Personaggi. Una via dedicata al martire Rino Molari, fucilato nel 1945 a Fossoli dai nazifascisti.

Personaggi. Una via dedicata al martire Rino Molari, fucilato nel 1945 a Fossoli dai nazifascisti.
Sant Fontana e via Molari

SANTARCANGELO d/R. Del ‘manipolo’ di antifascisti scelti dagli amministratori clementini per ‘celebrare’ anche attraverso i muri delle case i valori della democrazia e della libertà riconquistate non resta che Rino Molari, l’unico di nascita santarcangiolese tra quelli prescelti.
A lui, l’Amministrazione dedicò una via ‘breve’, ma di ‘grande snodo’, perché fondamentale nel collegare piazza Ganganelli con il Combarbio sul quale convergono da direzioni diverse via don Minzoni e via Cavour, via Matteotti e la scenografica via della Scalinata.  Un’arteria centrale, dunque,  com’è centrale la figura del Professore nel contesto politico-ideologico e  culturale-umano dell’antifascismo cittadino e romagnolo.
Rino Molari nasce il 9 maggio del 1911, presso l’antica Pieve di Santarcangelo. Un tempio in cui la non casuale stratificazione  delle  pietre racconta di transiti remoti; e dove i contorti pini ad alto fusto che la proteggono,  a ridosso del mese di maggio, si affollano di nidi e canti d’uccelli.
I  genitori, Maria Tito e Cecilia Ricci, custodi della Pieve, sono dediti al lavoro dei campi. A lui, terzo ed ultimo maschio, essi assegnano  il nome del nonno paterno. Dall’ ambiente di famiglia – che aveva coltivato  una radice ‘sovversiva’  con il nonno paterno, carbonaro ed  esule a Londra per decenni-  Rino Molari respira i valori del lavoro e  dell’impegno civile, senza indulgimenti verso  ‘trasformismi’  e  ‘ammiccamenti’  nei confronti d’ogni ‘ingerenza politica’; qualità, queste, chiaramente evidenti in lui, fin da giovane, e in particolare dal momento in cui le  squadre fasciste prendono a spadroneggiare in paese e nel territorio.

Dopo avere frequentato le elementari a Santarcangelo con il maestro De Girolami, prosegue gli studi presso il seminario vescovile di Rimini dove, nell’autunno del 1923, inizia il ginnasio; passando, poi, alla fine del 1928, al seminario regionale di Bologna, dove frequenta il liceo ed inizia i corsi di Teologia. Rino vorrebbe  trasferirsi alla ‘Gregoriana’, ma per la famiglia l’onere economico è eccessivo per cui  deve rassegnarsi di  restare a Bologna.

Nel 1933, al secondo anno, esce dal seminario e si iscrive alla facoltà di Lettere dell’ateneo bolognese dove (ri)trova cari amici, alcuni dei quali (il futuro senatore Gino Zannini e il professor Carlo Bizzochi ) ‘fuorusciti’ quanto lui dal seminario.  Rino frequenta, inoltre, i circoli dell’Azione Cattolica e della Fuci.
Nel 1936/1937 si laurea (aiutato anche dal Bizzochi visto che ‘ essendo un po’stonato, necessitava di un qualche aiuto a cogliere la differenza di certi dittonghi’ ) in Glottologia, con la tesi ‘I dialetti di Santarcangelo e della vallata del Marecchia a monte di Sant’Arcangelo, ora depositata presso la Biblioteca comunale.
Insomma: è una gioventù, la sua, tutta studio, scuola ( nel 1942 ottiene la cattedra alla Magistrale di Nuoro e successivamente un incarico alle Medie di Riccione), esperienze religiose e  sociali, intercalata dall’hobby  per la caccia, ereditata dal padre. Fra il ’41 e il ’42, pur esonerato dal servizio militare per problemi alla vista, è chiamato alle armi e assegnato ai servizi sanitari presso l’ospedale militare dell’Abbadia, a Bologna. Il lunedì di Pasqua del 1942, durante una licenza dal servizio, sposa  Eva Manenti, conosciuta a Novafeltria, insegnante elementare e figlia del tecnico comunale.

Il 7 marzo del 1943 nasce  Gabriele, così chiamato in omaggio al suo ‘maestro’ d’università, il professor Gabriele Goidanich. Ma è da questo periodo in avanti che la sua vita, al pari di quella di milioni di Italiani, viene travolta da vicende storiche e sociali di eccezionale portata.
Dopo l’8 settembre 1943, mentre l’esercito si dissolve e nasce la Resistenza o Guerra partigiana,  nel Nord Italia s’insedia la Repubblica sociale italiana; mentre un po’ dovunque, e anche in Romagna, cominciano a manifestarsi moti   popolari contro il regime fascista. In questa fase si riorganizzano anche i partiti. Mentre si inasprisce la guerra civile.

 Molari completa qui la sua ‘vocazione politica’  e aderisce alla Democrazia cristiana. In quel periodo ( soggiornando presso la pensione Alba ) insegna a Riccione, dove incontra la Resistenza della Valconca  che gli consente di conoscere ( tra gli altri )  l’ex segretario del Partito Popolare Giuseppe Babbi monsignor Giovanni Montali, nativo di Santarcangelo ma riccionese di apostolato,  sacerdote di grande spessore e ( a suo tempo)  seguace dello ‘scomodo’  don Romolo Murri,  fondatore della Democrazia cristiana.
Molari stabilisce,  in quegli anni, un solido legame anche con monsignor Montali, ‘uno dei maggiori rappresentanti di quella corrente innovatrice che aveva attraversato il clero romagnolo all’inizio del Novecento’.

