Personaggi. Federico Moroni, santarcangiolese, maestro del colore della Romagna del Dopoguerra.

Personaggi. Federico Moroni, santarcangiolese, maestro del colore della Romagna del Dopoguerra.
Jole di Moroni

SANTARCANGELO DI ROMAGNA. Federico Moroni, santarcangiolese, è un maestro del colore della Romagna del Dopoguerra. Un artista (inizialmente) attratto dal neorealismo, trascorso poi con sofferenza,  e ( in seguito)  arricchito da numerosi altri interessi: verso Kafka, ad esempio, per la parte letteraria; ma anche verso i ragazzi del Portonaccio, per la parte pittorica, con i  De Pisis, Morandi, Vespignani; e, andando a ritroso nel tempo, verso il concittadino Guido Cagnacci, capace ( per lui)  come pochi altri di dipingere con magistrale  naturalezza “ fiori a cespo entro il collo del fiascone scocciato e spagliato”.
Sul personaggio Moroni s’è cimentato  con grande acume Luca Cesari, che è anche l’autore della prefazione di ‘Ricordi e amnesie’, un testo poco noto al pubblico, uscito nel maggio 1999, ma indispensabile per una approfondita conoscenza dell’artista  santarcangiolese.
In ‘Ricordi e amnesie’, avverte Luca Cesari,  Moroni  “ha tirato fuori di dentro”  tutto quello che, nella vita, gli è stato più caro: da Armstrong allo spiritello Gni, al giardino di Bob. Affetti capaci di raccontare “ in modo giocondo ed arguto, la sua amicizia per gli uomini e per gli oggetti”. Il tutto tramite episodi, aneddoti, boutades, confessioni, ritratti.
Di Gni, Federico Moroni sentì parlare per la prima volta in un dolce settembre a Pietra dell’Uso, dove, ventenne, era stato chiamato a far parte della commissione per gli esami di licenza elementare. A Pietra, con gli esami che sarebbero durati  qualche giorno, chiese ospitalità al parroco don Palpacelli.

Federico, durante la prima notte, dormì senza problema alcuno, mentre nella seconda restò sconvolto da qualcosa di inspiegabile che lo spaventò non poco.  Confessò cosa stava accadendo a don Palpacelli, che non esitò a confidargli  la storia di un beffardo spiritello che s’era insediato nella  abitazione disturbandone, ad ogni piè sospinto, la quotidianità. Lo spiritello rispondeva al nome di Gni. Il suo modo imprevedibile d’interferire inquietò Moroni. Che infatti non evitò di porsi al suo ascolto.
Una voce dentro di me – riferì Moroni-  ripeteva che per essere amico di Gni avrei dovuto andare a vivere in un luogo senza spazio né tempo. In pratica, fra i trapassati, e dunque nell’altra vita”. Il sacrificio richiesto dunque era grosso, troppo grosso, per cui a Moroni non restò altro che trovare tutta la forza possibile per rispondergli: ” Arrivederci, caro Gni, ma il più tardi possibile!”.

Di  inediti e curiosi ‘squarci’  personali è ricca la biografia di Moroni. Partendo dall’infanzia.

Sui sei/sette anni, di domenica mattina, la madre era solita a portarlo dalla nonna. Federico ( in quelle circostanze) sfoggiava ( abitualmente) un abito blu alla marinara, con bottoni dorati.
Che non amava particolarmente. Anche perché fosse stato per lui sarebbe rimasto ogni volta a trastullarsi con i coetanei, senza sentirsi addosso l’impegnativo abitino: ma tanto voleva la mamma, che non restava altro che obbedirle.
Una volta però accade un imprevisto. In prossimità di via Saffi, allora in salita e ciottolosa,  avvertì il suono in avvicinamento d’una banda. Federico avrebbe voluto correrle incontro.
La madre ( ancora una volta) s’oppose. E lui, per protesta, piangendo, si gettò a terra stracciando perfino l’abito della festa. La madre, visto come si sarebbe andato  a conciare, rinunciò a portarlo dalla nonna, ma facendogli pagare  un caro prezzo. “ Per i miei capricci – confidò infatti Moroni – dovetti trascorrere il resto della giornata in una desolata e dolorosa solitudine interiore”.

In quel tempo circolava in paese  un certo Ceracola, rivestito da un lungo pastrano giallastro che lo copriva fin ai piedi. Lo s’incontrava ( in particolare) per le vie del borgo durate le fiere ( fitte ed affollate) che si svolgevano allora a Santarcangelo.
A Ceracola era  affidato il compito di richiamare, tramite il suono d’una lustra trombettina d’ottone, l’attenzione dei passanti sull’ottimo vino che si mesceva nelle (favolose) cantine ( cantòini)  ‘Brudett’, ‘Pitrett’ e ‘m’I tri Becch’.
All’ingresso segnalate “ da una verde frasca che ombreggiava la botte panciuta con la cannella stillante gocce di nettare color rubino dentro un bianco e obeso boccale, che portava scritto sul ventre: 2 litri…”.
Il nonno dell’artista era un bravo mediatore della vendita del vino e capitava (spesso) di vederlo tornare a casa un poco ‘alticcio’.
La madre, per sdrammatizzare davanti ai ragazzi, lo scherniva: “ Federico! A si dvent piò bas?”. E lui, di rimando: ” E quest che zcours el ?”.
Il nonno, di cui Moroni portò sempre con orgoglio il  nome, se ne andò quando il futuro artista era ancora molto piccolo, lasciandogli dentro un gran vuoto. Dolcissimo. Mai trascurato.
Di lui – ricorderà l’artista- porto ancora in me il ricordo vivo dei suoi baffoni che, nel sonno, mi sfioravano la fronte”.

