Non solo sport. Champions: Juve (quasi) fuori; Uefa: lascia ( vilmente) Sarri, lotta quel Diavolo del Ringhio.

Non solo sport. Champions: Juve (quasi) fuori; Uefa: lascia ( vilmente) Sarri, lotta quel Diavolo del Ringhio.
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LA CRONACA DAL DIVANO. Nel primo tempo era qualificata, nel secondo è andata fuori ( o quasi). Una Signora così incerta non ce la sia aspetta mai, eppure c’è, esiste, ed è  viva e vegeta.
Ora, andare a cercare l’impresa( con due gol nel sacco) in casa loro contro gli indefessi  corridori del Tottenham  è pressochè fantascientifico. Non illudiamoci. A meno che non si decida di cambiare alimentazione, abbandonando la dieta mediterranea per passare a quella nordica.
Speriamo ci rallegri la Roma, quella dell’americano che ( Usa a parte) la dirige da Londra. E che in un momento topico come questo ( se non andiam errati) aveva messo in vendita mezza squadra.
Con qual costrutto non è dato da sapere.  E tuttavia, speriamo bene, anche se vessati da proprietà ineffabili, per restare nell‘Europa che conta, Champions (due) e Uefa ( quattro).
Altrimenti ne patirebbe il ranking Uefa, con le albioniche che volerebbero via. E per noi, trascorso il primo biennio, si aprirebbero le porte della retrocessione. Con meno squadre in campo, con meno appeal mediatico da vendere.

La situazione Europa, in questa, ci vede con sei squadre in gara, e tre ( già) fuori: La Juve ( che molto difficilmente potrà rimontare a Wembley), il Napoli ( che si è auto consegnato al Lipsia, giovin squadra tedesca nostra rivale diretta nel ranking), la Lazio ( sempre più evanescente).
Si salva il Milan del Ringhio, con quel ( fenomeno) del Cutrone che segnerà di spalla, ma segna e fa segnare. Si salva anche la Dea, bella, magnifica, sfortunata. O meglio, anche lei vittima dei corridori alemanni che al pari dei colleghi d’Ispagna e del Nord  sgambettano come pazzi fin oltre il ’90. Donde ( fissi) piazzano ( ormai)  i loro colpi fatali.
Chissà perchè? Quanto ci piacerebbe che qualcuno trovasse coraggio e cifre per spiegarcelo. Saremo bacati, dietrologi, italioti,  ma affezionati ad Asterix non riusciamo  dimenticare il druido e il suo pentolone magico.

Riprende il Campionato. Con lo zemaniano  ( bello da morire, pratico da dimenticare)  Sarri che, sbarcata tutta la zavorra ( Champions, Coppa Italia, Uefa etc) cerca di tenere testa alla Signora, a sua volta in fase di alleggerimento ( vista la probabile uscita  Champions).
Come Sarri  possa pensare di tenere testa alla Juve ( con o senza Champions) lo sa solo lui. Il problema, per i meravigliosi tifosi napoletani, è che, ancora una volta, a tirare le fila del destino azzurro siano pupari di scarsa fantasia.

Cerca di tenere la Beneamata. Scivola la Lazio. Salda è la Samp. Arranca la Roma. Risorge il Diavolo. La magnifica disfida al vertice resta, semmai, tra le prime due, ma fino a quando non si sa.

Intanto nella lontana PyeongChang due medaglie d’oro sono arrivate da Fontana ( 500m) e Moioli( cross). In tutto, al momento, contiamo sei medaglie ( 2 ori, 1 argento, 3 bronzi), mentre ( tante) altre (auspicate) volano via come foglie d’autunno. Chissà se il Malago conteggio sarà rispettato. Forse sì, ma con quanta ( insopportabile) fatica!

LA MADRE DI TUTTE LE BATTAGLIE. E passiamo alla madre di tutte le battaglie. Quella dell’approvvigionamento danari, questa volta in arrivo dalla cessione dei diritti tivù per il triennio 2018/2021  da parte della Lega calcio .               Quelli che, per dirla in breve, ci alimentano, e ci alimenteranno per un altro triennio.
Nell’attesa, è ovvio, che intanto qualche dirigente con le dovute palle ci faccia uscire dal tunnel ( si fa per dire) dei deficienti d‘Europa. Magari andando a procurare entrate diverse da quelle tivù.
Ottime, certo,  ma non rassicuranti. Come? Intanto andando ad accelerare sulla costruzione degli stadi, chè senza quelli l’avvenire del pallone resta  plumbeo.

Ma che hanno combinato i nostri eroi in Lega? Hanno affidato alla catalana MediaPro i diritti tivù domestici della Serie A per  il triennio 2018/2021 alla cifra di un miliardo e 50 mln annui, più mille euro simbolici.  E se assommiamo i 1050 mld ai ca 400 mln di Img approdiamo intorno al mld e mezzo, superando la Bundes ( 1,4 mld), raschiando la Liga ( 1,6) e cominciando a far saluti alla Premier ( 3,2 mld, ma con oltre 1,3 mld di esagerati diritti esteri). Inoltre restano da vendere Highlights, Coppa ItaliaSupercoppa. Dire che i nostri eroi ( dopo l’asta andata a vuoto nello scorso giugno) hanno fatto un miracolo è poco. Lo stellone, evidentemente, anche in un mondo miscredente, ci protegge ancora, eccome.

E adesso con cotanta cifra in cassa, tra l’altro mai posseduta, che progetteranno i nostri eroi? Sbafarseli, tra l’uno e l’altro come tradizione italica (spesso) vuole, oppure cercheranno di metterli a profitto, magari puntando su alcune provvidenziali riforme ( campionati, vivai) e su  qualche (nuovo) impianto ( stadi)  in più? Malridotti dall’aspra tenzone  sono usciti Mediaset ( rassegnata) e Sky ( inviperita). L’emittente anglofila che sta imponendo il  ( non indispensabile) calcio inglese ad ogni ora del giorno, diffida tutto e tutti. Anche se resta disponibile a trattare.
Ad acquistare. Anche perchè la sua offerta, con buona pace di quelli d’Albione, poco o nulla vale senza la ( decaduta, bistrattata)  ma pur sempre meravigliosa nostra Serie A .

NAZIONALE Billy Costacurta, in questi giorni, sbattuto di punto in bianco ( e suo malgrado) dalla comoda e rassicurante  poltrona di commentatore tivù all’ altra ( ben più)  pungente e minacciosa della vicepresidenza Fgci, si sta adoperando per dare una guida certa e forte al settore Nazionali. Che non è il pollaio d’una remota nazione calcistica .
Il popolare Billy ha puntato, al momento, sul buon Di Biagio, ( non proprio fortunato) condottiero della Under 21,  ma solo per due incontri ( Argentina e Inghilterra). Speriamo infatti che la scelta sia limitata qui, perchè ( pur con grande rispetto per il Gigi) la nostra ( mancata) Nazionale pentastellata, ha bisogno di ben altro manico, dopo la catastrofica guida Tavecchio/Ventura. 

 VANNO E RITORNANO. Come ai tempi dei romani conquistatori del mondo che non appena potevano si concedevano una vacanza-premio nell’ Hellade conquistata, anche i nostri del calcio appena possono valicano l’Alpe e ( più oltre ancora) la Manica, per andarsi ad assestare in uno di quei campionati di cui si va favoleggiando da qualche lustro nel Belpaese. Che sembra aver perso la speranza ( e la stima) di sè. Un po’ dovunque, e non solo nella disciplina regina. Ai nostri giovani, infatti,  pedatori o no che siano,  li si invita ad andarsene, qua e là, dove sono spuntati  Eldoradi luccicanti e ricolmi di speranze.
E così i nostri lasciano i loro  stazzi – parafrasando il poeta d’Abruzzo – per andare verso l’Altrove. Nel pianeta calcio,  una decina d’anni fa autore d’un indimenticabile triplete, la smania è forte. L’avvertono tutti, anche i Montella, e partono, con il loro scarso possesso delle lingue straniere, gli zainetti sulle spalle ricolmi d’ogni raccomandazione paterna/materna, per cercare gloria e danari. In fondo, impedirglielo, che risultato s’otterrebbe? Si rinsavirebbero? Forse no, proprio no. Meglio ( allora) lasciarli fare, meglio ( logico) fargli fare da soli le ossa, meglio seguirli senza abbandonarli al loro destino come padre/madre amorevoli fanno.

