volte almeno con il solo Raikkonen), non sta scritto da alcuna parte.
Anzi, sta scritto semmai su qualche badiale, che i ‘pericoli‘ dalla F1 vanno eliminati e non lasciati scorrazzare ‘ garibaldinamente’  in pista. Dopodichè dire che Vettel avrebbe dovuto ‘ badareHamilton e non altri, non ci pare proprio del tutto centrato visto che, se a Kimmi riusciva l’incredibile partenza, frustrata dal garibaldino con licenza di fregarsene del prossimo, ad andare al comando  erano due ‘rosse’ con la possibilità di portarsi a casa non innocui bruscolini, ma dai 15 ai 17 punti in più, rispetto ad Hamilton.  L’equivalente, cioè, di (ri)mettere decisamente in pole position  la candidatura di Vettel per il suo quinto titolo mondiale.

Nel Belpaese, citati a parte,  soprattutto coloro che si credono più intelligenti, un po’ alla maniera dell’ Andrea Sperelli dello scrittore abruzzese, amano ‘ sparare’ e ‘ sparlare‘ del proprio Paese. Sentirsi come i comuni mortali, infatti, non è da loro. Non ce la fanno. Onde per cui godon perfino a sputare nel piatto sul quale mangiano.
Così facendo però non s’accorgono d’essere gli emuli a posteriori di quanti, in età ben più terribili, per non avere palle più use ad  affrontare il nemico, preferivano aprirgli le porte della città a braccia levate. Con risultati però che sarebbe che costoro andassero a rinfrescare, visto che il nemico rispettava ( e rispetta) tanti fuorchè i ‘deboli’ e i ‘traditori’ della patria loro. Possibile che non si capisca che  sparlar sempre male di noi, perfino dei miti più cari e agognati, si finisce ( prima o poi) col metterli in mani foreste? E con quali risultati? Cresciam forse in autostima o posti di lavoro?  Che altro, se non la miseria, ci torna in conto?

Un altro turno di Campionato, il quinto. Con due squadre rimaste a punteggio pieno: il magnifico Ciuccio e incrollabile Signora. Ha frenato, al momento, la Beneamata dello Spalletti,  con qualche problema a centrocampo, dove è sempre più clara la mancanza di certezze. Avanza di rigore ( due) il Milan del Montella, col suo 3-5-2 che sembra dare qualche garanzia in più. La Lupa, inoltre, fa ‘ quattro saliti sul ( comodo) materasso Benevento’. Sta, ora, a quota 9 punti, ma gli manca il recupero con la Samp. Maraviglia ancora la splendida manovra della Dea, cinque volte a segno col Crotone; canta infine il Toro, con quel Gallo che non accenna a starsene zitto e buono nel pollaio.

Vale da Tavullia, l’indistruttibile, va in Spagna, per montare in sella al GP Aragon. Non avrebbe bisogno di rischiare tanto, anche perchè è notevole la sua distanza dai primi per il Mondiale . Ma l’incredibile animus pugnandi che il creatore gli ha portato in dono non consente turni di riposo. Fin che c’è vita, c’è speranza, recita il detto popolare.
E lui, in questa occasione ancora, sembra averlo preso come motto da stampigliare sulle sue infinite chiazze di bandierine in giallo colorate.
Ai Mondiali di ciclismo assolo di Tom Dumoulin nella crono individuale professionisti. Dietro di lui Froome ( terzo). Tanto per dire la competitività che era presente al Giro rispetto al Tour. Il nostro caro Giro, che il prossimo anno partirà da Gerusalemme, per una escursione che storica che segnerà non soltanto il  ( sempre più) planetario sport della bici. Nel tennis, l’Italia riparte dalla Davis ( Giappone) e dalla Fed Cup ( Spagna). Mentre le ragazze del vollei vanno a disputare un Europeo dove si parla in prevalenza in italiano.
Un pensiero d’addio a  Jake La Motta, sangue di migranti italiani,  papà siciliano e mamma di Caserta, nato a New York 96 anni fa. Il suo volto è entrato nel mito prima ancora che gli prestasse il suo Robert De Niro, altro italo americano, nel memorabile film ‘ Toro scatenato’. Sfidò più volte Ray Sugar Robinson, uno dei medi più forti della storia. Perse cinque volte, con onore, riportando però una vittoria. Solo una, ma tanto eclatante da condurlo dritto dritto nell’Olimpo senza confini degli immortali dello sport mondiale.

IL TULIPANO NERO. Nell’attesa che i legulei del mondo tirino giù dagli scaffali i loro badiali calepini di diritto antico e moderno, ci sentiamo di anticipare qualche impressione sull’ennesimo  ‘ attentato‘ inferto alla nostra ‘rossa’, amata dalle folle di ogni angolo della Terra e odiata dai quei pochi ‘sfigati‘ che solo per il fatto di  ronzarle attorno vorrebbero imitare la sua voce da  usignolo quand’invece son solo cornacchie. Plumbee e odiose, in aggiunta.

Fatto è che il fenomeno nato tra i campi di tulipani, al di là dei torti e delle ragioni, materia si diceva da legulei, è ( almeno) un anno che ( per un motivo o per l’altro) non arriva al traguardo. Non arriva lui, non fa arrivare gli altri.
Sopratutto se con livrea in rosso. La sua abilità prediletta è prendersela con ‘ Ice man‘, il silente ed educato uomo del Nord, che  appena può, giusto o sbagliato che sia, ama accompagnar fuori di gara.
Fatto è che la magnifica ‘rossa‘ da Maranello, una volta per la frenata a secco ( impunita) di un arrogante, un’altra ( per le sviste ) del killer conterraneo e altre volte ancora del fenomeno nato tra i campi di tulipani, non riesce a finire una corsa in santa pace. Come sport comanda. E probabilmente manco il Mondiale, in testa, si sa, come meriterebbe, visto che ad assegnare il titolo non è una gara sportiva ma un insieme, più o meno combinato, più o meno casuale, più o meno impunito, di ‘ attentati’ e di ’ mandanti’  che non consentono il suo naturale svolgimento. Per competere, appunto, come sport comanda.

Del resto, certi metodi,  tengon esempi collaudati. Anche  recenti. Basti salire in collina e chiedere al centauro di Tavullia. Al quale è stato negato il decimo sigillo con una ‘furbata‘ passata in cavalleria senza strombazzi e rimpianti.
E  comunque, come noi intanto si va dicendo da tempi non sospetti, che bisogno ha la ‘rossa‘ di cercare titoli? Quelli non son forse roba da almanacchi? A lei non basta dunque essere  agognata ovunque, soprattutto dai  bimbi, i quali  quando la vedono passare  s’accendono d’un lampo di commozione? Infatti, guarda caso, proprio nel corso della pole, a Singapore e non a Monza, all’annuncio del tempo monstre di Vettel, il circuito è scoppiato in un boato. Lungo. Claro. Universale.

