Santarcangelo d/R. Una via cartolina in movimento. Dedicata al coraggioso sacerdote di Argenta.

Santarcangelo d/R. Una via cartolina in movimento. Dedicata al coraggioso sacerdote di Argenta.
Don Minzoni con veduta San Marino

SANTARCANGELO d/R. Via don Minzoni, è un tratto sempre frequentato della ‘vasca’ del centro storico, capace di gestire il quotidiano  affollamento  con le stesse modalità di altri centri romagnoli,  marchigiani, umbri e ( soprattutto) toscani. Una ‘vasca’ in cui si intrecciano momenti ‘abituali’ e momenti ‘straordinari’ della vita cittadina.
Di particolare c’è rispetto ad altre che, nel tempo,  ha cambiato diverse intestazioni, almeno fino a fine Ottocento. Una mappa del 1893 infatti già indicava in via Cavour   la  ininterrotta arteria urbana che con funzione decumana  ‘tagliava’   l’abitato da un capo all’altro della sua lunghezza.
Oggi, quella stessa via,  risulta ‘spezzata’ in due: via Cavour, dal Combarbio fin all’ex bar dell’Autista; e via Don Minzoni, dal Combarbio  al Portico. Le ragioni della scelta vanno ricercate nella volontà delle Amministrazioni che si sono succedute dal Dopoguerra al governo della Città. Volontà alimentata da una filosofia che aveva come obiettivo la convergenza antifascista delle diverse realtà politiche, culturali e religiose. Una volontà preziosa, dunque, tutta  da recuperare. Anche succintamente.
VOLONTA’ ANTIFASCISTA.  Nell’ultimo Dopoguerra le Amministrazioni  ( non a caso) intesero individuare  un ‘nucleo’ di vie dedicandole ad una serie di personaggi di varia estrazione politica e sociale, tutti accumunati dal destino di ‘vittime’ della dittatura fascista: Dante di Nanni, Rino Molari, Giacomo Matteotti, Adolfo Lauro De Bosis e, appunto, don Minzoni.

Cerchiamoli sui muri delle case. Partendo da via don Minzoni. Già, ma chi era don Minzoni?  Quanti oggi sono   a conoscenza della figura e dell’esempio lasciato dal coraggioso sacerdote di Argenta? Che ebbe vita breve, ma esemplare. Don Minzoni infatti  “cadde sotto il bastone fascista” il 23 agosto del 1923, a conclusione di un lungo e  feroce accanimento contro la sua persona. Le cui ragioni tentò di sondare  il senatore Carlo Torelli in una memorabile commemorazione tenuta ad Oleggio ( Novara) il 2 settembre 1973.

Torelli, in quella circostanza, citò Giuseppe Donati, antifascista e direttore de Il popolo, testimone indispensabile per una  prima fondamentale ‘contestualizzazione’ dell’accaduto. “ Diciamolo alto e forte – aveva  tuonato  Donati, nel 1924, un anno dopo la scomparsa del ‘martire’ ravennate - perché questa è la verità: colpendo lui, s’è  voluto colpire l’idea politica popolare; cioè quell’idea democratica cristiana, che egli sostenne ed onorò come sacerdote e come combattente”.
Ma per meglio collocare lo spessore religioso ed umano di don Minzoni sarà utile ampliare ulteriormente l’ excursus storico generale. Il 1923, infatti, si era aperto con il primo governo Mussolini; dopo che, nel dicembre dell’anno prima, don Sturzo aveva pronunciato a Torino il suo primo ‘j’accuse’ contro il Fascismo, in un clima – va ricordato ai più giovani – allora particolarmente scosso dall’uccisione di 22 operai per rappresaglia da parte fascista.

In quel periodo , il Partito Popolare, non potendo più contare su alcune testate cattoliche, aveva dato vita ad un suo giornale, Il popolo,  frutto del IV congresso di partito tenuto a Roma al teatro ‘Scribe’ nell’ aprile dello stesso anno.

Nel giugno 1923 si scatenò una violenta campagna di stampa contro don Sturzo, che temendo si volesse andare “oltre alle ( solite) minacce” rassegnò le dimissioni da segretario nazionale del Partito Popolare. Nel frattempo in Parlamento con voto contrario dei Popolari  passò la legge Acerbo ( che consentiva alla lista con il 25% dei voti di aggiudicarsi i due terzi  -  356 contro 178 – dei seggi disponibili alla Camera dei Deputati).
Fu allora che, spiegò il senatore Torelli, si scatenò “ un’ ondata di violenze contro sedi di partito, circoli cattolici, irruzioni e saccheggi oltre a violenze personali in ogni parte d’Italia”. In questo clima maturò il delitto contro don Minzoni seguito, quattro mesi dopo, dal rapimento e dall’uccisione di Giacomo Matteotti.