Tanto più che le cose poi, gira e rigira, si assestano da sole. Spontaneamente. Date un’occhiata ai migranti del calcio e cominciate a stilare ( aggiornati) resoconti. E ( relative)  riflessioni.

Con costoro: Carletto, 58 anni,  al momento fermo, perchè esonerato dal Bayern; Prandelli,  60 anni,  vittima dell’ ennesima sfortunata avventura all’estero,  ( pure lui) esonerato  all’Al Nasr;  Carrera, 53 anni, che dopo aver vinto un campionato russo quest’anno ( a  -8 dalla capolista) difficilmente resterà allo Spartak ;
Montella, fresco fresco finalista di Copa, ma che in Liga viaggia con l’incedere delle luci dell’albero di Natale, un po’ come quand’era al Milan, rendendo problematica una sua lunga  permanenza nell’ambiziosa  Siviglia ; Stramaccioni, 42 anni, allo Spartak Praga dal 2017 , ma che  quest’anno poco brilla al punto che il suo   esonero sembra ( già ) scritto; Tramezzani, 47 anni,  appena quattro mesi sulla panchina del Sion prima d’essere licenziato.

Questi sono solo alcuni dei nostri migranti partiti, tornati o sul punto di tornare. A loro andrebbe  aggiunto il più celebre del momento, quel  Conte Dracula finito prigioniero in Premier  dentro una gabbia dorata, e  che altro non sogna che di tornare a respirare l’aria generosa del suo  Paese. Che quando si parla di calcio, pur con tutte le sventure e i ritardi che tiene  sulla groppa, evidentemente, poco o nulla ha  da invidiare all’Altrove.
Tanto più che i soldi stanno tornando. E allora cari Allegri ( che va scrivendo un’epopea immortale con la Signora) e Sarri ( che a riacceso il fuoco nel cuore d’un popolo straordinario), di che vi fate lusingare? Di qualche ingaggio che vi sistemi per le prossime cinque generazioni? Suvvia, anche qui, da noi, non è che vi trattano male.
Magari, qualche pronipote, dovrà rimboccarsi le maniche per tirare a campare; ma a volte, come insegnano i ( lungimiranti) tycoon americani, sul modello dei pater familia d’antica fama, imparare a togliere le castagne dal fuoco  in proprio vuol dire (anche)  gustarsele (poi) meglio.

 

COPPA ITALIA. Per la Coppa  Italia 2018  vanno in semifinale: Juventus- Atalanta e Milan-Lazio.

OTTAVI DI FINALE CHAMPIONS: Juventus-Totthenam 2-2, Roma -Shakhtar;  Chelsea-Barca, Basilea-City 0-4;  Porto-Liverpool, Siviglia-United, Real-Psg.
OTTAVI DI FINALE EUROPA LEAGUE. Atalanta-Borussia D., Milan-Ludogorersts, Lazio-Steaua B., Napoli-Lipsia.

CAMPIONATO DI CALCIO SERIE A. 

 

CLASSIFICA 24 a GIORNATA . Napoli 63 punti, Juve 62, Inter 48,  Roma 47, Lazio 46,   Samp 41, Milan 38,  Atalanta 37 ( da completare)… Spal 17, Verona 16, Benevento 7.
MARCATORI  : 20 reti Immobile ( Lazio), 18 reti Icardi ( Inter); 17 Quagliarella( Samp) ; 15   Mertens ( Napoli); 14  Dybala (Juve) .

PREMIER A MANO ARMATA. Nel mercato invernale 2017 è stata la Cina a farla da padrona. Con una spesa di circa 500 mln di euro. Non a caso, visto che secondo uno studio del Soccerex footbal finance 100 sui top club dal punto di vista del valore della rosa, delle immobilizzazioni, del cash, del potenziale di investimento e del debito, i cinesi valgono già il 15% del fatturato totale.
Lo studio conferma anche un dato ormai evidente: ovvero, che sono i club inglesi che ( al momento) più possono spendere. Cinque delle prime dieci posizioni di Soccerex sono inglesi, 8 nelle prime 30.
E qui (  quella ribattezzata ) Qatar City dello sceicco Mansur potrebbe spendere  ( da subito ) fino a 788 mln ( se non ci fosse il fair play Uefa).
Negli ultimi anni gli spendaccioni del deserto hanno distribuito 880 mln in acquisti. Stesso discorso vale per l’altra squadra qataregna  in Europa ( anch’essa ribatezzata) Qatar Psg, che ha una  base d’investimento di 1 miliardo e che negli ultimi anni di Ligue ha speso più  d’altri( 135 mln contro i 50 del Monaco).
Tra le squadre d’Albione, la società che potrebbe spendere di più è l’Arsenal ( seconda dietro al Qatar City) con 766 mln di sterline disponibili, 500 mln di liquidi e 8 mln di debiti. Il Chelsea invece è nella situazione opposta. Ma solo per un fatto contabile, in quanto i blues  vantano un debito di 400 mln di sterline verso il proprietario Abramovich. Sommerso di debiti è anche il Manchester United del Mou Mou, a quota 563 mln di sterline di rosso.
Chi  si trattiene ( Barca e Real a parte) sono le squadre di Liga che sul mercato  invernale  hanno investito 152,6 mln euro in totale. Ancor più parsimoniose sono le squadre di BundesBayern compreso, che abitualmente non ricorre a gennaio per i suoi colpi migliori. Nella classifica degli spendaccioni ( se non abbiamo mal inteso) non ci siamo noi. Neppure con la danarosa Signora, e i suoi (appena) 29 mln. Finalmente!

 

LE FRASI CHE COLPISCONO.

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FRASE. Dice Claudio Caniggia, 1967, attaccante per anni in Italia, che costrinse nel 1990 gli azzurri a giocarsi l’ingresso in finale ai rigori: ” Negli ultimi anni, il Campionato italiano si è molto abbassato”.
COMMENTO. Se lo dice lui che, stabilito a Marbella, forse va avanti più per sentito dire che altro. Al calcio italiano stanno mancando parecchie cose, è vero. A cominciare dagli uomini al comando, mediamente piuttosto mediocri. Ci mancavo anche due o tre ’riforme‘, a partire dai giovani e da un campionato ridotto a 18 squadre.
Ci mancano (soprattutto) gli stadi, perchè anche senza il resto come italica storia docet si potrebbe  andar avanti lo stesso. Burocrazia, inettitudine, scarsa volontà impediscono nuovi impianti. L’occasione d’ Olimpia, ad esempio, che poteva diventare un provvidenziale aggancio per il rinnovamento è stata gettata al vento con la leggerezza di  un battito di ciglia.

E nonostante tutto, il calcio sa ancora barcamenarsi. Intanto le sue partire restano interessanti, nel solco, è ovvio, del (collaudato) stil italico. Le dispute storiche  non sono da meno del Palio di Siena. Corriamo meno, è vero, ma mangiamo sano. E la nostra Signora non manca di tenerci in vetta, con due finali in un triennio.
S’agitasse di meno nello scontro finale, potrebbe portarsi a casa ( per davvero) la terza Champions, dopo aver collezionato un numero infinito di Campionati e altri Trofei. E allora, caro Caniggia, come tanti suoi illustri connazionali per jus soli argentino e per jus sanguinis italiano, di che parliamo? Abbia pazienza, e vedrà che tutto tornerà al posto giusto. Anche perchè la bolla di danari che alimenta l campionato oggi più ambito è sospinta ( per la gran parte) dai venti della steppa o del deserto. E si sa che i venti, prima o poi, sono destinati a scemare.

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FRASE.Dice Diego Damme, classe 91, mediano, tedesco con papà calabrese:  ” L’eliminazione con la Svezia può far bene al calcio italiano. la Serie A intanto sta migliorando molto. Della Juventus inutile parlare. Il Napoli sta diventando una big europea.E l’ Inter sta tornando…”.
COMMENTO.  Pareri diversi. Pareri rispettabili. Pareri che aspettano ( soprattutto) che qualcuno, dalle nostre parti, batta un colpo. Decisivo. Non facile ma possibile. Per evitare che molti  vadano ad abbeverarsi alle fonti ( sempre aperte) dell’esterofilia o dell’anglofilia. Oltre a quelle del ‘si dice‘. Perchè poi ( nonostante i luminari alla Capello)  la materia prima per riprenderci la vetta del movimento  c’era, c’è, ci sarà. Sempre.