Seb l’aveva giurato davanti al  ’cuore‘ infinito di Monza: “ Tranquilli , stiamo tornando“. Ha mantenuto la parola, e questo conta, al desco della ‘rossa’.
Dove sarà fatica scordare  alla fine pole  i volti cianotici e gli oculi  sbarrati dei noti compagnoni di merenda, i pallidi  boss argentati, detti Toto ( l’atteso) e  Niki ( l’ingrato) , i quali, senza commento alcuno, soltanto con lo sguardo, hanno ammesso  ( una volta tanto) l’inammissibile. Ovvero chi meriterebbe il titolo e chi no. Per gli almanacchi il Gp Singapore 2017 è andato ad Hamilton, che ha preceduto Ricciardo e Bottas. Ora il ‘miracolato‘ re nero  guida la classifica mondiale con 28 punti su Vettel che comincia ad avvertire il ‘peso‘ della ‘rossa’.  Finalmente, può andare a gozzovigliare,  beato tra le donne.

IL DIO DANARO. Il dio danaro s’è impossessato del calcio. E se tutto al mondo va misurato con quello, diciamo pure che la nostra Serie A è in chiara rimonta sulle maggiori restanti consorelle europee.
La Serie A, infatti, durante questa torrida e lunga estate di calciomercato , ha sfondato il tetto del miliardo; qualche centinaio di milioni sotto alla paperonaPremier, la quale però s’avvantaggia sulla Serie A  grazie agli enormi introiti dei diritti televisivi esteri ( oltre un miliardo contro i 180 mln nostrani, più o meno); ma molto più in alto di Liga, Bundes e Ligue 1 ( quest’ultima sui 600 mln,  grazie   alle sparate della squadra di stato del Qatar chiamata, all’uopo, Paris Saint Germain).

Dal 2012 la nostra Lega ha triplicato gli investimenti, passando dai 373 del 2012 ai 1.o37 del 2017. Tra le squadre in evidenza il Milan ( 228 mln); ma anche Roma, Inter, Samp, Toro e perfino il Cagliari non sono stati di certo con le mani in mano. La Serie A sta rimontando alla brutta, su tutto e tutti, e se come si auspica anche gli introiti esteri daranno i frutti sperati non è detto che tra qualche anno ( o mese) diventi proprio la bistrattata  la Serie A il campionato più ricco del pianeta. Con qual fondamento e costrutto non è dato a sapere. Cresciamo, alla grande,  e questo ( al momento)  basta. Speriamo solo che tra tanta grazia non dimentichiamo la sostanza vera, quella di far nuovi stadi.

Saranno  afflitti i menagrami, ma andranno in delirio  i facitori del libero mercato, i quali, gatton gattone, da gran liberali,  stanno giocherellando sui prezzi con inusitata goduria e avidità.
Intanto, se Dio vuol,  hanno chiuso le porte del Calciomercato. In tutta Europa. Con N’peperempè, Nebbelelè e Coutintino finiti ( o quasi)  grazie a centinaia di milioni nelle braccia dei ’poveri fessi’ che gettano dalla finestra soldi altrui. Per costoro il fair play finanziario manco esiste; comprano con tutti gli espedienti del caso, gonfiando qua e deprimendo là, svolazzando come nugoli di cavallette arrivati dalla steppa o dai deserti.
Guarda caso i loro habitat naturali. Dire che il Psg sia una squadra di calcio fa ridere. Quella è una squadra di Stato, come il City, acquistata solo perchè comodo veicolo per portare a compimento operazioni varie.
E non sempre chiare. Certo, molti di quei soldi non solo non resteranno nel calcio ( vedi le commissioni a procuratori ultra miliardari) ma voleranno qua e là, con destinazioni tutte da costruire. Il pericolo c’è. D’iflazionare ( o infettare) il tutto. Non solo nel sistema calcio. Ed è alto.  Molto alto. La senora Uefa, per caso, dorme?

IL VALE INFORTUNATO. E’ ricaduto, proprio su quelle arterie ( tibia e perone)  che già erano state messe alla prova qualche anno fa. Ora, gli imporrebbero almeno quattro/cinque settimane di riposo, che tradotti in Gp vogliono dire star fuori dalle piste tre o quattro turni. Troppi sui sei rimasti. E comunque tali da non consentirgli più la rimonta per il decimo titolo. Forse volato via  nelle giornate trascorse dove, Marquez e Lorenzo  a parte, tra nuvolo e pioggia,   scelte tempestive al momento giusto avrebbero concesso di immagazzinare punti  validi per determinare, poi, la corsa ai titoli. Che, nel complesso, per lui,  restano nove. Qualcuno potrebbe però batterglieli.
Sappiamo chi. Iscrivendo, lui, l’ex discepolo,  il suo nome primus inter pares. Come numero soltanto però, e sempre che il Vale non riesca a stupire per l’ennesima volta il Mondo dei motori. Con un rientro record. Magari per venire a risistemare le bocce in gara. Non a caso, in qualsiasi parte del Pianeta, le macchie di giallo ricoprono  ( tuttora)  e  (a gran maggioranza)  le tribune e i prati.

IL DOVI CHE NON T’ASPETTI. L’Italia che non t’aspetti questa volta si chiama Dovi. Dovi, sì, trentuno anni, da Frampulla, cuore tra gli altri cuori della Romagna motor valley. Il terribile giovane ispanico, quello che esperimenta i limiti della fisica applicati ad una moto finanche cadendo all’uopo, in Albione, se n’è volato via, all’improvviso, fumando, lasciando così campo libero agli avversari.
Sui quali, per la quarta volta nell’anno, ha avuto la meglio il pio ( e  lucido) Dovi, caro agli dei  ( forse) quanto Enea fondatore di Roma, che non solo ha conquistato Silverstone ma è anche salito (di nuovo) sulla vetta del Mondiale. Che chiedere di più? Infatti, quando vedi i nostri ragazzi battersi con tanto onore e coraggio per cingersi d’alloro, che altro sognare?
 Andare a Misano col primato in classifica - ha commentato dopo il Gp d’Inghilterra il  Dovi - è molta roba. Non me lo sarei mai aspettato. E comunque tant’è stato“.  E mentre si appuntavano queste note, il fenomenale  Marquez s’è ripreso la testa del Mondiale. Per una manciata di punti, ma tant’è. Il Mondiale, comunque, resta aperto. Decideranno gli dei. Quelli a cui il Dovi sembra tanto caro.

