Montefeltro, l’antica ‘ Regione dei castelli’. Che sarebbe ora di (re)inventariare e valorizzare.

Montefeltro, l’antica ‘ Regione dei castelli’. Che sarebbe ora di (re)inventariare e valorizzare.
San Leo

MONTEFELTRO. “Fu nell’Alto Medioevo - annota Francesco Vittorio Lombardi in ‘Le torri del Montefeltro e della Massa Trabaria’ ( Bruno Ghigi Editore, Rimini, 1981) – che si registrò una nuova e originale separazione tra i territori gravitanti lungo la costa e quelli a ridosso dell’Appennino”.
Due geografi ravennati, infatti,  l’Anonimo e il Guido, così documentavano  l’estensione del controllo bizantino della Penisola nel VIII secolo d.C.: “ La quinta provincia d’Italia è la Pentapoli mentre, a monte di essa, vi è un’altra Pentapoli, la quale dagli antichi autori era chiamata ‘La Regione o Provincia dei castelli ‘.
E se la Pentapoli bizantina era costituita dai cinque noti agglomerati urbani di Rimini, Pesaro, Fano, Senigallia e Ancona, l’altra Provincia, quella rimasta per secoli praticamente ignorata dai più, doveva corrispondere ( con solido fondamento)  alla misconosciuta ‘cinquina’ montana individuabile nei centri di Montefeltro ( San Leo), Urbino, Fossombrone, Cagli e Luceoli.
Si trattava, in pratica, d’una ‘selvaggia fascia di Comunità montane’, di cui la Valmarecchia era, allora, solo una parte. Rimasta però, sostanzialmente, fuori dalla carte. Anche se registrò accadimenti importanti, come quelli del V secolo testimoniati da Eugrippo Monaco, che  riferisce di ( non meglio precisate) tribù germaniche, le quali,  abbandonate le rive del Danubio,  una volta ‘discesa’ la Penisola, si ‘stanziarono’ in un ‘castello’ noto col nome di Montefeltro ( San Leo).
Dopodichè, a  spadroneggiare lungo la  Valmarecchia, arrivarono i Goti e i Bizantini. In sequenza uno dopo l’altro,  senza tralasciare entrambi l’urgenza di edificare, sui tanti impervi dirupi della Valle, un vero e proprio ‘reticolo di sistemi fortificati’ a difesa dei valichi ritenuti maggiormente strategici. Difese  che non bastarono, tuttavia, a proteggerli da altri ( e più agguerriti) invasori  se è vero che, poco dopo, scesero in Italia i Longobardi a rimescolare ogni cosa.
Ai Longobardi si deve ( tra l’altro) l’istituzione  della ‘Provincia delle Alpi Appennine’ citata da Paolo Diacono.
E comunque sia, di quel primissimo  ‘manipolo di castella’ edificato sui tanti baluardi naturali di cui sono dotati  Montefeltro  e  valle del Marecchia, oggi, non resta più nulla. O quasi, e solo se si vuol considerare che, proprio  sulle loro fondamenta mai completamente abbandonate, qualche signore feudale ( e anche qualche Comunità del luogo), tra AltoBasso Medioevo,  tornò ad edificare  opere più aggiornate di difesa.

Di cui restano, questa volta,  numerose rovine. Visibili, caratterizzanti il paesaggio, e per molti versi stupefacenti.  Nell’anno 962, ad esempio, l’imperatore Ottone I assediò nella (ri)costruita rocca di San Leo  Berengario re d’Italia.

Berengario resistette lassù, su quell’enorme ma fragile masso ancestrale sospeso tra terra e cielo, fin quando  natura, valore ed ingegno glielo consentirono. Poi cedette. La ritrovata rocca di San Leo, qualche secolo dopo, venne ulteriormente ristrutturata, un po’ come per tutti gli arditi manufatti di difesa medievale in zona. Che interpretarono però  la loro parte fin quando si estinse l’epoca dei borghi fortificati. Che caddero allora nell’abbandono.  Lasciando lungo la Vallata della ‘Provincia dei castelli’ tracce sempre più diroccate e vaga memoria.
Tracce e memoria che oggi sono in tanti a chiedere di recuperare. Tra un passato mai completamente abbandonato ed un futuro da inventare. Del resto quegli antichi manieri raccontano, come in poche altre regioni del Belpaese, storie particolarmente originali e seducenti.  Da rimettere in circolo.  Anche se, qui, il problema sembra essere soprattutto pratico, nel senso che occorrerà  intanto inventariarli, e quindi  valutarli nella loro entità reale,  magari restaurandoli laddove possibile, per  collocarli a fondamento di una ‘mirata e proficua progettualità futura’.

