Pennabili. Anime dedite alla contemplazione di Dio. Storia e storie del monastero di Sant’Antonio.

Pennabili. Anime dedite alla contemplazione di Dio. Storia e storie del monastero di Sant’Antonio.
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MONASTERO DI CLAUSURA. Chi non ricorda l’inchiesta ‘Clausura’ di Sergio Zavoli ? Nonostante siano passati molti anni, c’è ancora chi l’ha ben presente nella memoria, dapprima nella sua versione radiofonica e, poi, in quella televisiva, datata 1958.
Con le sue sequenze in bianco e nero, sfocate, ma che restano una straordinaria testimonianza ‘dell’anima segreta’ di un ristretto mondo invisibile ai più riservato a  sorelle’ e fratelli’ che hanno scelto di dedicare  a Dio  in clausura l’intera vita loro.
Zavoli, porse il microfono a Maria Teresa Tosisuor Maria Teresa dell’Eucaristia, figura carismatica del secolo scorso, capace di emanare  una luce ancora inesplorata, circa la bellezza e l’importanza della vita contemplativa ‘nella’ e ‘per‘ la Chiesa e l’Umanità tutta. Madre Maria Teresa era convinta che per poter dare Dio agli uomini si dovesse prima cercare di possederlo pienamente.

 

Nel tempo, la ‘clausura’, ha esperimentato modelli diversi. E tra questi anche quello per secoli protetto dal silenzio inviolabile della rupe ‘ dei Billi’. Un tesoro di spiritualità tra gli altri cosparsi, qua e là, dal piano al monte, lungo la sorprendente valle del Marecchia.
Una presenza tutta da scoprire. Con qualche soccorso. Come quello portato dalle due mini biografie raccolte da quel prodigio  di ricercatore che è stato don Amedeo Potito: la prima  datata 1744, l’altra agli inizi del Novecento. Entrambe dettagliate e convincenti.
Nel tomo ‘Breve ragguaglio della prima origine del monastero delle suore Domenicane della Penna, cavato dalle Antiche Scritture’ ( Urbino, 1744) di Giovanni Battista Contarini ( o Contareni, Venezia, 1696/1779) è documentato l’inizio della clausura presso la sede vescovile della Penna.

Sintetizzando: Contarini, teologo di valore, era arrivato a Pennabilli nel 1740 per sostituire un altro domenicano, tale Pier Antonio Calvi, che era stato  impegnato con scarsi risultati nell’aspra disputa tra leontini e pennesi sulla cattedra episcopale.

Il  Contarini  cercò di far luce tanto “ sull’oscurità in cui giaceva la prima origine del convento” quanto “ sul tempo e sul modo in cui il convento venne alla religione nostra domenicana aggregato”. Sulla fondazione del convento, non da oggi, circolano molteplici versioni. La tradizione popolare, ad esempio, la fa risalire al lascito d’un certo Giovanni Lucis, uomo pio e facoltoso, proprietario d’una importante residenza proprio dove, oggi, s’erge il convento,  ai piedi della rocca dei Billi.

Alla morte del Lucis, la moglie con figlie e sorelle avrebbe iniziato l’uso di condividere assieme altre donne una convivenza comune,  prendendo l’abito e la regola  delle Umiliate ( almeno) fino alla sua soppressione. La versione non è però confermata. Infatti, in seguito, se restò indiscusso  il contributo del Lucis non altrettanto  certo è se il ‘lascito’ sia avvenuto prima o dopo la sua morte. Nell’anno 1520, in un rogito del notaio De’Bernardi, il “monastero risulta attivo con il Lucis  in vita”.

A mescolare le date, c’è anche un testamento rogato il 1 maggio 1525  dal notaio Montaino Mastini,  che certifica la decisione del Lucis di avere nominato in vita le suore ‘sue eredi universali’. Morale: per star dalla parte del sicuro,  l’origine del monastero andrebbe collocata  intorno al 1517/1518, completa di adesione alla regola delle Umiliate. Restò nel dubbio la figura della prima superiora, forse una suor Laura Galvani, ma più probabilmente una suor Emilia Benzi, entrambe riminesi.