Giovanni Minzoni, era nato a Ravenna il 29 giugno del 1885 da  Pietro e Giuseppina Gulmanelli. Il padre era proprietario della locanda del Cappello.
Don Minzoni, fin  dalla prima giovinezza, aveva avvertito una chiara attrazione verso il   sacerdozio   ( soprattutto) concepito “ come vita di sacrificio per la salvezza delle anime”.
Don Minzoni venne consacrato sacerdote dall’arcivescovo Morganti, e celebrò la sua prima messa il 10 settembre del 1909 nella chiesa di S. Domenico, della parrocchia di famiglia.
Nello stesso tempo non tralasciò d’arricchire la sua cultura tanto che, negli anni 1912/1914,  frequentò  corsi accelerati della Scuola Sociale di Bergamo, conseguendo a pieni voti la laurea. Avvertì, al contempo, l’urgente necessità di educare ai valori cristiani le nuove generazioni di  una città teatro di agitazioni e conflitti operai.

“L’opera di scristianizzazione compiuta dal socialismo – suggerivano gli ambienti religiosi – era stata grave; bisognava dunque non attardarsi ulteriormente e ‘trarre in salvo’ specialmente i giovani e i fanciulli”. Ed è proprio a questi che si dedicò fin dai primi passi del suo sacerdozio don Minzoni. Il quale, il  29 gennaio 1916, essendo scomparso l’arciprete Bezzi, venne nominato suo successore con votazione plebiscitaria dei capi famiglia aventi diritto all’elezione. Con grande soddisfazione di tutti. Tuttavia don Minzoni non poté prendere possesso immediato della parrocchia, poiché con lo scoppio della guerra, non volendo sottrarsi ai propri doveri civili, si arruolò  nell’esercito,  con nomina a cappellano militare dei reparti di prima linea.
In guerra don Minzoni si rese protagonista di gesti significativi. Uno lo testimoniò, durante la commemorazione del 1973, il senatore Torelli. Questo: “ Un oscuro fante del Veneto mi comunicò su cartolina d’avere conosciuto don Minzoni nel vallone della Brestovizza. L’uomo, ferito, s’era accasciato tra i morti. Aveva 19 anni, si sentiva perso. Ad un tratto, ecco comparire don Giovanni, cappellano del reggimento, che con grande coraggio e incredibile sicurezza lo trasse di là, fuor dal pericolo, ponendolo in salvo”.

L’ESEMPIO E IL MARTIRIO. Congedato dal fronte, don Minzoni avviò ad Argenta numerose iniziative, tipo: un ricreatorio per i giovani, un circolo per adulti, una biblioteca, un cinematografo, una maglieria per fanciulle e un gruppo di Giovani esploratori. Un attento impegno nel ‘sociale’ , dunque, il suo, che lo rese però ( molto rapidamente) un ‘prete scomodo’.
Quanto prima ‘segnalato’ dal nascente regime. La situazione precipitò in una calda sera d’agosto, più o meno intorno alle dieci, mentre egli rientrava alla canonica lungo una via deserta  in compagnia di un giovane. Delle forti bastonate ( e non due colpi di pistola, secondo una versione non confermata)  lo colpirono alla testa. Lui s’accasciò di schianto, mentre il venticinquenne che l’accompagnava venne ferito  non gravemente.

Giusto per testimoniare che “don Giovanni, in quel momento estremo, non ebbe tempo di proferire parola”.
Del resto, di parole ogni volta coniugate ai fatti, il sacerdote argentano ne aveva sparse tante. Tra la sua gente. Con consapevolezza. Nel suo breve tempo di vita. Una frase, di lui, tra le altre,  rimasta nell’immaginario collettivo è questa. Profetica, da trattenere: “ Signore - aveva scritto  nel testamento redatto alla partenza per il fronte – fa che io sia un Tuo degno sacerdote, non solo sull’altare,  ma nella vita e nel sacrificio di me stesso”.

Leggere (questo ed altro ) su una targhetta stradale, chiaramente, non è ( neppure) immaginabile. Bastino però questi pochi accenni, che potrebbero tornare ‘utili’ quando ( anche casualmente)  si dovesse transitare per via Don Minzoni.  Dove su una minuscola targa si trova accennato uno di quei contributi d’umanità che hanno fatto storia. La nostra storia. Per il resto, si sa,  la vita scorre, trasforma, innova. Via don Minzoni, in tal senso, ne è un po’ una metafora perenne. Con i suoi negozi,  uffici,  bar e la gente, tanta gente, che la prende d’assalto preferibilmente di sera e nei giorni di festa. Qualcuno dei Comuni limitrofi la invidia. Amabilmente.
Per il suo continuo richiamo. E anche per le sue inesauribili ‘cartoline’,  che da abile vedutista offre all’intersecarsi del Combarbio con la Scalinata e il suo ‘fondale’; oppure come quelle altre che, sempre  gratuite, una dopo l’altra, consente di godere solo posizionandosi  ad una apertura della via dove ( soprattutto) nei giorni di luce immancabile  riappare sullo sfondo “l’azzurra vision di San Marino”.

 

Roberto Vannoni

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