Grande e piccola storia. Religiosi romagnoli a Roma all’epoca di Clemente XIV. La ‘fine’ dei Gesuiti.

Grande e piccola storia. Religiosi romagnoli a Roma all’epoca di Clemente XIV. La ‘fine’ dei Gesuiti.
Piazza Ganganelli 07

SANTARCANGELO d/RSulla ariosa piazza Ganganelli  poco o nulla c’è da dire o da aggiornare. Semmai questa può essere l’occasione per completare un prezioso  ‘ recupero storico-culturale’  già avviato, qualche numero fa, su questo giornale,  con   Planco, Ruggeri e Amaduzzi.
Alle loro persone, tramite una valutazione complessiva, il comune di Santarcangelo ha dedicato nel ( primo ?) Dopoguerra qualche sua strada o vicolo. Che durante l’ abituale quotidianità appena si sfiorano, evitando così d’approfondire le ragioni ( non gratuite) di quelle onorifiche attribuzioni. Per certi aspetti ( ancor oggi) molto significative. Tra l’altro legate tutte da una comune trama.
Intanto, spiegare perché la piazza centrale di Santarcangelo,  da alcuni secoli ‘cuore’  palpitante della città,  sia stato titolata ad un papa dalle origini locali, nella specie Clemente XIV, è cosa abbastanza agevole. Un papa è un papa, si sa, soprattutto in un ambito locale. Anche se, a dirla tutta, ci sono papi e papi. Visto che ognuno di loro, a seconda della durata ed intensità del proprio ‘regno’, ha lasciato ‘tracce’ più o meno profonde. Più o meno celebrative. Quelle attribuibili a papa Ganganelli, ad esempio, non si segnalano di certo per la loro ‘normalità’, viste  le rivoluzionarie decisioni da lui assunte in un contesto storico- sociale e religioso ( allora) movimentato.

“Giovanni Vincenzo Antonio Ganganelli , nato il 31 ottobre 1705 a Santarcangelo di Romagna, da Lorenzo Ganganelli, medico condotto, e Angela Serafina della famiglia Macci o Mazza di Montecerignone” scrive Massimo Moretti in ’ Clemente XIV Ganganelli ( Maggioli editore), restò orfano di padre abbastanza presto, esattamente nel 1708. La perdita del capofamiglia costrinse la famiglia a numerosi spostamenti: dapprima a Santarcangelo, appunto, e in seguito a  Montegridolfo, Montecerignone e  Verucchio.
Dopo la morte nel 1715 del primogenito Tommaso, Giovanni Vincenzo Antonio si trasferì a Rimini per iniziare ‘il suo corso di studi presso il collegio dei Gesuiti’. Che abbandonò però nel 1720, passando nelle scuole degli Scolopi di Urbino. Il 16 maggio 1723, Giovanni Vincenzo Antonio matura definitivamente la sua vocazione religiosa abbracciando l’ordine francescano, con il nome ( assunto dal padre) di Lorenzo.Nel 1729,  frate Lorenzo approdò a Roma.

Dove, nonostante il coinvolgimento indiretto in un grave episodio  di cronaca occorso ad un suo cugino, fece rapidamente carriera: lettore di Filosofia presso il convento S.Francesco di Ascoli, reggente di Teologia a Osimo, lettore di Filosofia a Bologna, e altro ancora,  da un capo all’altro dello Stato pontificio. Un curriculum dunque intenso e prestigioso, il suo, che toccò l’apice nel 1759 con l’attribuzione della porpora cardinalizia.

Divenne, quindi, consultore del Santo Uffizio. A questo punto una circostanza allora ‘molto delicata e controversa’ di ampia risonanza lo collocò in  posizione rilevante:  il  (tanto) discusso ‘votum’ , infatti, da lui espresso in favore di alcuni ebrei polacchi accusati senza fondamento di omicidio rituale ai danni di fanciulli cristiani, gli consentì di diventare un protagonista nella lotta all’antisemitismo.
Come francescano il religioso Ganganelli coltivò sempre una particolare devozione per l’Immacolata Concezione. Il cui culto cercò di ampliare costantemente, per quanto poteva, e non solo in Italia.  Tra le sue spese da cardinale quelle maggiori riguardarono gli oggetti d’arte e, fatto curioso, l’acquisto di cioccolata, allora molto apprezzata come ‘dono diplomatico’. Quando iniziò il lungo conclave che ( nel 1769) lo condusse sulla cattedra di San Pietro,  Ganganelli poteva già vantare una considerevole notorietà, grazie alle sue numerose dissertazioni e iniziative, oltre che alla sua ‘umanità’, alla sua ‘cultura’ e ( soprattutto) alla sua ( più o meno frenetica e acuta )  ‘disponibilità’   nel  allacciare buoni rapporti tra Chiesa e  Corti europee che, allora, stavano chiedendo  all’unisono la soppressione della Compagnia di Gesù.

Ed è  in questi anni che ‘ s’accende’  la  ‘controversia’ tra papa Ganganelli e  i Gesuiti.E non soltanto. Perché quella controversia accumunò a  vario titolo anche altri eminenti religiosi romagnoli presenti, in quel tempo, presso la curia romana. Come Planco, Ruggeri, Amaduzzi, appunto, di cui abbiamo trattato, e che per le idee e le innovative posizioni espresse ‘ convinsero’ le Amministrazioni  santarcangiolesi del secondo Dopoguerra a dedicar loro,  con valutazione ‘storica-ideologica’ condivisa, alcune  arterie cittadine. In effetti, in quel settecentesco lasso di storia,  erano idee ‘ illuminate’ e ‘ progressive’ ad unire i religiosi romagnoli in servizio a Roma. Anche grazie alla protezione in un personaggio di grande spessore come il cardinale Ganganelli, poi divenuto Papa.