 

LE NOSTRE IN COPPA.

SORTEGGI E GIRONI CHAMPIONS. Rammentiamo per l’ennesima volta   il ( temuto) sorteggio Champions. La mano (   non benevola) di Sheva ha costretto i nostri  ad un tour de force (davvero improbo )  sulla Premier nel ranking Uefa. Infatti, i gironi sorteggiati a Nyon  offrono grandi prospettive  alle inglesi, tali, probabilmente, da consentir loro di rintuzzare ( almeno per quest’anno)  l’attacco della Serie A.

Allo United hanno affibbiato le ‘facili’ Benfica, Basilea e Cska; al Chelsea hanno piazzato  Atletico, Qarabag e ( appunto) Roma; al Liverpool ( sempre  temibile) le ‘agevoli’ Spartak, Mosca, Siviglia e Maribor;  al City, le non imbattibili  Feyeenord, Shankthar e ( appunto) Napoli: al Tottenham, le ‘ostiche’ Real ( campione in carica), Borussia e Apoel.
Diciamo quindi che a rischio ( si fa per dire) di non passaggio del turno, potrebbero risultare  ( sempre tra le inglesi) Chelsea ( se Atletico e Roma faranno la loro parte) e Totthenam (  sempre che Real e Borussia non decidano di trasformarsi in comodi stuoini).
Ce la faremo tanto  (mal)messi a scalare il ranking Uefa? Sarà difficile, molto difficile, ma proprio perchè  è impresa difficile,  proviamoci. Con passione. Al mondo nessuno dona nulla, figuriamoci se ci si possono aspettare donazioni da nababbi spendaccioni ed egoisti che ( da qualche anno ) si sono impadroniti delle isole d’Albione.

GIRONI/ GRUPPO C: Chelsea, Atletico M, Roma, Quarabag; GRUPPO D: Juventus, Barca, Olympiacos, Sporting Lisboa; GRUPPO F: Shakhtar, Manchester City, Napoli, Feyenoord.
PRIMO TURNO  INCONTRI. ( 12 settembre) Barca-Juventus 3-0;  ( 12 settembre) Chelsea-Quarabag, Roma-Atletico Madrid( 0-0); ( 13 settembre) Feyenoord-City, Shakhtar- Napoli (2-1).

Sorteggio non malevolo per le nostre  anche per L’Europa League. Al Milan ( girone D) sono capitati Austria Vienna, Riyeka, Aek Atene; alla Lazio, Nice, Warengen, Vitesse; all’Atalanta, Lione, Everton, Limassol.
Dai primi risultati, segnali incoraggianti. Il Milan tra travolto ( 1-5) in trasfertal’Austria Vienna; la Lazio s’è imposta( 3-2) in rimonta sul Vitresse e la Dea sì è permessa d’impartire ( 3-0) una lectio magistralis di calcio a quelli dell’Eventon.

LA ( LO) VAR. Nella prima di campionato ha debuttato la ( lo) Var. Al suo comando c’è un uomo capace, Nicola Rizzoli, già miglior arbitro al mondo, con 234 gare dirette in Serie A. Anche qui, contrariamente alla nomea che ci hanno ( artatamente) appiccicato addosso, siamo i primi ( o tra i primi) d’Europa. La Liga, ad esempio, campionato all’avanguardia che in questo caso all’avanguardia non è, non ha Var. Che non va giù a molti ex e non ex.
Come all’erede dell’oracolo di Delfi Gian Luigi Buffon. Come al caro Boniek, ex brutto di giorno e bello di notte, che la (lo) ritiene ‘poco chiara/o’. E invece, da quel che si è visto fin dal debutto, la ( lo) Var non ha deluso. Anzi. In quasi tutti i casi ha reso ( finalmente) giustizia. In quasi tutti i casi, diciamo, è ovvio, perchè anche qui  c’è qualcuno che recrimina. Come l’amabile Sinisa, che  sperava in qualcosina in più alla sua prima. A torto, però. Infatti quanto mai è possibile che nelle cose abbia a verificarsi il tutto e il subito ? Porti dunque pazienza. Solo pazienza. Lo stessa si dica al vaticinatore Buffon.

LE MILIZIE DEL DUCA  DI MILANO. Le milizie del Duca, il signore di Milano, dopo lunga assenza dai campi di battaglia, hanno (ri)tirato fuori i carriaggi da guerra, i santi signacoli, gli armigeri e le bocche da fuoco, per tornare a (ri)mettere  ’in soggezione’ la pianura padana, e oltre, i territori da anni sfuggiti  al loro controllo.
E marciano verso ovest, per (ri)fare il morso ai ( tracotanti) Sabaudi; verso sud, per togliere dubbi sui rapporti di forza con gli (  scaltri ) Pontifici e  gli ( ambiziosi) Borboni; verso  est per fare chiarezza nel guazzabuglio  tra Orobici, Bresciani, Veneti e Furlani, spingendosi fin ai varchi alpini, verso i quali già ai primi d’ estate con l’amichevole ( si fa per dire) contro i nerboruti  della Bavaria ( aggiudicata per 4-0)  hanno diffuso a gran voce  la novità  che ( d’ora in poi)  almeno il Nord del Belpaese  non più  sarà  terra di conquista. Per nessuno. Anche se, diciamolo pure, una rondine non fa primavera.  E così pure il primo tempo di campionato rossonero nella ospitale ( e appassionata) Crotone.
Eppure ci son segni che gli aruspici del pallone san cogliere al volo. E se una rondine non fa primavera, altrettanto vero  è che il buon giorno si vede dal mattino.
E il mattino del Diavolo ( sembra) con quello della Beneamata, proprio delle annate migliori. Durante le quali  le lumbard hanno recato in preda ai piedi di Santo Siro ( tra l’altro) 10 Champions e 36 Scudetti.

 BANDO ALLE CIANCE: FATECI NUOVI STADI. Sottoscriviamo il testo diffuso a pagine intere da Sky per salutare  il nuovo inizio del calcio italiano.  ” E’ il momento. Sono grato della fiducia che tutti ripongono in me, fiducia che però io non merito, perchè da solo non sono niente. Pronti a dare tutto, ce ne sono tanti come me: dieci, trenta, centomila. E cresceremo ancora. Qualcuno proverà a dividerci, ma si ingannano se pensano di riuscirci. Perchè noi siamo destinati a fare grandi cose“.