Ma come inventariarli’? I modi, ovviamente, in  questi casi,   possono essere tanti. Basterebbe  l’ausilio di qualche moderna tecnologia, come i droni, ad esempio, ma ce la si può cavare benissimo anche ricorrendo a strumenti meno costosi e più abituali. Quale l’immaginazione. L’umile,  umana,  immaginazione.
Che come le ali di Icaro si può far  librare in volo a piacimento sulla Valle, magari a partire dalle prime luci di un mattino di primavera, quando con l’esalare delle ombre della notte fioriscono   quei ‘cieli di cristallo’  raddolciti da   un  pulviscolo mielato   che abbaglia il bizzarro corso  d’acqua che dalla lunga linea scura dei monti toscani precipita verso l’Adriatico.

In questo modo, saltando le rocche della pianura, e risalendo dal mare verso l’interno, inevitabile è l’imporsi, sulla sinistra, dapprima del ‘nido d’aquila’ di Mastin il Vecchio ( Verucchio) eppoi del  ‘castellum’ di mons Feretrum’ ( San Leo),  noto fin dal V secolo e conquista ambita di popoli diversi ,  tra gli altri,  i Goti di Vitige ( anno 538) e di Totila ( anno 545). Nel 1371 San Leo divenne la capitale del Vicariato di Montefeltro. Il che significava un agglomerato urbano importante, anche se fin da allora in precario equilibrio sullo strapiombo.
E che il volo dall’alto coglie tutto d’un fiato, raccolto  com’è nel suo  denso grumo di edifici: la porta della città, e quindi, in rapida sequenza, la chiesa della Madonna di Loreto, i palazzi Della Rovere e Nardini, la fontana, l’olmo di San Francesco, la Pieve, il Mediceo, il Duomo, la torre campanaria, il Belvedere e, in vetta, la  terrificante  Rocca ( fino al 1500) o anche Fortezza ( dal 1500 in poi), quest’ultima opera  ( in buona parte) del genio di Francesco di Giorgio Martini.
Riposto lo sguardo su San Leo,  scivolando poco indietro, sulla sponda opposta, impossibile è non farsi  ‘sorprendere’ da  Scorticata ( ora Torriana), con la sua Torre pensata apposta per sfidare il dirimpettaio castrum di  Verucchio,  dalle origini villanoviane,  e da sempre spettacolare spartiacque fra pianura riminese, valle dell’Uso e vallata del Marecchia. Da Verucchio, infatti,  nei giorni chiari, si spazia a 360 gradi  dall’Adriatico a San Marino, da San Leo alla Perticara, e finanche a San Giovanni in Galilea. Indugiare, qui, è d’obbligo.

Poco più avanti, sulla stessa sponda di Torriana,  s’offre  la Torre di Saiano, complesso fortificato non marginale come potrebbe oggi apparire,  posto ( anche questo) su un ‘ciclopico masso erratico preistorico’, di fronte alla rupe acuminata rupe  del castello di Pietracuta.

Da questa postazione facile è scorgere la Torre del Castellaccio di Uffugliano, ormai sbriciolato, eppure un tempo utile avamposto tra Marecchia e Uso. Salendo ancora, ma ribalzando sulla sponda opposta, in faccia a Novafeltria ( ex Mercatino),  che della Vallata  è la nuova capitale, resiste la Rocca di Maiolo (  prima notizia nel 1181).  Un manufatto, quest’ultimo,  da sempre avvolto  da sinistre leggende. Lassù, si dice,  misero piede  il Borgia ( 1502) e i Medici ( 1516), prima eventi misteriosi decretassero la definitiva rovina.
Nel 1639, infatti,  ‘ un fulmine colpì il magazzino della polvere, il quale saltò in aria  (mentre) la fortezza medesima ne risultò ( gravemente) danneggiata’. Fu  poi  una  successiva calamità naturale, consumata  nella notte del 29 maggio 1700, che portò alla sua  ( pressochè totale) demolizione. Tra piogge continue e logoranti  infatti il maltempo riuscì a sgretolare la ‘gigantesca placca su cui fondavano case e fortificazioni’.

Scomparvero le mura castellane e il borgo sottostante. La rocca venne abbandonata dalla popolazione che riparò a Maiolo e, oggi, del  superbo complesso fortificato, restano solo ‘due torrioncini poligonali scarpati’ di matrice malatestiana, che dialogano con le nuvole e i venti. Quasi ad espiazione di non si sa bene quali orrendi peccati  commessi da coloro che provocarono l’ inevitabile ‘punizione divina’.