Sempre in ‘Ricordi e amnesie’, nel racconto ‘La voìpa’ emerge la memoria di un certo ‘Cicarèli’, che faceva il calzolaio,  lavoro allora  tanto redditizio da consentire di mettere a cena per la famiglia solo ‘ un pogn d’luvoin e do’smenti’. La bottega di ‘Cicarèli’, vedeva un via vai continuo di gente. La più parte  “per andare a chiacchierare, fumare e fare a gara nel raccontare i fatti più originali, divertendo e divertendosi”.

 

Moroni, scoprì che tra gli avventori ce n’erano alcuni che sbarcavano il lunario con il contrabbando di sigarette: costoro, infatti, raggiungevano  il Marecchia per poi guadarlo  all’altezza della repubblica di San Marino. Nella Repubblica acquistavano sigari a basso prezzo  da rivendere poi in Riviera o nell’Entroterra,  ovviamente, con il dovuto ricarico.
Nei ricordi giovanili di Moroni qualcuno è dedicato a Mariauna donna di bassa statura e gambe robuste, il viso rotondo, liscio, incorniciato da capelli bruni raccolti a crocchia dietro il capo” ; qualche altro  a personaggi come ‘Fin d’Lessi’ ovvero ‘Giovinezza’, che se ne andava in giro per il paese “ bello azzimato come un figurino”. E ancora: al signor ‘Bègia’, padrone d’un cavallo che teneva in una stalla (  trasformata in ripostiglio zeppo di cose inutili) in grado di dargli  da vivere  come fiacre; e (anche ) a Edoardo, suo vicino di casa, commerciante di legna e carbone, intento a passare il giorno in un magazzino “pieno di sacchi, mucchi di carbone e cataste di legna di varia pezzatura”.

Moroni non ha mai dimenticato la vita in tempo di guerra  dentro le grotte  distribuite per chilometri nel ventre tufaceo del Colle; e così le visite fatte a Bologna, la domenica mattina, all’improvvisa, al ‘venerato maestro’ Morandi;   o quel  ‘Pipaza’, sbrindellato ciclista con indosso “ un berretto guercio e un maglione sdrucito, corto e slabbrato, con su scritto: ‘Ganna’; e (perfino) il celebre musicista americano Armstrong, che vide ( dal vivo) per la prima volta  dopo il concerto che ‘ Big Sathcmo’ tenne al ‘Lion Club’ di New York, forse nel 1953.
Vivido è anche il ricordo  di uno stravagante “raccoglitore di robe vecchie che girava per le case delle colline di Verucchio”. All’uomo capitarono, un giorno, “tre meccanismi di orologi a pendolo: uno da sotto una legnaia e il terzo dal cortile d’un minuscolo monastero dove era stato lasciato in gioco ai bambini”.

Tempi diversi. Coloriti personaggi. Fascinosi oggetti. Tante cose. Che (solo) a ricomporli consentono di ‘ vedere (ri)apparire’, come d’incanto,  il variegato e sorprendente universo al quale ha attinto questo singolare maestro del colore di Santarcangelo. Animato da una tensione creativa senza fine. Tra scritti e opere grafiche e pittoriche. Ma anche tra esperienze artistico- pedagogiche come quella realizzata per un decennio alla scuola del Bornaccino. (1)

Tutt’al più, ci si  potrà  chiedere se le ‘testimonianze scritte’ raccolte in  ‘Ricordi e amnesie’ abbiano lo stesso ‘sapore’ e ‘contenuto’ dei ‘quadri’ o ( se si vuole) dei ‘disegni’ di Moroni. “ Forse no – ammette Luca Cesari -, benché siffatti ricordi (scritti) aprano come un vento improvviso le finestre delle sue umane cordialità e corrispondenze”.

 

 

(1)     Nel ’58, mentre la rivista americana Life gli dedica dodici pagine centrali, a Roma il Ministro dell’Istruzione dirama una inchiesta fra gli specialisti delle attività creative del fanciullo. Con un questionario di quindici domande. Moroni le trova sbagliate. Le corregge, e manda le sue risposte, che in realtà non son altro che quindici relazioni. Fra i venticinque partecipanti viene scelto e classificato al primo posto. Ed è così che la  singolare esperienza alla scuola del Bornaccino comincia a circolare. Ad essere conosciuta. Ad essere apprezzata. In Italia e all’Estero.

Merito anche del testo Arte per nulla, dato alle stampe da Moroni nel ’64. Dal quale attingere un eterno e straordinario ‘zibaldone’, tutto “ balenante d’immagini e di trovate, quadri e quadretti, vere e proprie trasposizioni per iscritto delle sue tele”.
Dove continua a zampillare appieno come a fonte di sorgente lo ‘strampalato’ mondo di Federico Moroni. Con i suoi rottami, le sue ferraglie, i cocci di bottiglia, i panni stesi ad asciugare, le giostre, le fiere, i cortili, il manifesto stinto del Circo, le corse ciclistiche e gli ex Voto dei pittori. Il tutto integrato da osservazioni, riflessioni, intuizioni sul mestiere di pittore, sul significato dei colori, sul gioco della linea e della forma. “ Maestro lui, in tutto questo  – sottoscrive in prefazione Lionello Fiumi -, per la gioia nostra, e non più, o non solo, nel significato di quello della oscura e memorabile Scuola di Severino”.

 

 

 

 

 

 

 

 

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