( Giuseppre Garibaldi, giorno di Pasqua 1861)

 

CAMPIONATO SERIE A.  I GIORNATA. Juventus-Cagliari 3-1 ( sabato, ore 18), Atalanta-Roma 0-1 ( sabato, ore 18), Verona-Napoli  1-3 ( stadio Bentegodi, sabato 19 agosto, ore 20,45); Bologna-Torino 1-1 ( domenica, ore 20,45), Crotone-Milan 0-3 ( ore 20,45), Inter-Fiorentina 3-1 ( ore 20,45), Lazio-Spal 0-0 ( ore 20,45), Sampdoria-Benevento 2-1 ( ore 20,45), Sassuolo-Genoa 0-0 ( ore 20,45), Udinese-Chievo 1-2 ( domenica, ore 20,45).
CLASSIFICA DOPO LA 4a GIORNATA. Napoli, Juve e Inter, punti 12; Lazio 10; Milan 9; Torino 8; Sampdoria 7; Roma, Fiorentina, Cagliari 6; Atlanta, Chievo, Bologna, Spal 4; Udinese 3; Genoa, Sassuolo,Crotone, Verona 1; Benevento 0. * Roma e Samp una partita in meno.

CAMPIONATO SERIE A. 5a GIORNATA. ( martedì 19 settembre) Bologna-Inter, 1-1; ( mercoledì 20) Benevento-Roma (ore 18) 0-4, Atalanta-Crtotone ( ore 20,45) 5-1, Cagliari-Sassuolo 0-1, Genoa-Chievo 1-1, Juve-Fiorentina 1-0, Lazio-Napoli 1-4, Milan-Spal 2-0, Udinese-Torino 2-3, Verona- Sampdoria 0-0.

CAMPIONATO SERIE A. CLASSIFICA 5a GIORNATA . Napoli e Juve punti 15; Inter 13; Milan 12; Torino 11; Lazio 10; Roma 9 ( * una partita in meno), Samp  (* una partita in meno); Atalanta 7; Fiorentina e Cagliari 6; Chievo e Bologna 5; Spal e Sassuolo 4; Udinese 3; Genoa e Verona 2; Crotone 1; Benevento 0.
CAMPIONATO SERIE A. 6a GIORNATA  ( sabato 23 settembre) Roma-Udinese( ore 15), Spal-Napoli(ore 18), Juventus  -Torino( ore 20,45); ( domenica 24 settembre) Samp-Milan (ore 20,45); Cagliari-Chievo( ore 15), Crotone-Benevento, Inter-Genoa, Verona-Lazio; Sassuolo-Bologna(ore 18), Fiorentina-Atalanta (ore 20,45).

 

CLASSIFICA MONDIALE F1 PILOTI: , Hamilton ( Mercedes) 263 punti,Vettel (Ferrari) 235, Bottas ( Mercedes) 205 , Ricciardo 164.
CLASSIFICA MONDIALE F1 COSTRUTTORI:  Mercedes punti 485, Ferrari 373.
PROSSIME GARE.   Gp Giappone( Suzuka) 8 ottobre; Gp Stati Uniti ( Austin) 29 ottobre; Gp Messico ( Mexico City) 29 ottobre; GP Brasile( San Paolo) 26 novembre; GP Emirati arabi ( Abu Dhabi) 26 novembre.


I DUE (O TRE) REGISTRI.  Nel gran circus dell’auto agonistica ( e in ispecie) della F1 ( se ben si guarda) spadroneggiano due registri. L’uno, tenuto dalla Fia ( e enti e istituzioni collegati), che tien conto della ’quantità’ delle cose che accadono ( titoli, pole, doppiette etc etc); l’altro, invece, che si sofferma soltanto sulla ’qualità‘, o meglio, sul ‘come’ avvengono gli  eventi e sul ‘come’ si comportano i suoi interpreti. Nel primo registro, si tratta di una lunga dettagliata sequenza di dati; nel secondo invece di un tourbillon di volti, gesti ed emozioni.
Col primo registro ci si informa; col secondo ci si appassiona. All’interno del secondo registro ce n’è poi un altro, un terzo,  tenuto quanto un caro album di famiglia da un auto speciale a tutti nota come la ’rossa‘, figlia prediletta di un  mitico costruttore padano soprannominato Drake.
Essere ( anche solo ) citati in questo speciale  ( terzo) volumetto consente  l’ingresso in  un pantheon d’eroi senza tempo. I registri, belli o brutti, ovviamente, hanno tutti ragion d’essere, ma se si va a chiedere agli uomini della pista dove si vuol  veder ‘scolpito’ il proprio nome,  pochi scelgono quello ( ufficiale)  della Fia  e tanti quello ( privato)  della ‘rossa‘.
Solo che, come accade per ogni ambizione o desiderio umano, l’inghippo non manca: la fascinosa ‘rossa’ infatti non allarga  ( facilmente) il suo cuore a tutti.
Anche perchè ama uomini driver dalla tempra speciale. Tant’è che qualcuno, anche di recente, sedotto e abbandonato,  è rimasto deluso. Finendo con lo spargere  veleni  con poco costrutto, visto che anche il solo accenno tra i fogli della ‘rossa’  garantisce  ( comunque)  ricordo ( ed affetto)  indelebile.
Ogni tanto la ‘rossa’ consente di sbirciare tra i suoi appunti. Sorprendente è scoprire allora la lista dei  piloti a lei più stretti. Nivola, ad esempio, tanto caro al Drake così come Giles, indimenticabili occhi di bimbo con coraggio da leone; e inoltre Ascari, Alesi, Barri, Massa, Alonso; e (perfino) l’ingrato ( austroungarico) del Niki e ( ovviamente)  il campione dei campioni, Schumi,  che gli dei invidiosi hanno costretto ad un epilogo amaro.
Seb ( Vettelquadricampione del Mondo, all’Ungaro, ha (forse) scoperto cosa preferire tra i quattro titoli finora vinti e l’ essere trascritti sull’album della ‘rossa’, dopo aver domato per una corsa intera un volante impazzito; e così anche l’uomo di ghiaccio, il finnico Kimi, che ( per ragioni di scuderia)  ha preferito rinunciare ad una vittoria ( pressochè) certa pur di   generosamente proteggere il compagno in corsa per il titolo dal livore rimontante  d’una ‘freccia d’argento‘.
Ora, Kimi, sul registro Fia sarà soltanto un nome; su quello della ‘rossa’ invece, figurerà  tra i suoi preferiti. In bella vista.
Adesso e fintanto una ‘rossa‘ continuerà a far sognare esseri umani d’ogni colore ed età  in ogni angolo del Pianeta. Che dici ’uomo di ghiaccio‘ : val la pena apparire o essere ?