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FRASE. Sbotta Di Francesco: ” La trattativa Dzeko mi sorprende. Nessuno vuole perdere giocatori così importanti. Momento difficile? La sosta ha creato problemi”.
COMMENTO.  In effetti, in una fase tanto cruciale, con la squadra impegnata nella lotta scudetto ( o posto in Champions) e in Champions ( con incontro tutto da giocarsi) vedere la dirigenza impegnarsi in una massiccia campagna vendite è, per noi foresti sul divano, qualcosa di inimmaginabile. Ma come nel momento in cui bisogna serrare le file e ritrovare forza e ardore per raggiunge gli obiettivi primari di stagione, si ordina: ognuno pei fatti suoi? Ma che razza di proprietà s’è portata in casa la Lupa, proprietà (quasi) mai presente sul posto e che se deve fare una riunione importante da l’appuntamento a Londra?

Vabbè, la globalizzazione; vabbè che oggi troviam casa in ogni anfratti di Pianeta, ma qui sembra proprio che qualcuno abbia iniziato a farla  fuor del vaso. Se non abbiam male inteso, dopo una campagna estiva spendacciona e nienteaffatto rinforzante, sul mercato sono finiti Alison, il portiere, Strootman, Nainggolan, Palmieri, Dzeko. Mezza squadra via, per quel povero Di Francesco il quale, a ragione, comincia a mettere le mani in avanti. E ben fa, perchè la sconfitta con la Samp oltre a suonare l’allarme, anticipa quel che potrebbe risultare la campagna di primavera. Grazie alla proprietà, persa prima d’iniziare a combatterla?

 

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FRASE. Capello ” Non sono interessato alla Nazionale. Anche perchè oggi  manca il talento”.
COMMENTO.  Di frasi orribili Capello, nella sua peregrina carriera, ne ha dette molte. Per quel che ci riguarda se non vuol venire a vestirsi d’azzurro è perchè non lo  merita. Allenare infatti una squadra quadristellata ricolma Baresi, Maldini, Baggio  son buoni anche quelli del Dopolavoro ferroviario. Reperibili, tra l’altro, a prezzi migliori del suo cachet.
E inoltre non è affatto vero che non ci sono talenti. Solo che bisognerebbe capirli per tempo e non quando sono belli e svezzati. Cosa a lei, evidentemente, impossibile.  Resti quindi pure in Altrove. Nessuno la piange. Tanto più se la andiamo  a ricordare  per le memorabili imprese che  ha compiuto con con le nazionali di Inghilterra e Russia.

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FRASE. Dice Montella: ” Il Siviglia negli ultimi dieci anni ha vinto più del Milan“.
COMMENTO. Il Montella, dunque, che   al Milan non è riuscito a tirar fuori il classico ragno dal buco è stato chiamato  grazie alla ineffabile volontà della  Provvidenza in quel di Siviglia, squadra tosta e ( ultimamente ) per tre volte vincente in Uefa ( ma 3 Uefa valgono una Champions?)Ambiziosetta, comunque.
Sarà allora ben per lui più che sparare ciacole a vanvera non ripeter le prestazioni sue. E comunque sia resti sempre grato ad una maglia che anche se vestita con scarso costrutto gli ha concesso di mettersi in vetrina in ambito internazionale. E si rimbocchi  l’ingegno oltre che le maniche.
Perchè se al povero Diavolo  per attendere  il ‘ ragno‘ hanno pazientato ( circa ) due stagioni, a Siviglia potrebbero  tornare sui loro passi molto, molto prima. Ambiziosetti come sono. Auguri comunque.

NOTA.

° Il Milan è ( nonostante l’avvenuta povertà) la terza squadra al mondo per numero di titoli internazionali conquistati (18,a pari merito con il Boca Juniors e alle spalle di Real Madrid e Al-Ahly, rispettivamente a quota 24 e 20).Nella sua bacheca figurano, a livello internazionale, 7 Coppe dei Campioni/Champions League, 2 Coppe delle Coppe, 5 Supercoppe europee, 3 Coppe Intercontinentali e una Coppa del mondo per club FIFA.Se in ambito internazionale il Milan è la squadra italiana con più successi, la prima italiana ad aver vinto la Coppa dei Campioni (nel 1962-1963) e la seconda squadra europea e prima italiana per numero di finali di Coppa dei Campioni/Champions League disputate (11), in ambito italiano è il secondo club più titolato, a pari merito con l’Inter e alle spalle della Juventus (52 trofei), avendo vinto 30 trofei nazionali: 18 scudetti, 5 Coppe Italia e 7 Supercoppe italiane.
Complessivamente, con 48 trofei ufficiali vinti (30 nazionali e 18 internazionali), è il secondo club italiano più titolato dietro alla Juventus (63). È stata inoltre la prima squadra a vincere, nel 1991-1992, il campionato italiano a girone unico senza subire sconfitte,eguagliata dalla Juventus nel 2011-2012 Il club figura al momento al quarantunesimo posto della graduatoria continentale dell’UEFA.

 

° Questo invece il  palmarès del Siviglia:  1 campionato spagnolo (1945-1946), 5  Coppe del Re (193519391947-19482006-20072009-2010) 1 Supercoppa spagnola (2007). In ambito internazionale, invece, da che è al mondo, ha vinto 5  Coppe UEFA/Europa League (2005-20062006-20072013-20142014-20152015-2016), record nella competizione, e una Supercoppa UEFA (2006). Attualmente occupa l’8º posto del Ranking UEFA.

( Fonte Wikipedia)

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DOMANDA. Davanti a tanto scempio perpetrato nella compilazione delle liste elettorali s’alza lungo il Belpaese la domanda ” Ma chi merita di entrare ( per davvero)  in Parlamento?”.
COMMENTO. Da tempo gli schieramenti per ideologie si sono frantumati. Da tempo ha preso ( sempre più) campo un ‘ elettorato’ informe privo di ( veri) leader e di ( ragionevoli) aspirazioni sociali che manco sa più dove dove andar a riparare. O a pregare, come si faceva ( secondo il buon uso) di una volta.
La squadra disegnata da Renzi, ad esempio, con la conclamata aspirazione di portare a casa una maggioranza tale da garantire governabilità e stabilità all’infelice Belpaese, in realtà ha creato un clima ( interno ed esterno) di grande tensione. Vabbè accontentare i fedelissimi ( e le fedelissime) a patto però che vengano condivisi. O perlomeno apprezzati per qualcosa di sostanzioso. Di credibile. Visto che a scendere sulla pista da ballo dovrà essere il Paese e non i lor ( fortunati) signori/re. Tutti/te)  ( o quasi) aspiranti allo scranno caldo, certo e remunerativo. Da gran uomini ( e donne), ovviamente, con scarso ( o nullo) seguito, se non quello dei beneficiati loro.

Abbiamo citato Renzi, il profeta del Giglio, ma potevamo benissimo ripeterci con gli altri. Tutti gli altri. O quasi. Le eccezioni ( in questo momento)  sono rarissime e ognuno può scegliersi quelle che crede.
Come quel fenomeno poco più che trentenne del M5S, dall’esperienza  politico amministrativa fantasma e dalle capacità di poter guidare uno del Paesi più difficili al Mondo tutte da dimostrare. Come quella Meloni alla quale hanno detto che basta essere donna per  dire ‘ faccio tutto me’. O come quel Salvini che si barcamena tra una contraddizione e l’altra, fin al recupero d’un ectoplasma che sembrava sepolto per sempre. Come quel nonno d’antico pelo che ad ogni appuntamento elettorale sa risorgere dalle sue ceneri per poi  andarsi a rifugiare, dicono, tra una promessa ( impossibile) e l’altra (pure), fra le braccia d’una giovin consigliera.

 

ALTRE DALLA CRONACA.

 

LA RIFORMA DEL CALCIO. Mezza serie A, quella riformista, sta serrando le fila. L’obiettivo è evitare il commissariamento, ma per farlo correrà procedere ( piuttosto velocemente) a rinnovare gli organi di Lega. Si fanno alcuni nomi, inediti. Un’accoppiata presidente-amministratore delegato darebbe forma ad una nuova governance, d’impronta manageriale, da completare con i consiglieri federali ( Marotta in pole) e i consiglieri di Lega.

In primis andrà ritoccato quel ( ridicolo) 12% della serie A contro il 34 dei dilettanti. Eppoi, bisognerà, alzare lo sguardo e guadare lontano. La Premier League, così come la conosciamo dal 1992,  si separò a suo tempo dal campionato organizzato dalla Federazione e fondò un torneo tutto suo. Con grandi risultati economici. A partire dal reso dei contratti tivù, sopratutto sulle piazze estere, con ricavi odierni da far rabbrividire. Insomma, ora, la Premier League è una società per azioni privata, straricca, e legata da un contratto di servizio alla Football Association.