Il Professore clementino si mostra inoltre straordinariamente aperto al confronto con esponenti d’altre culture, come Gianni Quondamatteo ( col quale, unitamente a monsignor Montali, condivide la passione per il dialetto e la caccia), alla costante ricerca com’è di punti di collaborazione ideologica e politica per riunire davanti alla drammaticità del momento.

Nel frattempo i tedeschi,  per puntellare la Repubblica sociale, e non perdere il controllo della Penisola,  scendono in forze dai valichi alpini. Sono questi i giorni convulsi che trasformano in anticamera del martirio la sorte del professor Molari. Il quale, continua nell’impegno di accrescere i contatti con gli antifascisti locali. In solitaria, poi, solitamente in bici e talvolta  travestito da prete, inizia a distribuire materiale di  stampa clandestino.
Il suo contributo inoltre è decisivo nella fondazione di  alcuni CLN a SantarcangeloComuni limitrofi; anche per trovare un  adeguato rifugio a ricercati politici e razziali. Il Professore, tra gli altri, ha allacciato contatti con il colonnello Tolloy, forlivese, e  le formazioni partigiane di montagna, al punto da venire poi indicato ‘ membro non combattente’  della VIII  Brigata Garibaldi. E’ tramite questi canali che viene a conoscenza dell’eccidio di Fragheto. La sua, dunque, è una presenza che comincia ad essere notata dalla pubblica sicurezza fascista. All’amico Americo Matassoni confida infatti di ‘sentirsi in pericolo’ e di ‘ essere spesso seguito da sconosciuti’.

Matassoni il giorno prima dell’arresto gli offre di restare nella sua casa, a Savignano; ma Rino, poco prima della mezzanotte, inforca la bici e “attraversando da solo orti e giardini”  raggiunge infine la casa dei genitori, a Santarcangelo”. Sono queste le ultime ore di libertà. Perché,  in rapida successione  scattano l’arresto ( a Riccione), la detenzione e perfino ( si dice) la tortura. Ma il Professore  non ‘parla’, non ‘tradisce’  amici ed organizzazioni. La rabbia degli antagonisti monta.
Negli stessi giorni  i nazifascisti completano una pesante offensiva in montagna contro l’VIII Garibaldi, con l’attivazione di vaste retate in pianura. Raccontano che, prima dell’arresto, Molari fosse riuscito a consegnare  all’amico Alfonso Giorgetti ( rappresentante Dc nel CLN di Santarcangelo) qualche pacco di volantini, passati, poi, almeno  in parte,  anche a Tonino Guerra; dicono altresì che ad avere reso possibile  arresto ci sia stata la ‘soffiata’ di un collaborazionista
( di cui Rino ha avuto la sventura di fidarsi) arruolato nella milizia repubblichina e noto con il nome di capitano Rossi.  Subito dopo l’arresto Molari resta per una notte intera nella caserma di Santarcangelo. Successivamente viene trasferito a San Giovanni in Monte, a Bologna, nel famigerato carcere gestito dalle SS.

L’arresto di Molari lascia molti nello stupore, padre compreso, che nulla aveva mai sospettato della sua attività clandestina. La moglie Eva, anche lei all’oscuro, nonostante i rischi, va a trovarlo in carcere. Lui la rasserena dicendole “di stare tranquilla, perché non ha commesso nulla di grave”. Alcuni tentativi da parte partigiana, tra maggio e giugno del 1944, per ‘strapparlo’ al carcere vanno  però a vuoto. Da Bologna Molari è quindi condotto a Fossoli.

La sera dell’ 11 luglio un gruppo di 71 internati viene avviati alla baracca numero 11. All’alba del giorno seguente, dopo essere stati invitati a scrivere lettere ai famigliari, i reclusi vengono fatti salire su degli autocarri. Che invece di dirigersi a Verona ripiegano verso Carpi. Sono tre/quattro chilometri appena, poi,  i camion si arrestano in un luogo abbastanza vicino all’abitato di  Fossoli (1).

I 71 detenuti vengono fatti entrare all’interno d’un cadente edificio isolato, il vecchio tiro a segno di Cibeno, dove li attende una fossa lunga e stretta scavata di fresco. L’interprete del Campo  completa la ‘farsa’ leggendo la condanna a morte per rappresaglia e, alle cinque, i prigionieri vengono tutti passati per le armi (2). Qualcuno si dice in coppia, molti altri con raffiche di mitra e colpi alla nuca (3). Il 17/18 maggio del 1945 le salme vengono riesumate per il riconoscimento. I resti risultano ammucchiati, l’uno accanto all’altro, con qualche spalettata di terra a copertura per ogni strato di cadaveri.
Al professor Molari  tocca d’essere riconosciuto dalla moglie Eva e dal fratello Attilio grazie ad una maglia, un orologio, alcune banconote e, più d’ogni altra cosa, da una foto del piccolo Gabriele.
Di questi intrecci personali sviluppati dentro la grande storia, al contempo lontani e vicini, Gabriele, probabilmente, ne è venuto a conoscenza in età matura. Facile  è   immaginare che li abbia ascoltati affranto, bagnando di dolore l’abituale sguardo chiaro e fermo, straordinariamente simile a quello del padre. Sguardi, l’uno e l’altro,  privi d’ombre. Sguardi, l’uno e l’altro,  rivelatori di grande spiritualità e umanità.

Convincenti. Ammirevoli. Capaci di accendere  nel modo più credibile ed appassionato la più profonda avversione contro ogni  forma di  ‘prevaricazione’, ‘ingiustizia’ e  ‘barbarie’.

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