Andrej Tarkowskij. Vita e opera di ‘ Andrej Rublev, il pittore di icone’ ( Maggioli editore).

Andrej Tarkowskij. Vita e opera di ‘ Andrej Rublev, il pittore di icone’ ( Maggioli editore).
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ANDREJ TARKOVSKIJ. Finora sei film in vent’anni circa d’attività. Esattamente: ‘ L’infanzia di Ivan’ ( 1963); ‘Andrej Rublev’ ( 1966, distribuito nel 1969); ‘Solaris’ ( 1972); ‘Lo specchio’ (1975); ‘Stalker’ ( 1980); ‘Nostalghia’( 1983). Produzione non eccessivamente numerosa, per la verità, e tuttavia già collocata tra le più originali e significative della recente cinematografia mondiale.

Ma anche un ‘ caso’ di straordinaria creatività ‘ rallentata’ dai rapporti – in costante odore di eresia – con le autorità del suo Paese. E inoltre, più verosimilmente, dal fatto che si tratta di un artista che ha sempre mostrato di voler privilegiare la ricerca alla produzione, la spiritualità al materialismo, i valori profondi della storia di un popolo alla ideologia, aspirando a ‘ lasciare’ i ‘segni’ di un’opera complessa e da proporre, nel suo insieme,  in maniera definitiva.
Tutto questo è bastato a creargli attorno un alone d’insolita, audace, convincente autenticità che incuriosisce ed affascina. I giovani, soprattutto, accorsi in gran numero ad ascoltarlo in occasione della sua ( sorvegliata) presenza al Meeting.
Tarkovskij ha qui avuto il modo di esplicare una volta di più le ragioni intime della sua arte. Presentando inoltre alla platea romagnola il suo ( finora) primo e unico romanzo: ‘ Andrej Rublev, il pittore di icone’, scritto quasi trent’anni fa ma pubblicato solo ora, in esclusiva, per la Maggioli Editore, a  Rimini. Un testo sul quale si è ( ampiamente) ‘ scivolato’. Volutamente. Ricco com’è di suggestioni, spunti, indirizzi, forniti in ogni pagina con grande personalità, e in grado di riverberare preziosi ‘ tagli di luce’ sulla sua ‘ scomoda’ attività ( non solo) cinematografica.

Un testo che, proprio per rendergli giusta analisi, e valore, abbiamo voluto andare a (ri)leggere nei  ‘passaggi’ ( per noi) fondamentali con lo stesso autore.

 

  • 1) DOMANDA. La vicenda umana di Andrej Rublev, il monaco pittore di icone, si consuma entro i confini d’una Russia arcaica o anche tardo-medievale. All’interno di un universo geograficamente smisurato su cui incombono sanguinose scorrerie tartare, feroci rivalità tra principi e potentati locali, devastanti carestie. Ma sulla steppa s’alza un affannoso respiro. Impaziente. Sempre più consistente. Foriero di venti di liberazione  dall’ingiustizia e dal dolore. Che  Andrej ‘avverte’ e sa ‘interpretare’. Sui sacri volti che dipinge infatti prende a riverberare la vivida luce della ‘ riscossa’. Di qualcosa che porterà al ‘rinnovamento’. Il solitario artista volto a coltivare i moti  dello spirito  dovrebbe risultare un uomo lontano dalla realtà storica e concreta. Dal suo estrinsecarsi. Dal suo evolversi.
    Eppure così non è. Perché Andrej,  paradossalmente, si rivela uomo attento, addirittura anticipatore, interprete fascinoso d’un mondo lontano e allo stesso tempo vicino. Attuale. Con tutti suoi contrasti.  Per il suo fondo mistico. Per la sua generosità etica. Per la sua speranza di ‘ liberazione’ dal ‘ giogo del tiranno’ sull’amata Madre Russia.  I giovani  avvertono tutto questo. Infatti lo cercano. Lo ascoltano. Lo applaudono. Giustamente?

 

RISPOSTA. “ Sì, certo, e vediamo il perché.  Comprendo la sensibilità dei giovani verso il libro ed il suo protagonista. Visto che, in queste pagine, il pittore non è solo qualcuno che si occupa di una determinata professione per far soldi attraverso l’esercizio del suo mestiere. Il pittore è un uomo libero che nella drammatica circostanza sceglie  ( semplicemente ) di essere ‘ servo’ del suo tempo e del suo popolo e di null’altro.
Andrej Rublev consuma’ la sua esistenza pensando non al suo futuro ma a quello  del suo popolo. Alla amata Gran Madre oppressa e devastata. Non ambisce infatti alla riconoscenza personale, tanto che s’astiene dal firmare le sue opere, restando per molti anni anonimo. Il suo è un intenso lavoro di preghiera, quale ‘transito’ indispensabile tra il Creatore  e il suo popolo. Con una ‘visione’ dell’arte, la sua, interiore ma alimentata dai ‘venti della steppa’ e dai ‘ suoi errori e orrori’ e che  sarebbe molto importante  ‘ diffondere’, far ‘ comprendere’, pure in Occidente. Anche perché, compiuta una serena valutazione, potrebbero essere  non soltanto i giovani  ad avvicinarsi alla ‘emblematica vicenda’ del pittore della steppa ”.