Riusciremo noi a fare altrettanto? Difficile a dirsi. E a farsi. In un Paese in preda alla demagogia e alla incompetenza.  Certo è che quella miseria di ricavi nella vendita del nostro calcio all’estero ( qualcosa come 180 mln ca nostrano contro un miliardo e passa degli Angli) va assolutamente fatta sparire. Il nostro negletto calcio ha bisogno di danari se non altro per dotare le squadre delle città maggiori (e minori ) di impianti ( leggi stadi e non soltanto) e vivai all’altezza del presente-futuro; danaro che è possibilissimo ricavare.
Visto che, nonostante gli esterofili e i menagrami ad oltranza, produciamo ‘ un prodotto‘ assolutamente unico, all’altezza altrui,  ben carico di storie e di interessi  variegati. Il tutto senza manco aspettare le calende greche.

 

 FATECI NUOVI STADI. Sottoscriviamo il testo diffuso a pagine intere da Sky per salutare  il nuovo inizio del calcio italiano.  ” E’ il momento. Sono grato della fiducia che tutti ripongono in me, fiducia che però io non merito, perchè da solo non sono niente. Pronti a dare tutto, ce ne sono tanti come me: dieci, trenta, centomila. E cresceremo ancora. Qualcuno proverà a dividerci, ma si ingannano se pensano di riuscirci. Perchè noi siamo destinati a fare grandi cose“.

( Giuseppe Garibaldi, giorno di Pasqua 1861)

 

CALCIO  RANKING UEFA ( aggiornamento fine novembre): Spagna, punti 98,569; Inghilterra, 72,319; Italia, 68,794; Germania, 67,712; Francia, 53,081; Russia, 49,382; Portogallo, 44,082.  Alle prime quattro leghe del ranking  vengono assegnate quattro squadre in Champions senza preliminari, e tre in Uefa. Un bel dono di Natale, non c’è che dire, per il nostro calcio. Che dovrà però metterci del suo, positivamente, cominciando intanto ( come hanno fatto Torino, Udine, Reggio e Frosinone e stanno facendo Roma e Bergamo) ad allestire nuovi e  moderni impianti, seguendo poi con un aggiornamento tecnico-tattico-agonistico ormai ( assolutamente) indispensabile.

PODIO FINALE MONDIALE F1 PILOTI 2017:  Hamilton ( Mercedes) campione del Mondo ( quarto titolo),    Vettel (Ferrari),  Bottas ( Mercedes).

 ARGOMENTI ( NON SOLO)  DI SPORT

IL FESTIVAL DI SANREMO. Gli snob di mestiere ( assai diffusi nel Belpaese) quando possono non fanno mai  mancare il loro distacco dal nazional-popolare. Per loro è roba trita, e di scarso valore. Lo hanno fatto anche nell’ultimo ( riuscito) festival sanremese. Luogo sacro della canzone italiana.
Che come Pollicino continua a seminare prodigi nel cuore della foresta musicale mondiale. Prodigi apprezzati da tutti sul Pianeta, fuorchè dai ( nostrani)  snob di mestiere. Che ( da infestanti ) continuano a volteggiare per l’aere.

Eppure, il Festival, tiene, eccome. La gente lo segue, la gente lo ama. Come tante altre eccellenze uniche del Belpaese.        In questi giorni si è letto su una rubrica del ‘Corrierone’: Un tempo i giornali  guardavano il Festival di San Remo dall’alto al basso. Come a dire: andiamo a prenderli in giro. Con il tempo si è capito che il Festival è una cosa seria, un termometro del Paese, un rito che unisce. E di cui ne abbiamo davvero bisogno”.

GLI ALTOATESINI. Gli austriaci, da provetti europeisti, entrano a gamba tesa sugli affari internazionali. Il neo esecutivo guidato dall’imberbe Sebastian Kurz ( in mancanza d’altro) ha rilanciato la vecchia questione della cittadinanza austriaca ai cittadini altoatesini appartenenti al gruppo linguistico italiano. Praticamente per concedere una sorta di doppio passaporto, già dal prossimo anno o a partire dal 2019. Con quale fondamento non si sa, ma con i capi popolo che imperversano nella Vecchia Europa tutto è possibile. Saranno esclusi i trentini.

Il problema però è ( soprattutto) questo: ( ammesso e non concesso che tutto sia in regola) che convenienza avrebbero gli altoatesini ad unirsi all’Austria? Intanto sdoganare la cittadinanza su base etnica avrebbe un effetto dirompente su altre zone d’Europa, i Balcani ad esempio, eppoi resterebbe un pericoloso precedente di cui in tanti potrebbero approfittare. A livello pratico i benefici la regione tedescofona ha ottenuto nel tempo più di qualsiasi altra regione italiana.
” Hanno spremuto l’Italia – per citare Siegfred Brugger - più d’un limone, fino all’ultima goccia”.
Oggi  gli altoatesini vantano un reddito pro capite intorno ai 42mila euro, ben superiore a quello degli austriaci fermo a 39 mila euro. Altri vantaggi veri o presunti non sarebbero poi nè  tanti, nè significativi. Quelli che potevano ottenere li hanno già. Lasciamo inoltre a parte spese ed appannaggi vari. Infine ” E se fosse ‘l’ Italia - si è chiesto l’ex presidente del Parlamento austriaco Andreas Khol - a togliere la cittadinanza italiana a chi ottiene quella austriaca? Che succederebbe?”. Nuovi capi popolo in arrivo, dunque,  agli orizzonti non più tersi  della sempre più cupa ( e retrograda)  Europa. Vedremo. Purtroppo, non basta quanto va succedendo che s’avverte anche il bisogno impellente d’un ritorno ai secoli andati, con  altro spezzatino etico-linguistico quale soluzione innovativa per la leggiadra Europa . Incredibile. Gli altoatesini che parlano tedesco sarebbero, secondo l’ultimo censimento, il 69% per un totale di 330 mila persone.

REALISMO EUROPEO. La ‘rosea’ ha resa pubblica una ricerca condotta dalla Swg ( società certificata dal 1999) sui ‘sogni’ dei tifosi, sognatori per definizione ma che all’occorrenza hanno imparato  anche  di stare coi piedi per terra, valutando le diverse situazioni possibili col necessario realismo.
Ebbene, che indica la ricerca frutto di interviste realizzate ( ball’interno di un campione di 1000 soggetti maggiorenni residenti in Italia) tra il 24 e 25 ottobre scorsi?
Swg ha preso come punto di riferimento il Real, ultimo campione d’Europa. E ha chiesto ai tifosi ‘ di misurare proporzionalmente il livello di tutte le altre squadre’. Il punteggio maggiore ( 81%) è andato al Barca, considerato ( in genere) alla pari se non superiore ( 26%) al Real. Dopodichè viene collocato il Psg,  la spendacciona  squadra di stato del Qatar parcheggiata in Europa,  a Parigi. La Juventus , prima delle italiche, rientra nelle top 10, con un 44% che la colloca ( almeno) allo stesso livello del Real. A seguire vengono il Napoli ( bastonato dal City, con sette gol in rete nei due incontri del girone) e la Roma ( che invece  dapprima ha pareggiato e poi bastonato il Chelsea, campione d’Inghilterra).

Tra l’altro la Coppa dalle grandi orecchie è considerata ormai dagli afecionados la competizione di punta del calcio mondiale. E dunque ancor più appetita del Campionato italiano. Diversa valutazione corre per l’Europa League, considerata ( maldestramente) dai più un vero e proprio ‘fastidio‘. Se non un ’danno‘.
E questo, molto probabilmente, perchè ai tifosi nostrani non hanno ancora ben spiegato quale importanza rivesta il secondo torneo continentale. Intanto perchè favorisce numerose necessità   delle squadre ( continuo confronto internazionale, utilizzo di rose spesso esagerate,  etc) eppoi perchè attribuisce punti preziosi per la collocazione nel ranking, che è poi quello che assegna o meno i posti validi in particolare per la partecipazione alla Champions. In questo momento l’amabilmente  sottovalutato calcio italiano in realtà sta sul podio del ranking Uefa ( terzo), dietro ( d’una inezia alla Premier, seconda) e davanti ( di oltre un punto e mezzo) alla Bundes ( quarta). Autoflagellarsi e autolimitarci, considerandoci più competitivi soltanto dei francesi ( quindi) è come ( al solito) quello strano esercizio di prolungato complesso d’inferiorità sul quale prosperano, da anni, a go go, i tanti esterofili pronti  ad elargire ad ogni piè sospinto ( più o meno) dotte omelie al popolo (  bue ) dei tifosi nostrani.