Superiora che, da una retrovendita datata 1566,  venne aggregata ad una abbadessa. Questo è quanto sulle origini. Quel che accadde in seguito non è facile a dirsi. Certo è che sorsero dei problemi. Non semplici. Non solvibili. Tanto che intorno al 1637  il convento si ridusse a poche presenze, forse cinque, non di più.
Presenze però tanto attive e convincenti  da riuscire a reclutare in un paio d’anni quattordici giovani, con ulteriori adesioni  negli anni successivi che sollevarono  il convento dal rischio chiusura. E qui s’esaurisce anche il  ‘Breve’ del  Contarini.
Un peccato. Perché lascia qualche curiosità sospesa. Invitando inoltre ad una ‘forzatura’: il desiderio di immaginare, una volta tanto, da dietro una grata, discretamente, senza intento profano,  volti e figure di quelle donne ‘speciali’ d’ogni estrazione ed età presenti in clausura  nel 1646 secondo una lettera inviata al Vescovo.  In un certo senso per interrogarle. Per interrogarci. Su una scelta che pur avendo una tradizione antica e prestigiosa resta sempre controversa. Per alcuni sublime, per altri inutile.

Immaginarle, si diceva, l’una appresso all’altra, nel passaggio dai momenti di preghiera, lavoro e convivialità comuni   alle singole umili celle private: Giustina Franchini, abbadessa; Petronilla Cerbari, vicaria; Laura Fuffi, Comelia Luzzi, Caterina Maggi, Mana Marconi, Isabella Agostini, Francesca Rucchi, Maddalena Franchini, Angela Tassoni, Alessandra Marconi, Domenica Giavarotti, Agnesa Giorgetti, Apollonia Galatelli, Chiara Zucchi, Girolama Franchini, Anna Maria Savelli, Francesca Onori oltre a due converse, cioè Gaspara Mastini e Livia Teresa Fabbroni. Accarezzate, tutte, dall’amorevole penombra dello spirito.

 

 

QUALCHE ALTRO CENNO SUL MONASTERO

 

A don Amedeo Potito si deve anche la recuperata documentazione di  altri tratti di storia del monastero di Sant’Antonio della Penna.

 

Procediamo ancora per sintesi. Secondo il racconto di una abbadessa di inizio ‘900 il monastero, superate le difficoltà iniziali,  passato nel frattempo all’ordine domenicano, mantenne una sua solidità per almeno due secoli   quando venne chiamato ad affrontare “la più ostinata persecuzione religiosa” mai portata da straniero in Italia e che mirava, guarda caso,  soprattutto a conventi e clausure. L’assalto fu portato da Napoleone Bonaparte che, con decreto 25 aprile 1810, obbligò “  suore e claustrali ad uscire dai loro conventi”.

Il monastero di Sant’Antonio fu sgomberato. Fortunatamente solo per qualche anno perché, dal 1814,  papa Pio VII, riuscì  “ a ridare  vita ai sacri chiostri”. Restarono delle ferite. Rimarginate con fatica nei decenni successivi, quando le nuove vocazioni tornarono a popolare  il sacro convento.
Con qualche ‘passaggio’ da segnalare, come quello del 14 giugno 1816 che segnò l’adesione alla regola agostiniana, già in vigore a Pietrarubbia; mentre, con l’avvento dell’Unità d’Italia, tornò l’incubo di una nuova e drastica soppressione.

A cominciare dal progettato ‘trasferimento’  a Sant’Agata Feltria. Trascorsi, questi ed altri, che l’abbadessa documenta con sofferta minuziosità. Non casualmente, a difendere la sopravvivenza del Sant’Antonio,  si mosse allora il comune di Pennabilli  “ con il lodevole scopo di conservare alle Agostiniane il loro monastero”.

