Valmarecchia. I resti della ‘misteriosa’ Rocca di Maioletto. Con le sue tante storie e leggende.

Valmarecchia. I resti della ‘misteriosa’ Rocca di Maioletto. Con le sue tante storie e leggende.
I raggi del fiume e Rocca di Maioletto

VALMARECCHIA.  Colui che, da Rimini, risale il Marecchia puntando verso Sansepolcro, giunto in prossimità di Novafeltria, non può che restare ‘attratto’ da un ‘originale cucuzzolo conico dalla sagoma martoriata’ che ospita  i resti della Rocca e del Castello di Maiolo. Di “monti e cucuzzoli come questo se ne vedono anche altrove” arguiva  don Eligio Gosti, parroco di Maiolo. Difficile dargli torto.
Soprattutto se ci si avventurava alla sua scoperta attraverso una escursione diretta, oggi più agevolata, dopo gli interventi fatti sul contesto ambientale dalle amministrazioni interessate. Originale, sì, ma non basta, perché il manufatto e dintorni, si portano dietro da oltre tre secoli una ‘leggenda’ mai smentita eppure capace di mescolare aspetti diversi, irrisolti ed intriganti. La  ‘leggenda’ racconta “ che i castellani, in dispregio al mese mariano, si abbandonarono per tre notti consecutive ad uno scandaloso ballo angelico mentre, fuori, infuriava una tempesta d’inusuale forza e durata”. Quand’ecco che, nella notte a cavallo tra il 29 e il 30 maggio 1700, tutto rovinò con fragore assordante, cancellando tra l’altro  “le covate di case protette da fasce robuste di mura vegliate da un possente castello”.
Eppure, rivela ancora la ‘leggenda’, di avvisi, quella gente ne aveva avuti diversi: sulla finestra del vasto salone delle danze, ad esempio, più volte s’era posata una sinistra civetta, dagli stridii continui e premonitori .
In ogni caso a scampare al disastro furono pochi ‘eletti’, che si dispersero tra Maioletto, Sant’Apollinare e Serra. Le leggende, si sa, non si discutono. Anche perché che gusto c’è volere precisare che il massiccio su cui poggiavano le abitazioni e la rocca, con buona probabilità, era stato minato dalle precedenti esplosioni al deposito delle polveri, e che il diluvio d’acqua piovana non ha  fatto altro che ‘scardinare’  fino da generare il rovinoso franamento?

Vero è inoltre che per oltre due secoli e mezzo ad avventurarsi, fin lassù, sono stati in pochi. Personalmente ne ricordo quattro o cinque. Tra questi Giovannino e il suo amico che studente di medicina  andavano a caccia di scheletri e ossa. Quando ritornavano dalle loro escursioni ci raccontavano cose strabilianti. Noi, che lassù, da adolescenti, avevamo la proibizione di salire, li ammiravamo. Sempre, e a bocca aperta.

Ricordo anche che qualcuno s’avventurò nel punto più pericoloso del ‘cucuzzolo’ per chiudere con la vita. Come nel caso d’un giovane amico, che ritrovarono suicida senza scarpe, quasi come avesse voluto liberarsi con un gesto più volte ripetuto da bambini della ‘sua’ sofferenza del vivere.  Quando  ci si rincorreva a piedi scalzi, spensieratamente, da un sasso all’altro sul greto del fiume, più o meno all’altezza ad Bagnamein, dove neppure le estati più secche  impedivano il formarsi di un raggio d’acqua, e dove Rocca e Monti andavamo abitualmente a specchiarsi.
Almeno per me, la Rocca è rimasta sempre un ‘qualcosa’ di remoto. Apparentemente a portata di mano ma in realtà mai espugnata. Desiderata e temuta. Lassù, in quel deserto di pietre, flagellato dai venti e consunto dalle acque. Lassù, tra quelle ‘vedute’ che dilatano vertiginosamente da una cresta all’altra. Congiungendo la valle del Marecchia all’Adriatico.

E dove  dicevano che  era possibile origliare gli indecifrabili monologhi  che intercorrono tra i tanti massi turriti  , tipo San Leo o San Marino o Pennabilli; ‘voci’ , le loro, simili a quelle di giganti incatenati dalla natura sulle vette del Mondo.
Una volta all’anno le popolazioni dei piccoli centri attorno si recano tuttora in processione al tempietto di San Rocco. Passando tra calanchi un tempo sacri, per chiese e cimiteri. Da qualche estate, inoltre, la Rocca rimane illuminata durante la tutta notte. Qualcuno evidentemente ha preso a giocare, con qualche fondamento, la carta turistica. Remunerativa, se ben giocata. Difficile dargli torto.
A patto però che non si cerchi di banalizzare quanto di banale non dovrà mai essere. Soprattutto se si va a invadere la sfera dell’immaginario.

“ C’è, lassù, un’atmosfera spenta e pur viva che si può respirare soltanto  per le vie di Pompei, Ercolano o Ostia Antica “ scrisse uno che alla Rocca c’era stato più volte. E che desiderava preservarla  dalla mano del tempo come natura l’aveva plasmata. Se si vuol fare ‘turismo, quindi, basterà  aggiungere poco. Non esagerare. Che di questi tempi  è cosa  assai apprezzabile. Anche perché non saranno uno o due sentieri tracciati in sicurezza ad intaccare il fascino della sua ‘solitudine disperata’; anzi, se ben disposta, nel caso d’un maggiore afflusso di gente, potrà essere offerta a più d’un fortunato l’occasione “di assaporare  tante, intime emozioni, che (solo) quei ruderi solitari e selvaggi sanno suscitare”.

 

( Nota aggiunta) In effetti, dando retta alla ricerca storica più recente, la meno poetica versione d’un qualche ‘incidente’  che andò a minare la struttura dell’enorme cucuzzolo su cui era stata posata la Rocca, pare proprio essere la spiegazione più attendibile di quanto accadde oltre tre secoli fa.
Ad esempio, secondo alcuni ( attendibili)  racconti pare che un fulmine fosse riuscito a colpire, tra il 1639 e il 1647, il magazzino della polvere collocato all’interno della fortezza, causando non pochi danni.  Quell’incidente, in realtà, come precisò Stefano Lancioni, avvenne il 28 agosto 1644, intorno a mezzogiorno, causando danni al ‘palazzo’ fino alle fondamenta. Dell’accaduto fu subito informato il legato di Urbino.

Fortuna volle, allora,  che non si contarono nè morti nè feriti. Anche se, dagli accurati accertamenti, fu chiaro fin da subito che qualche ‘danno irreparabile’  era stato inferto alla grande roccia.  Un danno che risulterà fatale più avanti, in circostanze climatiche eccezionali, e comunque tali da far precipitare d’un colpo  nell’oblio uno degli insediamenti umani più consistenti della Vallata.
“ Oggi, su le 18 ore, è caduto un fulmine in questa rocca-  annota  in una lettera il castellano Federico Travagli-  et ha fatto danno potabilissimo. Oltre al danno alla munizione et edificio ha fracassata tutta quella poca armeria che avevo e dispersa qua e là per essere questo loco eminentissimo, eccetto però sei moschetti da spalla, che stavano nel quartiero de’soldati per l’attual servizio d’essi; i legnami e sassi levati in aria m’hanno davantaggio fracassato tutti li tetti della mia abitazione e, Dio lodato e ringraziato, non è successo male in persona d’alcuno”.

 

Nella foto, veduta della Rocca oggi.

Ti potrebbe interessare anche...