 

L’ESEMPIO ( EMBLEMATICO?) DEL SOMMERGIBILE VIGILANT.  Avrete nelle orecchie i continue omelie  propinate da decenni dai nostri saggi. Per costoro, l’  ameno mondo italico è (ri)colmo di culture da svecchiare, di comportamenti condizionati da una infinità di anacronistici e deleteri tabù ( sessuali in primis), da famiglie che allevano mammoni e non giganti capaci di affrontare da soli  le  immani sfide del nostro tempo. Avrete, di certo, nelle orecchie.
E se qualcosa dovremmo cambiare a quali altri esempi ( o culture) dovremmo ispirarci? I nostri saggi, in proposito, non hanno dubbi: alla cultura anglosassone con tutti i suoi derivati, figli o figliolini,  in Patria ed Oltreoceano. 

Lasciando in pace l’Oltreoceano ( soprattutto quello a stelle e strisce) che proprio in questi giorni sta facendo di tutto per  farsi odiare  dal resto del Mondo, accontentiamoci ( si fa per dire) d’un frammento ( esemplare)  di cultura evoluta e senza tabù che ci arriva grazie ad   una normalissima news di cronaca.
Fornita ( in ispecie) dal fondino di  una rivista mensile di carattere tecnico-specialistico ( Panorama &Difesa, dicembre 2017)  che nulla ha a che fare con i periodici dediti agli scandali.
Questa è la news:  nove marinai del sottomarino di Sua Maestà britannica Vigilant, sottoposti ad un controllo di routine, sono risultati positivi ad un test sull’assunzione di cocaina mentre erano in servizio; un ‘vizietto’, l’uso di stupefacenti, già noto e ritenuto abbastanza diffuso.
Le statistiche parlano infatti di 63 marinai espulsi dalla Royal Navy tra il 2007 e il 2011 per episodi di droga, mentre nel 2016 il numero dei casi è salito a 80 coinvolgendo gli equipaggi di alcuni sottomarini nucleari d’attacco e personale della base di Farslane, in Scozia, alla quale questi fanno capo.
Tornando al Vigilant, un decimo marinaio è stato accusato di avere avuto rapporti sessuali con una prostituta e di averla poi derubata, mentre un undicesimo è stato sottoposto alla corte marziale per essersi allontanato imbarcato su un volo di linea per rientrare in Gran Bretagna a  (ri)abbracciare la sua amichetta.
Ma l’elenco degli episodi di cattiva condotta non finisce qui: il comandante del Vigilant, il 41enne Stuart Armstrong, sotto indagine dall’inizio di ottobre, è stato rimosso per avere intrattenuto a bordo del sottomarino una relazione con uno degli ufficiali sottoposti, la 25enne sottotenente di vascello Rebecca Edwards, mentre il comandante in seconda, Michael Seal ( 36 anni), è stato sbarcato assieme alla 27enne tenente di vascello Hannah Litchfield, ufficiale tecnico d bordo, dopo la scoperta del loro coinvolgimento in una relazione extraconiugale.

La vicenda del Vigilant ha suscitato commenti vari. Che non possono esimersi dal rimarcare la ‘ sregolatezza diffusa regnante a bordo del sottomarino’, indice ( evidente) di un grave allentamento della vigilanza e di una tolleranza (  in qual misura affiorata? ) altrettanto inaccettabile. Le  fonti vere di preoccupazione, costumi e tabù ( sessuali o meno ) a parte, sono almeno un paio. La prima: è davvero possibile che un compito di vitale importanza quale l’esercizio della deterrenza nucleare possa finire in mani  tanto esplicitamente inidonee?
Il numero dei soggetti coinvolti nel ‘caso Vigilant‘ ammonta ( ufficialmente) a circa un decimo dell’intero equipaggio del sottomarino: una percentuale non di certo trascurabile, e che qualcuno addirittura la ritiene inaudita se si considera che basta uno di questi battelli per  scatenare una irreversibile catastrofe mondiale. La seconda: non è che  ( mandando in altro loco i  saggi) invece di inseguire paradisi inesistenti possiamo tenerci  ben stretti  ( magari con qualche  aggiornamento) i nostri? Quelli domestici, certo,  tanto vituperati,  donde dalla notte dei tempi si punta ad    affetti radicati e certi  piuttosto che a rapporti  mutevoli come il vento,  frutto amaro d’ una sregolatezza allo sbando?
Paradisi disegnati  da millenni, e che sono  stati l’anima,  la carne e il sangue  d’ una solidissima  visione della vita e della società trasferita, poi, attraverso strumenti e fasi diverse, e sia pur con qualche contraddizione, all’intero Pianeta?

IL DIO DANARO. Il dio danaro s’è impossessato delo sport e ( in primo luogo) del calcio. E se tutto al mondo va misurato con quello, diciamo pure che la nostra Serie A è in chiara rimonta sulle maggiori restanti consorelle europee. La Serie A, infatti, durante questa torrida e lunga estate di calciomercato , ha sfondato il tetto del miliardo; qualche centinaio di milioni sotto alla paperona Premier, la quale però s’avvantaggia sulla Serie A  grazie agli enormi introiti dei diritti televisivi esteri ( oltre un miliardo contro i 180 mln nostrani, più o meno); ma molto più in alto di Liga, Bundes e Ligue 1 ( quest’ultima sui 600 mln,  grazie   alle sparate della squadra di stato del Qatar battezzata, all’uopo, Paris Saint Germain). Dal 2012 la nostra Lega ha triplicato gli investimenti, passando dai 373 del 2012 ai 1.o37 del 2017.
Tra le squadre in evidenza il Milan ( 228 mln); ma anche Roma, Inter, Samp, Toro e perfino il Cagliari non sono stati di certo con le mani in mano. La Serie A sta rimontando alla brutta, su tutto e tutti, e se come si auspica anche gli introiti esteri daranno i frutti sperati non è detto che tra qualche anno ( o mese) diventi proprio la bistrattata  la Serie A il campionato più ricco del pianeta. Con qual fondamento e costrutto non è dato a sapere. Cresciamo, alla grande,  e questo ( al momento)  basta. Speriamo solo che tra tanta grazia non dimentichiamo la sostanza vera, quella di far nuovi stadi.

Saranno  afflitti i menagrami, ma andranno in delirio  i facitori del libero mercato, i quali, gatton gattone, da gran liberali,  stanno giocherellando sui prezzi con inusitata goduria e avidità. Intanto, se Dio vuol,  hanno chiuso le porte del Calciomercato. In tutta Europa. Con N’peperempè, Nebbelelè e Coutintino finiti ( o quasi)  grazie a centinaia di milioni nelle braccia dei ’poveri fessi’ che gettano dalla finestra soldi altrui. Per costoro il fair play finanziario manco esiste; comprano con tutti gli espedienti del caso, gonfiando qua e deprimendo là, svolazzando come nugoli di cavallette arrivati dalla steppa o dai deserti.
Guarda caso i loro habitat naturali. Dire che il Psg sia una squadra di calcio fa ridere.

Quella è una squadra di  Stato, acquistata  e foraggiata da una vena inesauribile di  danaro pubblico solo perchè comodo veicolo per condurre a termine operazioni varie. E non sempre chiare. Certo, molti di quei soldi non solo non restano e non resteranno nel calcio ( vedi le assurde commissioni a procuratori ultra miliardari) ma voleranno via, qua e là, con destinazioni tutte da (ri)costruire. Il pericolo c’è. D’inflazionare ( o di infettare) il tutto.  Non limitatamente al sistema calcio, sia chiaro, che però nello sport agonistico fa da traino. Alto.  Molto alto. La senora Uefa, per caso, dorme?

FATECI CAPIRE. Sul ‘Corriere’ ( firma Alessandro Bocci) poco tempo fa si è letto ” La Juve di Andrea Agnelli non ha solo vinto sei campionati di fila e raggiunto due finali Champions. E’ prima per fatturato, numero di tifosi, monte ingaggi. Bella e ricca, dunque, quasi perfetta verrebbe da dire… Il fatturato della Juve è in linea con  quello dei grandi club europei, Real, Barca, e United: 562,7 mln anche se in parte gonfiato dalla cessione di Podgba. All’Inter i numeri sono più bassi. L’ultimo fatturato ha superato i 300 mln ( 318,2) ed è cresciuto del 32,7% rispetto a quello di due anni fa. Con l’Europa potrebbe avvicinarsi ai 400 mln…”.

