Santarcangelo d/R. Il Polittico di Jacobello di Bonomo: pura arte, ma anche fede e speranza.

Santarcangelo d/R. Il Polittico di Jacobello di Bonomo: pura arte, ma anche fede e speranza.
Jacobello di Bonomo, Polittico 01

ARTE& ARTISTI  IN ROMAGNA.  Di Jacobello di Bonomo, ottimo pittore veneziano del Trecento, non si conoscono né la data di nascita né quella di morte. La ricostruzione della sua personalità e del suo curriculum artistico si basa quindi su pochissimi dati documentari a partire dall’unica opera datata e firmata che ci ha lasciato: il dorato Polittico del 1385,  ora al Musas di Santarcangelo. Opera notevole non solo per i cultori dell’arte, e di cui vale la pena prenderne ‘conoscenza’ e ‘coscienza’.
L’alone di mistero che circonda l’autore, qui,  non fa altro che incrementare domande  e valore. Che nascono  su uno sfondo storico-artistico  non raro per gli autori dell’epoca, capaci  di produrre pregevoli opere d’arte e di fede  senza lasciare, poi, tracce, o quasi. Con qualche rara eccezione. Come quella del Polittico ora al Musas, già valorizzata in antico, e che rivela  ‘ una mano di artista già maturo’, formatasi ( quasi certamente) nella bottega di Lorenzo Veneziano. In tal senso non mancano gli indizi. Infatti Bonomo, in età giovanile, potrebbe aver collaborato con Veneziano alla predella del Polittico de’Proti del duomo di Vicenza.

 E questa è una traccia già importante. Altre tracce sui suoi esordi giovanili, diciamo  intorno al 1370, sono  in un certo senso certificate  dalle opere che Bologna,  nel 1951, raccolse sotto il nome di comodo di Maestro di Arquà. Si trattò, allora,  del polittico della Parrocchiale di Arquà Petrarca raffigurante un Sant’Agostino benedicente e sei santi e, inoltre, del polittico ora nel museo provinciale Castromediano di Lecce raffigurante una Madonna dell’umiltà e santi.
In entrambi i lavori, realizzati con ‘ colori chiari e delicati’, è  già  evidente ‘ una resa narrativa arcaizzante e severa, propria della maniera di Paolo Veneziano’, divenuta in seguito un  tratto del Bonomo a cui vengono ora attribuite (  col solito beneficio d’inventario ) pregevoli altre opere, tipo: una Sant’Orsola, nella cappella Graziadori in San Michele a Vicenza; il polittico della cattedrale San Vito a Praga; il polittico con l’incoronazione della Vergine e otto santi del Museo nazionale di Cracovia e altre ancora.
Attribuite, certo. Perché discorso ( parzialmente) diverso lo si può fare solo per il dopo 1382,  da quando divenne  possibile  datare con una certa  precisione i mosaici che ornano la lunetta e la cuspide della tomba del doge Michele Morosini ( morto nell’ottobre di quell’anno) presso il coro dei SS Giovanni e Paolo a Venezia, raffiguranti una Crocefissione, il doge e la dogaressa, e dalle forti analogie con il polittico santarcangiolese. Quest’ultima annotazione è importante anche perché consente di allargare  l’ attività  dell’artista veneto nel contesto della Serenissima,  ferma restando la cronica carenza di testimonianze certe. Il suo, semmai, dovette essere un mercato  rivolto ( in prevalenza ) lungo ambedue le coste adriatica e dalmata. Ecco quindi spiegata la sua firma, del 1385, sul Polittico di Santarcangelo. Una firma netta, esauriente, stilata senza esitazioni di sorta: “ MCCCLXXXV. Iachubellu de Bonomo venetus pinxit hoc opus”, e apposta con evidenza alla base del trono della Vergine.

Il 25 ottobre 1981 il Polittico di Jacobello di Bonomo venne trasferito dal Palazzo comunale alla Collegiata. Nella circostanza Pier Giorgio Pasini pronunciò una importante relazione storico-critica, ‘salvata’ ( nel maggio 2012) da una provvidenziale trascrizione di Silvano Beretta. L’analisi dello studioso romagnolo scandagliò come poc’altri fino a quel momento l’unico lavoro certamente attribuibile al pittore veneziano. Un lavoro strutturalmente composto da un insieme di icone ordinate secondo un ordine gerarchico-cronologico, e inserite in un contesto architettonico di pura fantasia.
Dove la narrazione parla con linguaggio  bizantino,  allora assai diffuso tanto in Oriente quanto in Occidente. E in maniera particolare nelle botteghe d’arte sotto il dominio  della città lagunare.