 

  • 2) DOMANDA. Nella città di Vladimir si verifica un’ incursione tartara guidata dal principe locale. Si tratta, in buona sostanza, di una delle solite, furibonde, crudeli vendette tra notabili locali che si risolve in un orribile massacro. All’interno della cattedrale dell’Assunzione, devastata da violenza sacrilega, attraverso gli squarci delle cupole e dei tetti carbonizzati, ad un certo punto, prende a scendere  una luce inusuale, diffusa, mesta;   unitamente ad una gelida e impalpabile pioggerellina. L’iconostasi lungamente meditata da Andrej è stata semi bruciata; mentre, alla sua base, giacciono decine di cadaveri mutilati e abbandonati. Nascosto tra le vittime è rimasto Andrej. Il quale, una volta valutata la situazione, prende a gridare: “ Basta, basta – insiste – , non dipingerò mai più! Se ( finora) non sono riuscito ad instillare negli uomini il senso della loro dignità di creature, significa che poco o nulla contano la mia arte, le mie immagini.  Non toccherò mai più una icona, e neppure i pennelli, i colori … Basta, davvero, basta!”. Manterrà, in seguito,  il suo ( ripetuto) proposito?

 

RISPOSTA. Per un artista la vita del suo popolo è tutto. Per questo le dedica gioie e dolori. E anche delusioni. Soprattutto quelle più brucianti. E tuttavia, assorbito lo smarrimento, tornerà a dipingere le sue icone. Non bisogna ignorare infatti che Andrej pronuncia queste ‘ grida  di dolore’ in una momento di grande sconforto.
Certo è che,  se lui s’adopra a ‘ dar voce’  ad un popolo che rifiuta di ‘ avere voce’, il suo impegno  diventa inutile. Vano. Ecco allora inevitabile chiedersi: a che servono la mia dedizione, la mia sofferenza, la mia arte?
Per una serie di coincidenze, gli avvenimenti successivi lo faranno tornare sulle sue posizioni, convincendolo che l’unica cosa da non fare è proprio quella di non arrendersi allo sconforto, all’ineluttabilità. Gli sfondi dorati e gli sguardi delle sue penetranti  icone possono pur sempre irrorare luce nelle coscienze ottenebrate. Infatti supererà la prova, e tornerà a dipingere le sue straordinarie immagini sacre…”.

 

  • 3) DOMANDA. Nell’opera ‘ La Trinità’, senso e culmine dell’opera artistica di Andrej Rublev, è ‘ racchiusa’ la sofferta aspirazione umana ad un ideale etico. Diffuso. Condivisibile. E’ forse questo  il suo messaggio di fondo? E che quale spazio potrebbe trovare in una società (non soltanto) in Occidente  ( sostanzialmente) pragmatica, materialista,  privata del sacro?

 

RISPOSTA. Misticismo, fede ed esaltazione di Madre Russia, sono  l’humus umano, culturale e storico dal quale attinge il pittore di icone.  E da dove s’avvia la sua ricerca. Incessante. Combattuta.  Generosa. In breve, se si volesse sintetizzare l’attualità che reca la vicenda terrena ed artistica di Andrej Rublev si dovrà non tanto rifarsi a quanto accaduto nella Russia del Quindicesimo secolo, un tempo ormai lontano, decisamente trascorso, ma al ‘deposito profetico’ della sua opera.

Per certi versi infelice. Visto che esiste tuttora la possibilità dell’infelicità. Non credo infatti che esisterà un secolo in cui l’infelicità potrà venire a mancare. E dove non sarà necessario rimboccarsi le maniche per lottare finanche all’autosacrificio. Perseguendo comunque il proprio cammino terreno con coerenza. Diffondendo amore. Verso il prossimo e verso la natura. Oggi con più urgenza di un tempo, anche perché sulla stessa sopravvivenza umana e sul pianeta incombono pericoli mortali.

Un allarme, una preoccupazione,  una sofferenza, queste, che negli anni maturi della sua esistenza cominciano ad avvertirsi ( sempre più) fortemente, giorno dopo giorno, anche solo un poco soffermandosi  sul contesto ‘ dolente’, ‘raccolto’ e pur sempre ‘ certo’ e ‘ consapevole’ delle ultime icone.

 

  • 4) DOMANDA. Un chiarimento critico-estetico: che rapporto intercorre secondo lei tra il Rublev-libro e il Rublev- film?