Ma l’incastellamento  dell’Alta Valmarecchia prosegue oltre.

Infatti  basta muover le ali spingendosi qualche altro chilometro in avanti per imbattersi, sulla sponda sinistra del fiume,  nella torre di Maciano ( prima notizia XIII secolo),  sopravvissuta alla gigantesca frana che travolse la ‘Villa del Sorbo’. Nel Quattrocento a Maciano sostò Carlo Malatesta; mentre, dell’ originario manufatto medievale,  sopravvive oggi solo  una torre fatiscente che ( più volte)  si è tentato di restaurare.
Con scarsi risultati. Visto il  contesto da tempo compromesso. Già nel 1710,  infatti, il podestà di Pennabilli Giuseppe Natali segnalò: “ Il castello di Maciano ( che) sorge(va) sul vertice di un colle e ( che)  era circondato da mura e baluardi,  ora è tutto in ruina, men (che) per la bella rotonda torre”.

Da qui, bastano altri pochi attimi per giungere al cospetto di una ‘castella’ particolarmente ricca di storie.  Quella, imponente,  a forma poligonale, posta  su una ‘Rupe’ detta rocca dei Billi. A ricordo d’una comunità, questa,  che si fuse nel 1361  con l’altra contigua di Penna, dando corpo ad un unico agglomerato.
Sembra infatti che gli abitanti dei Billi  abbiano accettato di trasferirsi  tutt’attorno al grande scoglio, di fronte al ‘Roccione’, su cui era  stato ricavato, a forma di spirale, l’insediamento della Penna. Si è sempre dibattuto sule origini e sulla fusione  delle due Comunità, anche perché è  orami  certo che da queste parti, in ispecie sulla piana di Messa, abbiano avuto  i natali i Malatesti, dalle diverse ramificazioni famigliari.

Volteggiare da queste parti non si finisce mai d’incantarsi. E di scoprire resti inattesi di ‘castella’ e ‘torri’:  quale la torre di Pereto ancor  visibile non distante dal torrente Para, sulla dorsale tra Marecchia e Savio;   la torre di Petrella Guidi ( o dei Tiberti, com’era nominata nel 1289); di val Certajo e ,  finanche,  di Monte, a mezza costa, praticamente a sud dell’agglomerato rurale un tempo posseduto dai Della Faggiola che dal borgo di  Castel degli Elci ( Casteldelci) traevano la loro origine.
Altre torri? Certo: quelle di  Cicognaia ( prima notizia  1356); di Bascio ( prima notizia 1319), pensata per il controllo d’un buon tratto del Marecchia;  del Castellaccio di Santa Sofia, posta su un piccolo rialzo a metà costa sinistra dell’alto corso del Marecchia, all’interno dell’isola toscana e inclusa, fin dal  remoto Medioevo, nel comitato di Montefeltro. E ancora:  di Gattara,  a monte di Bascio ( prime notizie intorno al 1308); di Ponticelli, sulla riva destra del Marecchia, oggi sotto Sestino; di Frusciano, collocata a Ranco di Badia, nel punto in cui alla confluenza del Presale la vallata del Marecchia piega verso destra. Nei suoi pressi, tra l’altro, transitava l’antica strada romana che, contrariamente a quanto si è sostenuto per molto tempo, deviava verso il Marecchia risalendo poi fino al passo di Frassineto ( 927 metri), per  riscendere fino a Pieve Santo Stefano.

Inventariato completato? Probabilmente no. Anche perché una ricognizione più sistematica,  dal vero,  è possibile ed auspicabile. A questo punto, però, le ali dell’immaginazione possono riporsi. Il quotidiano incombe. Con tutte le sue domande. E i suoi progetti possibili e non. Ferme restando, però, le visioni di quelle innumerevoli e poderose ‘tracce di pietra’  che generazioni di uomini hanno disseminato  su quelle asperità ancestrali  per tutelare le popolazioni e il territorio.
Finendo così, loro malgrado,  con il rendere ‘ scarsamente esplorata’, ‘ conosciuta’  e  ‘ isolata’,  una vasta ed importante porzione   dell’Italia centrale,  eppure segnalata  fin dall’VIII secolo quale asperrima ‘ Regione o Provincia dei castelli’. Come documentano, appunto, credibilmente ma con scarso seguito, l’Anonimo e il Guido,  geografi ravennati.

 

 

Roberto Vannoni

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