Che quel tipo di prodotto, grazie alla sua  capillare organizzazione commerciale, era in grado di piazzare lungo l’intera costiera adriatica,  con qualche significativo ‘ingresso’ nell’entroterra più accessibile e ricco, come Bologna, Cesena e Fermo. Il polittico, prodotto tipico dell’arte veneta di quel periodo, come nel caso di quello di Santarcangelo,  può senz’altro ritenersi un ‘ prodotto su misura’. Come dimostrano  – secondo il prof. Pasini – i santi raffigurati attorno alla Madonna col Bambino detta delle Grazie. E che si contano numerosissimi, a partire da un primo livello di composizione: Santi Battista, Michele Arcangelo, Pietro e Paolo, Caterina e Francesco; e ancora,  più in alto, i SS Antonio da Padova, Chiara, Lucia, Orsola, Agnese e Ludovico; mentre, al terzo ed ultimo livello,  spiccano la Crocefissione al centro con i Dolenti e la Maddalena ed Elisabetta ai lati. Tra l’altro, la presenza dei quattro santi francescani  “ ci dà una ulteriore prova in più  – sottolineò lo studioso romagnolo -  che il dipinto sia stato fatto appositamente per il convento di Santarcangelo”.

E infatti il Polittico ha costituito  già dalla fine del XIV secolo l’attrazione principale dell’altare maggiore  nella chiesa di San Francesco, eretta all’inizio del ‘300  fuori abitato  insieme ad un convento francescano, a cui Malatesta il Centenario con testamento del 1311 ebbe a donare  60 soldi ravennati.
Il Polittico subì ovviamente le alterne vicende del complesso monastico : saccheggiato nel 1503, rimasto senza religiosi dal 1505 al 1606 per le conseguenze di una terribile pestilenza, soppresso dai Francesi alla fine del Settecento, ripristinato con l’Ancien regime ai primi dell’Ottocento e infine chiuso definitivamente per destinarlo ad altro uso nel 1862. In quell’anno il Demanio di Rimini incamerò i beni della chiesa, che nel Settecento contava 4 cappelle e undici altari; l’edificio fu venduto, e quindi trasformato dapprima in una fabbrica di pipe e, infine, demolito per far posto alla Scuola comunale.

Caso volle, però,  che il comune di Santarcangelo rivendicasse al Demanio la restituzione delle numerose  opere d’arte e dei ricchi arredi del convento di San Francesco, alcuni assai preziosi ricevuti in dono da papa Ganganelli.

Le opere d’arte andarono ad abbellire la Residenza municipale, mentre gli arredi finirono nel 1867 alla Collegiata, dove andò anche buona parte delle opere d’arte delle confraternite e degli oratori soppressi. Per quel che riguarda il Polittico invece  il 25 ottobre 1981 transitò dalla Biblioteca comunale alla Collegiata, per ragioni di conservazione. Quando Antonello Zampeschi commissionò al ravennate Luca Longhi ( 1507/1580) la Madonna in trono con bambino fra i Ss.Francesco e Giorgio e il donatore, firmata e datata 1531, quest’ultima, andò a sostituire come pala d’altare della chiesa di San Francesco il Polittico di Jacobello di Bonomo.
Una decisione non indolore. E con qualche risentimento. Inevitabile, visto che, come immagine di culto, per il suo modo arcaico di proporsi ai fedeli,  era diventata di difficile lettura. Ed è stato   per questo che sua frequentazione,  e anche la sua notorietà, nei secoli successivi, subirono una sorta di inevitabile frenata.
Oggi, il Polittico, trasferito  dalla Collegiata al Musas, costituisce una di quelle gemme locali di cui ‘ i pacchetti turistici’ vanno fieri e ghiotti. Anche perché meglio d’ogni discorso illustrano i tempi della storia e dell’arte sul territorio d’appartenenza, in virtù dell’eccellente ‘qualità del lavoro, materiale e intellettuale’ che esprimono. Un lavoro alimentato, quando nacquero,  dalla fede e dalla speranza cristiana. Che qui sono tangibili.  Non a caso –  avverte il prof. Pasini – il Polittico di Jacobello di Bonomo per le sue forme e la sua storia va  ancor oggi ( soprattutto) interpellato. E meditato. Con una precisa chiave di lettura. Visto che non accetta l’ ammirazione passiva, e  solo estetica. Invitando  invece ad un colloquio intimo, dove ognuno potrà trovare le sue risposte  a seconda delle domande che potrà porre e delle risposte che potrà ricevere.

Anche l’arte, in fondo, senza la mediazione della storia, oltre che privata, resta un soggetto muto, inanimato, quasi sostanza materiale pronta per qualsiasi uso improprio.

 

 

Roberto Vannoni

 

 

 

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