Il contrasto con i gesuiti accumuna i ‘romagnoli’. Non senza ricadute negative. E dolorose.  Amaduzzi, ad esempio, fu costretto “a ritirarsi tra i suoi 4mila volumi”; Ruggeri invece si suicidò ritenendo d’essere perseguitato; mentre lo stesso Ganganelli non visse anni facili di pontificato, soprattutto dopo la soppressione ( 21 luglio 1773)  della Compagnia di Gesù. Alla sua morte, anticipata da sinistre profezie, avvenuta il 22 settembre 1774, si diffuse infatti la (tuttora)  radicata ‘leggenda nera’ sul suo ‘possibile’ avvelenamento da tanti attribuito proprio  ai seguaci di Ignazio di Lojola.

Ma papa Ganganelli fu avvelenato o no? E se sì, quali prove ci sono, a distanza di molti anni?

Quando papa Ganganelli morì non c’era, al suo capezzale, (neppure ) quel Giovanni Bianchi ( alias Iano Planco) che era stato il suo antico maestro e che, il santarcangiolese, aveva ampiamente ripagato nominandolo ‘Archiatra pontificio onorario’. La morte sollevò sospetti. Tra  tanti altri sospetti.
E molte domande. Alle quali Planco ( parzialmente) rispose scusandosi dicendo che ‘della sorte del Pontefice era rimasto all’oscuro fin dall’inizio, visto che sulla sua (improvvisa) malattia non era stato consultato da alcuno’. Certo appare che la  rapida fine del  papa santarcangiolese venne affidata a medici  incapaci se non addirittura dannosi, con i noti risultati finali.

Zefirino Gambetti ( 1803/1871) sugli ultimi giorni di vita di papa Ganganelli raccolse fra numerose altre carte tre copie manoscritte di una dettagliata relazione sulla malattia del Pontefice. Che si può così sintetizzare.  Ganganelli, “che era di una complessione robusta e ( che) soltanto pativa di alcuni flati ipocondriaci”, avvertì le prime avvisaglie del male già nel marzo del 1774.

In quei giorni, Clemente XIV avvertì  “una commozione al petto, stomaco e ventre, come d’un gran freddo interno”.  Il 10 settembre gli comparve la febbre, preceduta da una “specie di svenimento”. Poi tutto sembrò ( miracolosamente) riassestarsi, almeno fino al 19, quando ricomparvero  nuove puntate febbrili che i medici si ostinavano a trattare con inutili salassi. Questa volta, però, la condizione di papa Clemente XIV  precipitò velocemente verso il peggio. Infatti “verso le ore 13 ( ovvero le otto del mattino) delli 22 settembre il Pontefice aveva già reso  l’anima al suo Creatore”.

Ventiquattro ore dopo il corpo del defunto venne sottoposto ad autopsia che mise in luce come stomaco ed intestino fossero ‘pieni d’umore acre, e passati in cancrena’. La mattina del 24, poi, a meno d’un giorno dall’imbalsamazione, il cadavere del Papa – documenta Stefano De Carolis- iniziò a presentare i segni di una rapida quanto raccapricciante trasformazione, quali “ il colore livido e nero del cadavere, delle unghie, il distacco di esse e de’capelli”. Segni inequivocabili,  pensò, di un avvelenamento.
Tesi che trovò ampia diffusione, non da tutti condivisa. Alcuni attribuirono infatti il decesso “soltanto ad una cagione interna”, orientandosi quindi verso “una forma tumorale intestinale”. Da allora, l’ipotesi scientificamente più sostenuta, rimane questa: “Carcinoma gastrico, mentre l’evento terminale andrebbe imputato ad un processo infiammatorio polmonare”.
Ipotesi, però,  che non escluse dubbi e domande: se papa Ganganelli non è stato avvelenato  – si chiesero i contemporanei-  perché il cadavere si sarebbe decomposto tanto rapidamente?

Il dottor Saliceti  nel febbraio del 1769, con un pizzico di buon senso, cercò di dipanare il mistero: “ In quei giorni il caldo a Roma era grande e soffiava lo Scirocco, il quale tanto influisce a produrre e moltiplicare velocemente le corruttele”. Da allora, non è stato aggiunto altro di significativo per far completa luce sulla fine di papa Clemente XIV.Anche perché ( al di là delle note di cronaca ) ad avere catturato grande attenzione sul personaggio sono stati il comportamento e le idee espresse da lui e dalla ( ristretta) cerchia di ‘amici’ romagnoli, a conservare una loro ( innovativa ) attualità.

Dell’aspro ‘scontro’ che ‘inquietò’ la Chiesa universale nella seconda metà del Settecento sono giunti ‘strascichi’ e ‘ ombre’ fin ai giorni nostri. Basta andare a scovarli, per soffermarsi. E coglierne lo spirito. Lo stimolo. L’indirizzo. Per molti versi ancora in grado di farci discutere. E per scoprire che  anche in una comunità  (apparentemente) ai margini della grande storia, in realtà,  quel suo soffio s’avverte, eccome.

Mai spegnendosi, infatti. Anche se da decifrare ( o ricostruire) attraverso la scarna dicitura di una ( sempre più) scolorita targhetta stradale.

 

 

Roberto Vannoni

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