 

RISPOSTA. Non sono la stessa cosa. Il film richiede mezzi espressivi totalmente diversi dal libro. Del resto sarebbe risultato assai problematico trasferire delle pagine scritte in un lungometraggio. Il libro, tra l’altro, è molto ampio, descrittivo.
Tanto che nella pellicola se ne rintraccia, tra sì e no, appena un terzo. Inoltre, nonostante l’autore libro-film sia lo stesso, sono stato costretto ad un complicato e non agevole  lavoro di adattamento cinematografico. Chi sia meglio riuscito tra i due ‘lavori’, non saprei. Mi auguro entrambi, sia pure in maniera differente, visto ( appunto) che nascono e si realizzano con intendimenti estetici tra loro difformi.

Roberto Vannoni- Patrizia Migliori

 

ALTRE NOTE BIOGRAFICHE. ( Da Wikipedia) Tarkovskij nacque il 4 aprile del 1932 a Zavraž’e, nella oblast’ di Ivanovo, un piccolo villaggio sulle rive del Volga, figlio di Arsenij Aleksandrovič Tarkovskij, poeta, e di Marija Ivanovna Višnjakova Tarkovskaja (1907-1979), donna dal carattere forte e dalla profonda religiosità, a lungo impiegata presso una tipografia.

Enorme per Tarkovskij fu l’importanza del rapporto con i genitori, fatto di amore viscerale per la madre, e di lontananze e incomprensioni col padre, il quale abbandonò la famiglia nel 1935, quando Andrej aveva tre anni, per ritornarvi nel 1945 dopo la guerra. In questa occasione il padre tentò di portare Andrej via con sé, ma la madre glielo impedì.

Nel 1962 uscì L’infanzia di Ivan (Ivanovo Detstvo), il primo lungometraggio di Tarkovskij. Il film fu presentato al festival di Venezia, e vinse il Leone d’oro ex aequo con Cronaca familiare di Valerio Zurlini. Il film racconta la storia di un bambino che partecipa alla seconda guerra mondiale. La vicenda è aliena da qualsiasi forma epica o realista; i lunghi carrelli che attraversano le paludi, le continue digressioni oniriche e un’atmosfera fortemente simbolica rendono il film poetico e lontano dal realismo socialista dell’epoca. Esplode improvviso il caso Tarkovskij. In Italia il film scatena una miserabile polemica che vide, in difesa del film, l’intervento di Jean Paul Sartre dalle colonne de l’Unità.

Con questo film, lirico e personale, iniziano le prime incomprensioni con il regime che, quando nel 1966 Tarkovskij girò Andrej Rublëv, diventarono un’aperta ostilità che influenzò tutta la carriera del regista. Andrej Rublëv rilegge la storia della Russia del Quattrocento attraverso le gesta del pittore di icone Andrej Rublëv, e fu uno dei migliori film degli anni Sessanta dell’intera cinematografia mondiale; la sua forza e la sua intensità lo rendono un film di notevole importanza. Ci sono scene particolarmente celebri, come quella della fusione della campana, che inneggia all’unione del popolo contro il tiranno, e poi c’è il misticismo, la fede, l’esaltazione di Madre Russia. Fu l’inizio di un lungo braccio di ferro che si trascinò per anni. Dopo lunghe pressioni, che videro intervenire persino il ministro francese per la cultura, il film nel 1969 arrivò al festival di Cannes, dopo aver subito alcuni tagli e ‘correzioni’ al montaggio. Il successo fu enorme, il film vinse il premio della critica internazionale e fu proiettato in tutta Europa, suscitando ovunque entusiasmi di critica e pubblico. In patria però Andrej Rublëv fu proiettato solo nel 1971, riscuotendo un buon successo nonostante la cappa di silenzio piombata sul film: nessun articolo, nessuna recensione e perfino nessuna informativa sulle sale in cui veniva proiettato. Sul set di Andrej Rublëv Tarkovskij conobbe Larisa Pavlovna Egorkina, che sposò in seconde nozze nel 1969, e da cui nel 1970 ebbe Andrej Andreevič, il secondo figlio.

La malattia uccise Tarkovskij nella notte tra il 28 e il 29 dicembre del 1986 in una clinica di Parigi. I funerali si svolsero il 3 gennaio nella cattedrale ortodossa di Sant’Aleksandr Nevskij e Mstislav Rostropovič, col quale il regista aveva stretto amicizia negli ultimi anni, suona sul sagrato della chiesa la suite per violoncello nº2 di J.S. Bach. La moglie Larisa rifiutò l’offerta delle autorità sovietiche di rimpatriare la salma per seppellirla sul suolo natio. Andrej Tarkovskij fu invece sepolto, e tuttora giace, nel piccolo cimitero ortodosso russo di Sainte-Geneviève-de-Bois.

 

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