‘Titanico’ fu il  ‘braccio di ferro’ del Comune  con il  Fondo Culto, l’Intendenza di Finanza e il  Ricevitore del Registro di San Leo. Che da diverse direzioni inviarono perentori ordini di sfratto. Alternando momenti d’ottimismo a momenti di vera e propria disperazione. Fin quando, nel 1900, venne formalizzata la tanto auspicata risoluzione del contenzioso.
Spieghiamola. “ Il 5 gennaio 1900 – informa l’Abbadessa-  il prefetto di Pesaro respingeva l’istanza della popolazione per la riapertura della chiesa ed avendo saputo che il Comune, contravvenendo alla legge, permetteva ad alcune monache di restare nel monastero, imponeva lo sfratto esecutivo.

Un frangente  in cui fu provvidenziale l’accortezza e il favore del sindaco Valentini e delle autorità comunali che, concordemente, informando la Prefettura della necessità che la chiesa fosse riaperta al Culto, ne ottennero anche l’immediata autorizzazione”. Era, quello,  l’atto atteso dal  Sindaco che, in appena cinque giorni,  riuscì a concludere con le monache il contratto di vendita del monastero per (sole) 1500 lire ( con l’aggiunta di altre 800 per rimborso tasse pagate dal Municipio e  spese di contratto).
L’istrumento veniva  rogitato nel parlatoio del convento l’11 gennaio dello stesso anno. L’ultimo vero tentativo per la  chiusura del Sant’Antonio  fu respinto.

“ Si poteva finalmente ringraziare il Signore - esulta infatti la Madre badessa- che aveva preparato il trionfo di una impresa tanto travagliata e laboriosa. Lo fecero con gioia le monache che, dopo tanti timori, vedevano riaprirsi un nuovo periodo di vita feconda. E, tanto più, lo fecero le sei novizie, che il 24 agosto 1900 poterono vestire, dopo tanta attesa, le sacre lane, a compimento di una prima seminagione che, in seguito, con l’aiuto di Dio, avrebbe riportato il monastero all’antico splendore”.

Con questi momenti di festa s’esaurisce la seconda delle testimonianze recuperate da don Potito. Non sarà inutile però, per aggiornare lo stato dell’antica clausura, aggiungere qualche accenno sui giorni più recenti. Come la ‘storica’ ristrutturazione delle celle avvenuta nel 1920, ma  anche il trasferimento di numerose opere d’arte al Museo Feretrano e il provvidenziale ‘rifugio’ offerto a bambini e bambine della Penna nel corso dell’ultima guerra.

Al momento, salvo variazioni non di nostra conoscenza, le monache dovrebbero essere sei. Dovrebbero. Perché la rigida regola consente di ‘valutarle’ solo per le elezioni, mentre possono essere contattate singolarmente attraverso il parlatoio.
Le suore risultano iscritte albo degli artigiani, e infatti su ordinazione svolgono restauri di arredi sacri e lavori di ricamo d’uso domestico ( tende, tovaglie, coperte e altro). Vivono in preghiera e, beate loro, non guardano la televisione. Nè sono assillate da telefonini o ipad. Senza per questo risultare isolate dal mondo, anche perché con la gente mantengono continui  e stretti rapporti attraverso  visite e corrispondenze.

Anime ( tutte) vicine e ( apparentemente) lontane, solo dedite alla contemplazione di Dio, con l’intento d’intercedere per le sorti della Chiesa e dell’Umanità, e raccolte lassù,  in comunione di spirito, sull’impervia e vertiginosa rupe da secoli illuminata dalla luce dell’Eterno.
Fra queste mura troverai conforto, le sue tempeste hanno esse ancora; ma ascolta: siamo navi, il mondo è un mare, il chiostro è un porto” recita un sonetto settecentesco del canonico Mattei Gentili, dedicato ad una ( per noi) del tutto sconosciuta suor Maria Serafina Colomba.