Tanto per dimostrare che alla ‘rossa‘ tra il dire e il fare poco cambia, il nostro Kimi ha rinnovato anche per l’anno 2018. Mentre Seb, erede del Campionissimo, ha prolungato per un triennio. Lewis che in segreto ama pazzamente   la ‘rossa‘ , purtroppo, dovrà attendere. Invece speriamo che al Toto  che tanto si incazza con la ‘rossa’ venga data  (quanto prima) la possibilità di togliersi di dosso quel camice color pallore per indossare un altro color passione.

ARGOMENTI. NON SOLO SPORT

ITALIA, QUESTO DEVI FARE PER RESTARE IN EUROPA. Dice Wolfgang Munchau: ” Se mi chiedessero di indicare quale dovrebbe essere l’obiettivo politico dell’Italia nel grande dibattito sulla governance della zona euro, direi: riformate la zona euro in modo tale da garantire una presenza permanente. Questi  i programmi specifici da non dimenticare: maggiori investimenti, crescita più robusta, nuova occupazione e maggiore capacità di resistere agli scossoni. Non so se questi risultati siano possibili. So però che se l’Italia abbandonasse dibattito e negoziati a Germania e Francia, questi risultati non saranno mai raggiunti”.
In soldoni, l’imberbe  Macron cercherà ( come sempre ) di portare acqua dalla parte dell’ex Grandeur ; mentre l’impiegata Merkel punterà ad una proposta congiunta, con unione fiscale alle condizioni tedesche. Praticamente una versione economica-finanziaria stilata dal liquidatore stesso della zona euro, tramite un meccanismo di stabilità ( appositamente) rafforzato. Proprio l’esatto contrario di quel che occorre all’Italia.
La quale ( davanti a  tale evenienza) farebbe meglio ( oggi ) opporre il suo veto, lasciando in vigore il sistema attuale, e affidando alla Banca centrale europea il compito di assorbire il debito sovrano tramite vari programmi. Insomma, dovrà impegnarsi, e molto. Inoltre , aggiunge Wolfgang Munchau, l’Italia  dovrebbe puntare ad una unione bancaria funzionante, alla fine del fiscal compact e degli obiettivi fiscali specifici, ad una unione fiscale con forte capacità d’investimento e propensione alla stabilizzazione macroeconomica, all’impegno della  Banca centrale europea  a non far salire lo spread del debito sovrano oltre un certo limite.
Se l‘Italia non fa tutto questo che le succede? Questo il suo destino: un futuro dominato da una Germania avviata verso una nuova, sconosciuta, ma convinta, forma di  colonizzazione dell’Italia e dell’Europa.
Che è poi il retaggio mai dimenticato del suo eterno reich . Per tutti costoro, infatti, l’aria d’Oltralpe spinge ad non imparare. Costoro iniziano ieri come oggi con la banda, finiscono con la catastrofe. Lo facevano, lo rifaranno.
Dopo quanto hanno dovuto tragicamente esperimentare nel passato, dovrebbero essere loro a chiedere di  essere ‘temperati’ da una saggezza politica ed economica ben più antica e collaudata, anche se con qualche ritardo in corso. Invece che fanno? Se ne vanno, imperterriti,  per i  tratturi ( troppe volte) dolorosamente usati.

IL SOVRANISMO. Il sovranismo, secondo la Treccani, è una dottrina politica che propugna la difesa o la riconquista della sovranità nazionale da parte di un popolo o di uno
Stato, in antitesi alle dinamiche della globalizzazione e in contrapposizione alle politiche sovranazionali di concertazione. Ma chi è affetto da sovranismo ai giorni nostri? Guarda un po’ quelli che (  molto tempo fa ) davano ( sostanzialmente) corpo e sangue al vecchio Impero asburgico.
Con adesione aggiornata di  Austria, Ungheria,  Polonia, Repubblica Ceca e Slovacchia. Costoro, cristiani e riformati che siano, non vogliono sentire parlare di immigrati. Quelli, per gli ex asburgici, caso mai ce ne fossero, stazionassero pure nei paesi donde approdano. Null’altro.  A costoro  poco importa infatti veder naufragare giornalmente decine, centinaia, di poveri diavoli, tra cui tanti sguardi increduli di bambini.
Per loro una ‘ nazione incapace di difendere i suoi interessi è meglio che scompaia’. Un concetto, questo, chiaramente sovranista e usato in totale contrapposizione con quello comunitario  dell’Europa. Insomma, questi signori, peggio ancora di quelli ( infidi) d’Albione, non riescono pensare ad  altro che auto  conservarsi, proteggersi, guardarsi ( spensieratamente) all’indietro.
Pensare poi che questo sia il modo migliore di ‘ difendere i propri interessi per non scomparire ‘ è tutto da dimostrare. Anche perchè chi assicura agli ex asburgici   che  a dover levare le tende dalla storia non debbano essere  proprio loro e non altri che la storia, pur con tutte le sue ferite e contraddizioni, le sue porcate e le sue speranze, sanno guardare negli occhi ( intanto) con infinito coraggio e  generosità?