Il 24 gennaio sulla ‘rosea’ si è letto: ” La Juve è la prima delle italiane, decima per il quarto anno consecutivo. I suoi ricavi al netto dei proventi da calciomercato sono saliti a 405,7 mln nel 2016/17 ( erano 338 mln) grazie al boomChampions. Deloitte però avvisa che sarà difficile consolidarsi nella top ten dei prossimi anni. In testa alla classifica europea resta lo United, a quota 676,3 mln, seguito dal Real con 674 mln e il Barca con 648,3 mln. Valori fuori portata delle italiane, anche se la Juve è in crescita e così l’Inter, che passa al 15°posto.  Allora, per riassumere: per il ‘Corriere’ la Juve è in linea con i club europei, per la ‘rosea’ è  fuori portata :  si può sapere come stanno le cose?
Annammo avanti o a puttana? Per far chiarezza, non è che ci costringete a  rivolgerci a quel beato esterofilo di Gianfranco   Teotino?

 

ARGOMENTI & ATTUALITA’

 PRESIDENTE COW BOY e TIRANNO PORCELLINO. Una coppia così manco la  fantasia di Walt Disney poteva permettersela. Da una parte il dipinto presidente cow boy della più grande potenza mondiale, dall’altra l’algido porcellino tiranno del piccolo paese protetto da una grande della Terra  che vorrebbe mostrare i suoi muscoli al Mondo. Non si sa chi oscurare. Anche perchè tra l’uno e l’altro se le tirano a perdifiato facendo restare col fiato sospeso un po’ tutti. Ultimamente fanno a gara a dire chi ha il pulsante più adatto, e lustro,  a far sparire umani, animali e piante.

Se non che è spuntata ( chissà come) l’occasione olimpica, arrivata giusta giusta per valutare o meno se il terribile tiranno abbia reale volontà di dialogo. L’olimpiade è quella di Pyeong Chang da disputarsi a breve nella Corea del Sud. E quindi a due passai da casa sua. Per l’appuntamento olimpico invernale due pattinatori nordcoreani ( Kim Ju sik, 25 anni, e la sua compagna Ryom Tae ok, 18 anni) si sono guadagnati una regolare qualificazione.
Il tiranno porcellino ( per cattiveria o altro) non li ha però iscritti ai Giochi. A complicare le cose sono intervenuti i tempi da rispettare, oramai scaduti. Ma visto che nella circostanza si potrebbe evitare qualche altro danno al Pianeta, sono state predisposte due ( apposite) delegazioni ( nord e sud coreana) pronte ad incontrarsi per dare un calcio alla burocrazia, iscrivere ai Giochi  i due pattinatori nord coreani e invitare all’abbraccio due paesi fratelli.

Riusciranno i nostri eroi nell’intento? Difficile a dirsi, Intanto le due delegazioni si dicono pronte ad incontrasi. Senza veti. Senza pregiudizi. Ci crediamo? Certo che se li vedessimo tutti quanti a sfilare sotto una sola bandiera staremmo molto più tranquilli. Il porcellino Kim, che l’umore cambia bene e spesso, ha assicurato ” Desidero una soluzione pacifica al confine meridionale. Il Sud e il Nord devono alleviare le tensioni e lavorare come un sol popolo con una medesima eredità, per trovare pace e stabilità”. Eppoi, chissà che gli replicherà il presidente cow boy?

 

IL SOVRANISMO. Il sovranismo, secondo la Treccani, è una dottrina politica che propugna la difesa o la riconquista della sovranità nazionale da parte di un popolo o di uno Stato, in antitesi alle dinamiche della globalizzazione e in contrapposizione alle politiche sovranazionali di concertazione. Ma chi è affetto da sovranismo ai giorni nostri? Guarda un po’ quelli che (  molto tempo fa ) davano ( sostanzialmente) corpo e sangue al vecchio Impero asburgico.

Con adesione aggiornata di  Austria, Ungheria,  Polonia, Repubblica Ceca e Slovacchia. Costoro, cristiani e riformati che siano, non vogliono sentire parlare di immigrati. Quelli, per gli ex asburgici, caso mai ce ne fossero, stazionassero pure nei paesi donde approdano. Null’altro.  A costoro  poco importa infatti veder naufragare giornalmente decine, centinaia, di poveri diavoli, tra cui tanti sguardi increduli di bambini.
Per loro una ‘ nazione incapace di difendere i suoi interessi è meglio che scompaia’. Un concetto, questo, chiaramente sovranista e usato in totale contrapposizione con quello comunitario  dell’Europa. Insomma, questi signori, peggio ancora di quelli ( infidi) d’Albione, non riescono pensare ad  altro che auto  conservarsi, proteggersi, guardarsi ( spensieratamente) all’indietro. Pensare poi che questo sia il modo migliore di ‘ difendere i propri interessi per non scomparire ‘ è tutto da dimostrare. Anche perchè chi assicura agli ex asburgici   che  a dover levare le tende dalla storia non debbano essere  proprio loro e non altri i quali la storia, pur con tutte le sue ferite e contraddizioni, le sue porcate e le sue speranze, la storia vera, sanno guardare negli occhi ( intanto) con infinito coraggio e  generosità?

EXCURSUS STORICI

MASNADE MERCENARIE.  L’origine dei capitani di ventura va ricercata  tra i rami cadetti della nobiltà, spazzati via fin dalla nascita nelle rivendicazioni del casato. Alcuni di questi capitani ( o condottieri) arrivarono perfino, fra Tre/Quattrocento, a fondare stati. A certe condizioni resta difficile affermare che i capitani di ventura siano stati la rovina e la maledizione dell’Italia, perchè potrebbe essere vero anche il contrario. Essi si ergono protagonisti di un particolare momento storico, con forza vitale incredibile, grandiosa, al limite del brutale, immagine nuda e cruda  del potere militare riflesso sul potere politico. Il capitano di ventura è figura centrale per tre secoli. E in quattro tempi.
Da quello dei ‘precursori’ ai primi significativi rappresentanti ( per lo più al seguito delle compagni straniere calate sulla Penisola); dai capitani dell’età aurea ( per lo più italiani, talvolta fondatori di stati) agli epigoni, quando l’Italia  ( insipienza sua) concesse ad altri di trasformarla  un campo da battaglia e di conquista, fin al ( definitivo) predominio spagnolo. Il ‘fenomeno‘ trovò  una sua prima comparsa ( a partire)  da fine Duecento /inizi Trecento allorquando numerose ‘ masnade mercenarie straniere‘ presero l’abitudine a calare in Italia, da sole o a seguito di qualche re o imperatore, voglioso di mettere mano sui tanti tesori del paese ( più bello) e ( più ricco)  del Mondo.
Si trattava allora di bellatores, ovvero di soldati di mestiere, in gran parte di bassa estrazione, disposti ad aggregarsi per una impresa che portasse loro danaro e bottino.
Provenivano dalla Germania o  dal Brabante,  quest’ultimi  chiamati ’ Brabanzoni‘; ma anche dall’ Aragona e dalla Cataluna  come gli Almogavari o Almovari, che permisero a Pietro d’Aragona di conquistare  nel 1282 il Sud d’Italia.
Michele Amari li descrive così: ” Breve saio a costoro, un berretto di cuoio, una cintura, non camicia, non targa, calzati d’uose e scarponi, lo zaino sulle spalle col cibo, al fianco una spada corta e acuta, alle mani un’asta con largo ferro, e due giavellotti appuntati, che usavan vibrare con la sola destra, e poi nell’asta tutti affidavansi per dare e schermirsi.

I loro capitani chiamavansi con voce arabica ‘adelilli’. Non disciplina soffrivano questi feroci, non avevano stipendi, ma quanto bottino sapessero strappare al nemico, toltone un quinto per re.
Indurati a fame, a crudezza di stagione, ad asprezza di luoghi; diversi, al dir degli storici,  dalla comune degli uomini, toglieano indosso tanti pani quanti dì proponeansi di scorrerie; del resto mangiavan erbe silvestri, ove altro non trovassero: e senza bagagli, senza impedimenti, avventuravansi due o tre giornate entro terre de’nemici; piombavano di repente, e lesti ritraenvansi; destri e temerari più la notte che il dì; tra balze e boschi più che pianura”.