Roberto Vannoni

 

NOTE INTEGRATIVE

 

Madre Teresa dell’Eucarestia apparteneva ad un monastero carmelitano quanto, nel 1958, prestò la sua ‘voce’ al primo radio documentario di quel genere titolato ‘ Clausura’ condotto da Sergio Zavoli. Questo il testo dell’ultima registrazione dal vivo di madre Maria Teresa dell’Eucaristia in data 8 luglio 2004 sul tema della contemplazione.

“Essere contemplativi vuol dire, almeno in alcuni momenti, essere arrivati a un tale annullamento, dimenticanza di se stessi, cosicché Dio solo abbia preso possesso di tutta la nostra vita, del nostro essere, del nostro agire, del nostro cuore. Ci vogliono tante prove per purificarsi perché Dio non comunica a nessuno se non si è preparata a dimenticarsi a se stessa. Si lascia guardare, guarda Dio e aspetta, aspetta che operi secondo il suo disegno senza ostacolare, Noi spesso ci sentiamo dei saggi, degli intelligenti e lo vogliamo aiutare. No, mi spiace, bisogna, quando inizia ad operare, dimenticarsi completamente – Signore!
Signore aiutami ad immergermi in te come se la mia anima fosse nell’eternità, nell’immobilità interiore… capacità di ascolto, capacità di lasciarsi trascinare dalla parte di Dio non è così facile… «Padre mi abbandono a te! Fa di me quello che ti piace, qualunque cosa ti ringrazio.
Sono pronta a tutto. Accetto tutto, perché la tua volontà si compia in me. Se le prove arrivano a ritmo accelerato, lo accetto e fa di me quello che ti piace…».
Vuole il nostro dono totale, tranquilli nelle sue mani, senza cercare nulla. Purché tu sia presente nella mia anima e mi aiuti ad andare avanti. Avere mai paura.
Io mi sono data a 20 anni, totalmente, alla vita carmelitana…, ma quando è arrivato il momento ancora ho chiesto. Credevo di aver dato tutto… «No,guardati bene, non mi hai dato tutto, cercavi anche te stessa ». Chiede ciò che noi difendiamo come un tesoro. L’Eremo dovrebbe avere anche questo compito…ritornare nel proprio quotidiano con chiarezza interiore, cosa si deve dare ancora.
Chi viene all’Eremo forse è illuminato per fare il punto della propria vita, più attento alle esigenze del Suo amore. Ripartire decisi con una nuova chiarezza interiore. Essere umili, chi si crede Santo è un disastro. Lasciare carta bianca, ma dobbiamo ad un certo punto decidere noi. Siamo liberi. Saper dare tutto e scomparire, come la Madonna. Siate buoni”.

 

 * ( Treccani) clauura s. f. [dal lat. tardo clausura, der. di claudĕre «chiudere»; cfr. chiusura]. – 1. ant. Chiusura: fuor de la sepulcral bucacioè de la cdel sepulcro (Buti). 2. Regola che disciplina l’ingresso o l’uscita nelle case religiose; nell’uso com., spec. quella, ristretta, di alcuni ordini religiosi (distinta in due specie: la papale imposta ai monasteri di monache interamente dedite alla vita contemplativa, e la clausura adeguata all’indole e alla missione di ogni istituto); con senso concr., la parte del convento nella quale i religiosi vivono, e dove è proibito entrare a tutti per le comunità di donne, alle sole donne per quelle degli uomini: vivere in c.; monacimonache di c.; osservarerispettare la c.; rompereviolare la c. (cioè il divieto di entrare). 3. fig. Vita molto ritirata, appartata; luogo isolato e poco frequentato: non esce mai di casa e fa vita di c.; ritirarsi a vivere in cin una casa di campagna.

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