EXCURSUS STORICI

MASNADE MERCENARIE STRANIERE E NON.  L’origine dei capitani di ventura va ricercata  tra i rami cadetti della nobiltà, spazzati via fin dalla nascita nelle rivendicazioni del casato. Alcuni di questi capitani ( o condottieri) arrivarono perfino, fra Tre/Quattrocento, a fondare stati. A certe condizioni resta difficile affermare che i capitani di ventura siano stati la rovina e la maledizione dell’Italia, perchè potrebbe essere vero anche il contrario.
Essi si ergono protagonisti di un particolare momento storico, con forza vitale incredibile, grandiosa, al limite del brutale, immagine nuda e cruda  del potere militare riflesso sul potere politico. Il capitano di ventura è figura centrale per tre secoli. E in quattro tempi.
Da quello dei ‘precursori’ ai primi significativi rappresentanti ( per lo più al seguito delle compagni straniere calate sulla Penisola); dai capitani dell’età aurea ( per lo più italiani, talvolta fondatori di stati) agli epigoni, quando l’Italia  ( insipienza sua) concesse ad altri di trasformarla  un campo da battaglia e di conquista, fin al ( definitivo) predominio spagnolo. Il ‘fenomeno‘ trovò  una sua prima comparsa ( a partire)  da fine Duecento /inizi Trecento allorquando numerose ‘ masnade mercenarie straniere‘ presero l’abitudine a calare in Italia, da sole o a seguito di qualche re o imperatore, voglioso di mettere mano sui tanti tesori del paese ( più bello) e ( più ricco)  del Mondo.
Si trattava allora di bellatores, ovvero di soldati di mestiere, in gran parte di bassa estrazione, disposti ad aggregarsi per una impresa che portasse loro danaro e bottino.
Provenivano dalla Germania o  dal Brabante,  quest’ultimi  chiamati ’ Brabanzoni‘; ma anche dall’ Aragona e dalla Cataluna  come gli Almogavari o Almovari, che permisero a Pietro d’Aragona di conquistare  nel 1282 il Sud d’Italia.
Michele Amari li descrive così: ” Breve saio a costoro, un berretto di cuoio, una cintura, non camicia, non targa, calzati d’uose e scarponi, lo zaino sulle spalle col cibo, al fianco una spada corta e acuta, alle mani un’asta con largo ferro, e due giavellotti appuntati, che usavan vibrare con la sola destra, e poi nell’asta tutti affidavansi per dare e schermirsi.
I loro capitani chiamavansi con voce arabica ‘adelilli’. Non disciplina soffrivano questi feroci, non avevano stipendi, ma quanto bottino sapessero strappare al nemico, toltone un quinto per re.
Indurati a fame, a crudezza di stagione, ad asprezza di luoghi; diversi, al dir degli storici,  dalla comune degli uomini, toglieano indosso tanti pani quanti dì proponeansi di scorrerie; del resto mangiavan erbe silvestri, ove altro non trovassero: e senza bagagli, senza impedimenti, avventuravansi due o tre giornate entro terre de’nemici; piombavano di repente, e lesti ritraenvansi; destri e temerari più la notte che il dì; tra balze e boschi più che pianura”.

( I PARTE)

I bellatoreso se si vuole  i masnadieri, una volta terminata la spedizione, perlopiù, non se la sentivano di tornare donde erano venuti, anche perchè il Bel Paese era terra troppo ghiotta per mettersi da parte  un gruzzolo senza troppo inferire. Restarono, infatti, tutti, seminando lutti e devastazioni, praticamente impuniti. Del resto le rivalità nostre lasciarono campo aperto ad ogni avventuriero.
I nostri capitanei, oggi come ieri, preferivano ( e preferiscono)  farsi depredare più che combattere. Ma il ’casino’ diventò tale che qualcuno cominciò a chiedere L’introduzione di una certa disciplina. Pisa, ad esempio, ci provò subito, stendendo un codice apposito per regolare i rapporti con certa gente. Inutilmente, è ovvio. Ma tentò. Si passò allora all’emarginazione, ma anche di questa, quelli, se ne fotterono.

” Che nessuno di detta masnada possa mangiare e bere con alcun cittadino pisano in casa sua o in qualunque altra casa…” recitavano i testi, peraltro impossibili  a leggersi da masnade analfabete. I mercenari venuti in Italia nel 1333 al seguito di Giovanni di Boemia restarono quasi tutti nella Penisola; un gruppo  si raccolse nel Piacentino, alla badia della Colomba, sotto il nome di ‘ Cavalieri della colomba’, vivendo di rapine, finchè vennero assunti al soldo da Perugia che voleva liberarsi del giogo di Arezzo. Ne compirono, i nostri amici, di tutti colori, eppure grazie a ciò trovano  ingaggio presso il comune di Firenze.
Diciamo che in  questi frangenti non si tratta ancora di vere proprie compagnie. I loro vessilli non sono bandiere ma banderuole.
I loro ‘capitani‘, usciti dai ranghi feudali e dai milites, costituiscono uno ‘ strato sociale che gira, con scadenze annuali o semestrali, per l’intera Penisola e l’Italia centrale.  Al suo interno si differenzia un circuito guelfo o ghibellino. Il mestiere della guerra viene tramandato di padre in figlio’.
Guerrieri, dunque, di professione, ma non ancora dei professionisti. Questi, infatti, al momento, sono soltanto i precursori del fenomeno ben più ampio e disastroso che verrà. E che metterà ai margini,  senza lacrima alcuna,  quello che era  il più bello, ricco ed evoluto paese della Terra.

( II PARTE)