( PARTE I )

I bellatoreso se si vuole  i masnadieri, una volta terminata la spedizione, perlopiù, non se la sentivano di tornare donde erano venuti, anche perchè il Bel Paese era terra troppo ghiotta per mettersi da parte  un gruzzolo senza troppo inferire. Restarono, infatti, tutti, seminando lutti e devastazioni, praticamente impuniti. Del resto le rivalità nostre lasciarono campo aperto ad ogni avventuriero.
I nostri capitanei, oggi come ieri, preferivano ( e preferiscono)  farsi depredare più che combattere. Ma il ’casino’ diventò tale che qualcuno cominciò a chiedere L’introduzione di una certa disciplina. Pisa, ad esempio, ci provò subito, stendendo un codice apposito per regolare i rapporti con certa gente. Inutilmente, è ovvio. Ma tentò. Si passò allora all’emarginazione, ma anche di questa, quelli, se ne fotterono.

” Che nessuno di detta masnada possa mangiare e bere con alcun cittadino pisano in casa sua o in qualunque altra casa…” recitavano i testi, peraltro impossibili  a leggersi da masnade analfabete. I mercenari venuti in Italia nel 1333 al seguito di Giovanni di Boemia restarono quasi tutti nella Penisola; un gruppo  si raccolse nel Piacentino, alla badia della Colomba, sotto il nome di ‘ Cavalieri  della colomba’, vivendo di rapine, finchè vennero assunti al soldo da Perugia che voleva liberarsi del giogo di Arezzo. Ne compirono, i nostri amici, di tutti colori, eppure grazie a ciò trovano  ingaggio presso il comune di Firenze. Diciamo che in  questi frangenti non si tratta ancora di vere proprie compagnie. I loro vessilli non sono bandiere ma banderuole. I loro ‘capitani‘, usciti dai ranghi feudali e dai milites, costituiscono uno ‘ strato sociale che gira, con scadenze annuali o semestrali, per l’intera Penisola e l’Italia centrale.  Al suo interno si differenzia un circuito guelfo o ghibellino. Il mestiere della guerra viene tramandato di padre in figlio’. Guerrieri, dunque, di professione, ma non ancora dei professionisti. Questi, infatti, al momento, sono soltanto i precursori del fenomeno ben più ampio e disastroso che verrà. E che metterà ai margini,  senza lacrima alcuna,  quello che era  il più bello, ricco ed evoluto paese della Terra.

(  PARTE II)

 Le cose si complicarono ulteriormente  quando assaltarono la Penisola ‘ trascinatori nati’ di truppe mercenarie, come il duca Werner von Urslingen o il conte Konrad von Landau. Essi arrivano nel 1339 per unirsi alla massa di venturieri tedeschi che da più di vent’anni, in gruppi isolati, avevano eletto l’Italia come terra di saccheggio e che, guarda un po’, un italiano, Lodrisio Visconti, radunava nella ‘Compagnia di san Giorgio’.

Le masnade poterono così raggrupparsi, trasformarsi in una prima nefasta grande compagnia, travolta però, non molto dopo, dall’accozzaglia più o meno organizzata  di un altro capitano italiano, Ettore da PanigoWerner, in quella, scelse di proseguire da solo, combattendo al soldi di diverse bandiere in Lombardia e Toscana, finchè non andò a riesumare l’idea di Lodrisio, (ri)proponendo la costituzione di una libera compagnia ‘ per guerreggiare i più deboli e i più doviziosi’.Impose anche una disciplina di ferro. Gli ingaggi ai venturieri davano diritto al soldo, che sarebbe dipeso dall’entità dei bottini che la compagnia riusciva a fare. Si costituì dunque la ‘ Grande compagnia’ al comando, ovviamente,  di von Urslingen ribattezzato all’uopo  duca Guarnieri, parimenti ad altri macellai stranieri.

La ‘Grande compagnia’  forte di tremila ‘barbute‘, costituita ognuna di un cavaliere e di un sergente, anche lui a cavallo, trovò ‘ richieste di lavoro‘ a volontà. Toscana e Umbria, in ispecie,  vennero intinte nel sangue. Devastate senza scrupolo proprio da uno che aveva scolpito sulla sua armatura il suo ideale ” Duca Guarnieri, signore della Gran Compagnia, nimico di Dio, di pietà et di misericordia”. Guarnieri si offriva a chi meglio pagava. Dopo avere fatto guerra ai Malatesti di Rimini passò, molto amabilmente, al servizio degli stessi. Conteso  e disprezzato dai ‘ datori di lavoro‘, saccheggiò per almeno due anni la Penisola, finchè i ‘datori di lavoro’ decisero di toglierselo di mezzo versandogli, nel 1343, una grossa somma di danaro a titolo di liquidazione. Lui si ritirò in Friuli.Per quattro anni soltanto, però, perchè già nel 1347 s’era accodato a Luigi I d’Ungheria  diretto a  Napoli per eliminare Giovanna d’Angiò, colpevole d’avere ucciso il marito Andrea, suo fratello.  Quella guerra durò tre anni.

Con enorme prodigarsi della ‘Grande Compagnia’. La quale, una volta dipartito il re d’Ungheria, restò sul posto fiancheggiando il voivoda d’Ungheria rimasto in Italia. La masnada si (ri)prese un ‘periodo di riflessione’  quando  il capo nel 1351  si ritirò nella nativa Svevia, colà morendo tre anni dopo. Perchè,  a dirla tutta, l’operato della ‘Grande Compagnia’ non cessò con la morte del duca Guarnieri, proseguendo la sua nefasta attività agli ordini di Fra Moriale, che la guidò ora contro ora a favore del pontefice di turno. A decretare la fine della ’Grande Compagnia‘ furono  quelli della ‘Compagnia bianca‘ come  Albert Sterz e John Hawkwood, inglese italianizzato col nome di Giovanni Acuto.
A quel punto le compagnie create e dirette dai capitani stranieri non si contavano più. Tuttavia, per completare il quadro, occorre non sorvolare sulle compagnie italiane sorte alla stregua delle straniere con truppe e comandanti ( in gran parte)  italiani. Famose divennero la ‘Compagnia della stella‘ di Astorre Manfredi e  la ‘Compagnia del cappelletto’ di Niccolò da Montefeltro.

E comunque, queste, tutte guidate da personaggi d’estrazione nobiliare ma ( sostanzialmente) di ‘mezza tacca‘. Semmai, la compagnia ‘tutta italiana‘  che segnò una svolta epocale fu senz’altro quella formatasi all’indomani dell’eccidio di Cesena. Si faceva chiamare  la  ’Compagnia di San Giorgio’ di Alberico da Barbiano. Questa, infatti, ottenne  la ( clamorosa)  santa benedizione di papa Urbano VI. Con benefici enormi. Alberico da Barbiano   ( tra l’altro) apre l’epoca d’oro dei capitani di ventura italiani che subentrarono, nei modi e nei tempi più favorevoli, a quelli stranieri. Le masnade nostrane non nascono però a caso come gran parte delle precedenti, visto che è il capitano a scegliere i suoi uomini. Dal primo all’ultimo. Trasformandosi così  da ‘ capitano’ a  ’condottiero‘.

( PARTE III)

Tante sono le novità. Come il reclutamento ‘ in massa‘, tra vecchi camerati;  oppure ‘ a bandiera’ con uomini da selezionare ed istruire. Tutti, comunque, alle sue dipendenze. Il capitano ( come sopra si diceva) si fa condottiero. Cresce di peso. Le prime condotte regolari risalgono alla seconda metà del Trecento. Firenze fu tra le prime città ad organizzarsi.

Con la creazione di speciali magistrature come quella degli ‘officiali di condotta’ e degli ‘officiali sopra‘, che controllavano ( in particolare) disciplina e armamenti. Si diffusero forme diverse ed articolate di condotta. ( Inizialmente)  gran campo presero quelle a ‘ soldo disteso’  ( alla diretta dipendenza d’un signore o di un capitano generale della città); e quelle a ‘ mezzo soldo‘ ( con capitano aggregato ma in posizione sussidiaria, oltre a  paga e rischi ridotti). Col tempo i controlli ( e i contratti) saltarono, ovviamente, data la crescente forza d’imposizione dei gruppi armati. Il condottiero era tenuto al rispetto di un periodo di ‘ferma’ e anche ‘ d’aspetto’. Terminato il quale, poteva o rinnovare l’impegno o recederlo. Comunque terminato ’l'aspetto‘ il condottiero poteva andare dove meglio credeva. Anche passando al campo ( fin a poco prima) nemico. Un particolare tipo di condotta veniva stipulato per i mercenari del mare, si chiamava ‘ contratto d’assento’, cioè d’ingaggio di forze navali nemiche.