 Le cose si complicarono ulteriormente  quando scesero lungo la Penisola ‘ trascinatori nati’ di truppe mercenarie, come il duca Werner von Urslingen o il conte Konrad von Landau. Essi arrivano nel 1339 per unirsi alla massa di venturieri tedeschi che da più di vent’anni, in gruppi isolati, avevano eletto l’Italia come terra di saccheggio e che, guarda un po’, un italiano, Lodrisio Visconti, radunava nella ‘Compagnia di san Giorgio’.
Le masnade poterono così raggrupparsi, trasformarsi in una prima nefasta grande compagnia, travolta però, non molto dopo, dall’accozzaglia più o meno organizzata  di un altro capitano italiano, Ettore da PanigoWerner, in quella, scelse di proseguire da solo, combattendo al soldi di diverse bandiere in Lombardia e Toscana, finchè non andò a riesumare l’idea di Lodrisio, (ri)proponendo la costituzione di una libera compagnia ‘ per guerreggiare i più deboli e i più doviziosi’.Impose anche una disciplina di ferro. Gli ingaggi ai venturieri davano diritto al soldo, che sarebbe dipeso dall’entità dei bottini che la compagnia riusciva a fare. Si costituì dunque la ‘ Grande compagnia’ al comando, ovviamente,  di von Urslingen ribattezzato all’uopo  duca Guarnieri, parimenti ad altri macellai stranieri. La ‘Grande compagnia’  forte di tremila ‘barbute‘, costituita ognuna di un cavaliere e di un sergente, anche lui a cavallo, trovò ‘ richieste di lavoro‘ a volontà. Toscana e Umbria, in ispecie,  vennero intinte nel sangue.
Devastate senza scrupolo proprio da uno che aveva scolpito sulla sua armatura il suo ideale ” Duca Guarnieri, signore della Gran Compagnia, nimico di Dio, di pietà et di misericordia”. Guarnieri si offriva a chi meglio pagava. Dopo avere fatto guerra ai Malatesti di Rimini passò, molto amabilmente, al servizio degli stessi. Conteso  e disprezzato dai ‘ datori di lavoro‘, saccheggiò per almeno due anni la Penisola, finchè i ‘datori di lavoro’ decisero di toglierselo di mezzo versandogli, nel 1343, una grossa somma di danaro a titolo di liquidazione. Lui si ritirò in Friuli.
Per quattro anni soltanto, però, perchè già nel 1347 s’era accodato a Luigi I d’Ungheria  diretto a  Napoli per eliminare Giovanna d’Angiò colpevole d’avere ucciso il marito Andrea, suo fratello.  La guerra durò tre anni. Con enorme prodigarsi della ‘Grande Compagnia’. La quale, una volta dipartito il re d’Ungheria, restò sul posto fiancheggiando il voivoda d’Ungheria rimasto in italia. La masnada si (ri)prese un ‘periodo di riflessione’  quando  il capo nel 1351  si ritirò nella nativa Svevia, colà morendo tre anni dopo. Perchè,  a dirla tutta, l’operato della ‘Grande Compagnia’ non cessò con la morte del duca Guarnieri, proseguendo la sua nefasta attività agli ordini di Fra Moriale, che la guidò ora contro ora a favore del pontefice di turno. A decretare la fine della ’Grande Compagnia‘ furono  quelli della ‘Compagnia bianca‘ come  Albert Sterz e John Hawkwood, inglese italianizzato col nome di Giovanni Acuto. A quel punto le compagnie create e dirette dai capitani stranieri non si contavano più. Tuttavia, per completare il quadro, occorre non sorvolare sulle compagnie italiane sorte alla stregua delle straniere con truppe e comandanti ( in gran parte)  italiani. Famose divennero la ‘Compagnia della stella‘ di Astorre Manfredi e  la ‘Compagnia del cappelletto’ di Niccolò da Montefeltro.
E comunque, queste, tutte guidate da personaggi d’estrazione nobiliare ma ( sostanzialmente) di ‘mezza tacca‘. Semmai, la compagnia ‘tutta italiana‘  che segnò una svolta epocale fu senz’altro quella formatasi all’indomani dell’eccidio di Cesena. Si faceva chiamare  la  ’Compagnia di San Giorgio’ di Alberico da Barbiano. Questa, infatti, ottenne  la ( clamorosa)  santa benedizione di papa Urbano VI. Con benefici enormi. Alberico da Barbiano   ( tra l’altro) apre l’epoca d’oro dei capitani di ventura italiani che subentrarono, nei modi e nei tempi più favorevoli, a quelli stranieri.
Le masnade nostrane non nascono però a caso come gran parte delle precedenti, visto che è il capitano a scegliere i suoi uomini. Dal primo all’ultimo. Trasformandosi così  da ‘ capitano’ a  ’condottiero‘.

( PARTE III)

Tante le novità. Ora è il reclutamento ‘ in massa‘, tra vecchi camerati; ora ‘ a bandiera’ con uomini da selezionare e istruire. Tutti, comunque, alle sue dipendenze. Il capitano ( come sopra si diceva) si fa condottiero. Le prime condotte regolari risalgono alla seconda metà del Trecento. Firenze fu tra le prime città ad organizzarsi.
Con la creazione di speciali magistrature come quella degli ‘officiali di condotta’ e degli ‘officiali sopra‘, che controllavano ( in particolare) disciplina e armamenti. Si diffusero forme diverse ed articolate di condotta. ( Inizialmente)  gran campo presero quelle a ‘ soldo disteso’  ( alla diretta dipendenza d’un signore o di un capitano generale della città); e quelle a ‘ mezzo soldo‘ ( con capitano aggregato ma in posizione sussidiaria, oltre a  paga e rischi ridotti). Col tempo i controlli ( e i contratti) saltarono, ovviamente, data la crescente forza d’imposizione dei gruppi armati. Il condottiero era tenuto al rispetto di un periodo di ‘ferma’ e anche ‘ d’aspetto’. Terminato il quale, poteva o rinnovare l’impegno o recederlo. Comunque terminato ’l'aspetto‘ il condottiero poteva andare dove meglio credeva.
Anche passando al campo ( fin a poco prima) nemico. Un particolare tipo di condotta veniva stipulato per i mercenari del mare, si chiamava ‘ contratto d’assento’, cioè d’ingaggio di forze navali nemiche. Genova cominciò a stipulare contratti con mercenari agli inizi del Quattrocento. Così lo Stato pontificio. Venezia invece considererà il contratto ’ d’assenso‘ come un umiliante (  pericoloso)  ripiego.  Cercò così di evitare mercenari. Ma quanto poteva mettere in tasca un ( buon) condottiero? La risposta ( ovviamente) non è semplice.
Poichè come in tutti i rapporti di forza ( e necessità) a fare il prezzo è chi tiene il coltello per il manico. Inoltre, da considerare era anche il pericolo inflazione a cui andavano soggette le monete del tempo, fiorino o ducato compresi. Micheletto Attendolo, cugino di Muzio, nel 1432, incassava da Firenze mille fiorini al mese. Francesco Gonzaga, nel 1505,  sotto contratto con il Giglio, metteva in cassa 33 mila scudi annui per una compagnia di 250 soldati; mentre Francesco Maria della Rovere strappò ( al Giglio)  oltre 100 mila scudi annui,   ma con soli 200 uomini. In ogni caso, pur  fatte anche  le debite distinzioni, si trattava di cachet notevoli. Che impoverivano le casse di Signorie e Città.
Inoltre, visto che il pollo si poteva  spennare con poca fatica, di ‘condottieri‘ ne nacquero tanti quanto i soliti funghi dopo una intensa pioggia d’autunno. Molti di loro diedero vita a dinastie. Anche durature. Visto che, prima o poi, riuscivano ad imporre la forza delle loro armi  contro gli improvvidi che li chiamavano  ( si fa per dire) al loro servizio. Costoro, poi,   quasi tutti venuti dalla gavetta,  autentici parvenu,  una volta diventati  gli unici padroni della situazione,  iniziarono bene ad alimentare aloni leggendari. Da ( autentica) grandeur medievale, sulle gesta degli antichi cavalieri o dei più valenti uomini d’arme.
Qualcuno si ripulì la fedina, grazie anche a  (  lodevoli) intenti mecenatistici. Ci fu anche chi azzardò  atteggiarsi  ad umanista, pur  restando ( per lo più) ignorante o  semianalfabeta. I meglio posizionati non resistettero  (perfino)  al sogno dell’immortalità. Cosa non difficile a farsi  declamare. Visto che nelle loro ( sempre più ricche) case gli adulatori si sprecavano. Nella celebre ‘ Vita Scipionis Jacopo Piccininis’ il nostro condottiero viene  paragonato ( addirittura)  al vincitore di Zama. Roba da non credere. Ma tanto accadde. In altre epoche. E così via.

( PARTE IV)

La pace di Lodi del 1454, consolidando un temporaneo equilibrio strategico-politico, mette in crisi i capitani di ventura. Chi era arrivato al vertice, resta, ma chi aspirava deve rinunciarci. Sono le invasioni estere a far saltare il banco.
Dall’Alpi alla Sicilia. E’ l’inizio della decadenza del paese più importante al Mondo. I sovrani stranieri non s’appoggiano più alle milizie locali, ma reclutano armate in proprio. Capaci di sferrare, al contrario delle altre sul mercato, attacchi micidiali, con armi micidiali. Le artiglierie formano il cuore delle armate di Carlo VIII, Luigi XII , Francesco I, Massimiliano I e Carlo V. Giungono sui campi le colubrine ( sessanta colpi al giorno) con tiro fin oltre due chilometri. E anche il falcone. E poi l’archibugio. Contro queste armi anche la corazza più robusta poco oppone. I venturieri italiani devono (ri) cedere così il passo ai mercenari stranieri.
Come i brutali Lanzichenecchi. Altro non resta, ai nostri, che arruolarsi con gli eserciti stranieri. Diventando, spesso, e nonostante gli ostacoli, famosi. I loro nomi si ripetono ancora. Ma è vana gloria.
Gli ultimi capitani di ventura arrivati (in precedenza ) ai vertici del potere si consumeranno mortalmente in rivalità comunali e familiari. Orsini, Colonna, Baglioni, Borgia e Della Rovere finiranno così per trovarsi su fronti contrapposti in fratricidi combattimenti.
Il sangue del Belpaese colerà (ancora) a fiumi. Senza colpevoli, ma solo vittime. San Quintino di Lepanto è  in questo frangente  una fiammella di speranza, breve, e comunque  già parte d’un altra storia.

TIRIAMO LE SOMME. Breve ricognizione storica per evincere quanto segue. Intanto, mercenario è chi presta la propria opera per danaro. Chiaro. Non sempre un mercenario è anche un professionista. Anche questo è chiaro. La specializzazione, semmai, arriva col tempo, quando caduti tutti i valori e i sacri paramenti   altro non resta che aggrapparsi al danaro. Subito, tanto, non importa se maleodorante o meno.

Ovviamente sul mercato c’è professionista e professionista. Del resto gli umani da sempre  sono diversi. E tuttavia la stragrande maggioranza dei prestatori d’opera ( cosiddetti) professionali prediligono ( al di là delle loro buone intenzioni) i danari  sopra ogni altra cosa.
Questo è certissimo. Ieri, oggi, domani. Di mercenari, professionali o meno, ce n’erano e ce ne saranno sempre. Anche laddove non appare. Visto che sono abilissimi a rigenerarsi sotto  mentite spoglie, ovvio. Oggi di mercenari ne troviamo ancora disseminati qua e là.  In gran copia. Impegnati in imprese belliche, ma anche in realtà economico-finanziarie, culturali, finanche in quelle sportive.
Ad esempio nell’atletica, dove che serve continuare a  fasciare di colori nazionali individui che a quei colori aderiscono soltanto per ragioni di opportunità ( soprattutto) economica. Ma in particolare nell’habitat calcistico  miliardario dove mercenari vecchi e nuovi vengono attratti  a nugoli come  api dal miele.
Eppure, a ben pensarci, quel  calcio  vive e vegeta sulla passione spassionata di milioni di individui che una volta affezionatesi ai colori di una maglia le restano fedeli per tutta la vita. Stranamente, a tutti costoro, ora dopo ora, vien chiesto di dar luogo nel loro cuore a soggetti che di quella maglia si vestono finchè non arriva qualcuno a proporgliene un’altra coi dovuti rincari. E questo fanno da mane a sera.
Un giorno li vedi mettere le mani sul cuore di un colore, il giorno dopo ripetono il nobile gesto  altro colore, magari  antagonista.
E mentre i sudditi del regno di Eupalla sono chiamati ad essere sinceri, devoti, incrollabili; i professionisti  possono permettersi il lusso di risultare   cinici, mutevoli,  (ri)motivabili. Costoro passan la notte a scrutare l’alba.
Situazioni, caratteri, soggetti,  questi, tutti ben noti a noi negletti d’Italia, e fin dal lontano  passato. Anche se ce lo scordiamo.

Ma può rinfrescarci la memoria   qualche pagina di storia. Anche perchè le cose non sono mai del tutto semplici e definite.  Qualcuno dei  mercenari storici infatti trovò perfino la forza d’impadronirsi del territorio o della città  dove era stato chiamato per proteggerla.Dando vita a Signorie ( o ad altre forme di governo) che, tutto sommato, non son poi state la disgrazia del Belpaese.
Certo sarebbe davvero curioso se un soggetto come certo  Raiola da Nocera Inferiore,  ex pizzaiolo e al momento dominus incontrastato  di tanti veri o presunti campioni, si presentasse al botteghino della storia sportiva odierna per acquistare una società. Magari  anche blasonata. E farsela tutta sua. Libri mastri e soggetti in carico, campo e spogliatoi, maglie e calzettoni, insomma, tutto, tutto   compreso.
Come a suo tempo fecero, con le dovute differenze, è ovvio,  uno Sforza o un Malatesta o un Montefeltro. Dapprima al servizio altrui e poi padroni assoluti.

Che ridere, e  se fosse questo l’avvio del tanto vaticinato Rinascimento del nostro calcio?

I PIU’ CELEBRI CAPITANI DI VENTURA. I nomi (  italiani o italianizzati) di alcuni capitani di ventura sono rimasti scolpiti. Da quelli degli anticipatori del movimento, come Ruggiero da Flor ( 1268 ca/1305), Uguccione della Faggiola( 1240/1319), Castruccio Castracani ( 1281/1328) Cangrande della Scala( 1291/1329); a quelli dei primi, veri, grandi capitani di ventura, come Lodrisio Visconti( 1280/1364), Malatesta Guastafamiglia ( 1299/1372), Galeotto Malatesta ( 1305/1385).
Tra i numerosi  ’ big’   di Tre/Quattrocento questi, in particolare, hanno acquisito fama duratura: Pandolfo Malatesta( 1369/1427), Muzio Attendolo Sforza( 1369/1424), Gattamelata ( 1370/1443), Francesco Sforza( 1401/1466), Federico II da Montefeltro ( 1422/1482).

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