Genova cominciò a stipulare contratti con mercenari agli inizi del Quattrocento. Così lo Stato pontificio. Venezia invece considererà il contratto ’ d’assenso‘ come un umiliante (  pericoloso)  ripiego.  Cercò così di evitare mercenari. Ma quanto poteva mettere in tasca un ( buon) condottiero? La risposta ( ovviamente) non è semplice. Poichè come in tutti i rapporti di forza ( e necessità) a fare il prezzo è chi tiene il coltello del manico. Inoltre, pare incredibile, da considerare era anche il pericolo inflazione a cui andavano soggette le monete del tempo, fiorino o ducato compresi. Micheletto Attendolo, cugino di Muzio, nel 1432, incassava da Firenze mille fiorini al mese. Francesco Gonzaga, nel 1505,  sotto contratto con il Giglio, metteva in cassa 33 mila scudi annui per una compagnia di 250 soldati; mentre Francesco Maria della Rovere strappò ( al Giglio)  oltre 100 mila scudi annui,   ma con soli 200 uomini.

In ogni caso, pur  fatte anche  le debite distinzioni, e adattamenti,  si trattava di cachet notevoli. Che impoverivano ogni ora di più le casse di Signorie e Città.

Inoltre, visto che il pollo si poteva  spennare con poca fatica, di ‘condottieri‘ ne nacquero tanti quanto i soliti funghi dopo una intensa pioggia d’autunno. Molti di loro diedero vita a dinastie. Anche durature. Visto che, prima o poi, riuscivano ad imporre la forza delle loro armi  contro gli improvvidi che li chiamavano  ( si fa per dire) al loro servizio. Costoro, poi,   quasi tutti venuti dalla gavetta,  autentici parvenu,  una volta diventati  gli unici padroni della situazione,  iniziarono bene ad alimentare aloni leggendari. Da ( autentica) grandeur medievale, sulle gesta degli antichi cavalieri o dei più valenti uomini d’arme.
Qualcuno si ripulì la fedina, grazie anche a  (  lodevoli) intenti mecenatistici. Ci fu anche chi azzardò  atteggiarsi  ad umanista, pur  restando ( per lo più) ignorante o  semianalfabeta. I meglio posizionati non resistettero  (perfino)  al sogno dell’immortalità. Cosa non difficile a farsi  declamare. Visto che nelle loro ( sempre più ricche) case gli adulatori si sprecavano. Nella celebre ‘ Vita Scipionis Jacopo Piccininis’ il nostro condottiero viene  paragonato ( addirittura)  al vincitore di Zama. Roba da non credere. Roba da ridire. Ma tanto accadde. In  epoche lontane. E così via.

( PARTE IV)

La pace di Lodi del 1454, consolidando un temporaneo equilibrio strategico-politico, mette in crisi i capitani di ventura. Chi era arrivato al vertice, resta, ma chi aspirava deve rinunciarci. Sono le invasioni estere a far saltare il banco. Dall’Alpi alla Sicilia. E’ l’inizio della decadenza del paese più importante al Mondo. I sovrani stranieri non s’appoggiano più alle milizie locali, ma reclutano armate in proprio. Capaci di sferrare, al contrario delle altre sul mercato, attacchi micidiali, con armi micidiali. Le artiglierie formano il cuore delle armate di Carlo VIII, Luigi XII , Francesco I, Massimiliano I e Carlo V. Giungono sui campi le colubrine ( sessanta colpi al giorno) con tiro fin oltre due chilometri. E anche il falcone. E poi l’archibugio. Contro queste armi anche la corazza più robusta poco oppone.
I venturieri italiani devono (ri) cedere così il passo ai mercenari stranieri. Come i brutali Lanzichenecchi. Altro non resta, ai nostri, che arruolarsi con gli eserciti stranieri. Diventando, spesso, e nonostante gli ostacoli che dovevano superare, famosi. I loro nomi si ripetono ancora. Ma è vana gloria. Gli ultimi capitani di ventura arrivati (in precedenza ) ai vertici del potere si consumeranno mortalmente in rivalità comunali e familiari. Orsini, Colonna, Baglioni, Borgia e Della Rovere finiranno così per trovarsi su fronti contrapposti in fratricidi combattimenti. Il sangue del Belpaese colerà (ancora) a fiumi. Senza colpevoli, ma solo con tante vittime.

San Quintino di Lepanto,  in questo frangente, è  una fiammella di speranza, breve, e comunque  già parte d’un altra storia.

 

TIRIAMO LE SOMME. Abbiamo (man)tenuto sul ‘foglio‘ questa nostra mini inchiesta sul mercenariato perchè , quantunque possa sembrare riempitiva, in realtà vorrebbe che non  s’obliasse mai un ‘ male‘ ( purtroppo) cronico della nostra società. Cattolica, Riformata, Laica o  altro sia. O che pretende di essere. La verità di gente sempre disposta  a mettersi al soldo altrui non s’è esaurita di certo in alcune fasi storiche. Chi è disposto a vendersi ( sotto forme e modi diversi) c’è  e ci sarà sempre. Sotto mutate spoglie, magari, anche per darla meglio da bere ai soliti sprovveduti pronti a cascare nella rete.

Mercenariato evidente, oggi,  nello sport. Calcio e non soltanto. Vedere, ad esempio, squadre di atletica o nuoto ricolme di soggetti che hanno poco a che fare con quelle bandiere è uso ormai abituale. Vorrebbero farla passare per questo o quel nobile ideale, magari rivolto alla risoluzione degli atavici problemi  delle diversità nel Mondo, quando in realtà si tratta solo ( o semplicemente) di ( uno o più) interessi che vanno a coincidere: quello di colui che per prima imporsi  è pronto a vestire   i colori d’un’altra nazione, quello di colui che allarga le braccia al nuovo arrivato  per appiccicare qualche medaglia pregiata in più sul proprio medagliere.

Per queste ( ed altre più o meno evidenti) ragioni abbiamo cercato rinfrescare  la memoria con  qualche pagina di storia. Anche perchè le cose non sono mai del tutto semplici e definite.  Qualcuno dei  mercenari storici ( ad esempio)  trovò perfino la forza d’impadronirsi del territorio o della città  dove era stato chiamato per proteggerla. Dando vita a Signorie ( o altri Governi) che, tutto sommato, non son poi state la disgrazia del Belpaese.
Certo sarebbe davvero curioso se un soggetto come certo  Raiola da Nocera Inferiore,  ex pizzaiolo e al momento dominus incontrastato  di tanti veri o presunti campioni, si presentasse al botteghino della storia sportiva odierna per acquistare una società di calcio. Anche blasonata. E farsela tutta sua. Libri mastri e soggetti in carico, campo e spogliatoi, maglie e calzettoni, insomma tutto, dal capo ai piedi, ogni vivente e cosa  compresa. Come a suo tempo fecero, con le dovute differenze, è ovvio,  uno Sforza o un Malatesta o un Montefeltro. Dapprima al servizio altrui e poi padroni assoluti.

Che ridere, e  se fosse questo l’avvio del tanto vaticinato Rinascimento del nostro sport più amato?

I PIU’ CELEBRI CAPITANI DI VENTURA. I nomi (  italiani o italianizzati) di alcuni capitani di ventura sono rimasti scolpiti. Da quelli degli anticipatori del movimento, come Ruggiero da Flor ( 1268 ca/1305), Uguccione della Faggiola( 1240/1319), Castruccio Castracani ( 1281/1328) Cangrande della Scala( 1291/1329); a quelli dei primi, veri, grandi capitani di ventura, come Lodrisio Visconti( 1280/1364), Malatesta Guastafamiglia ( 1299/1372), Galeotto Malatesta ( 1305/1385). Tra i numerosi  ’ big’   di Tre/Quattrocento questi, in particolare, hanno acquisito fama duratura: Pandolfo Malatesta( 1369/1427), Muzio Attendolo Sforza( 1369/1424), Gattamelata ( 1370/1443), Francesco Sforza( 1401/1466), Federico II da Montefeltro ( 1422/1482).

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